Home Attualita Ielpo: “Presenza, la nostra prima missione”

Ielpo: “Presenza, la nostra prima missione”

Prima cattolici, poi giornalisti
Quattro giorni di incontri in Terra Santa

Veloce e intenso, il pellegrinaggio di Ucsi, Unione cattolica stampa italiana promosso dalla delegazione emiliano romagnola. Incoraggiati dalle accorate parole pronunciate più volte di recente dal patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, affinché i pellegrini ritrovino il desiderio e il coraggio di tornare in Terra Santa, i giornalisti (nella foto sono a Betlemme) guidati dal vescovo di San Marino Montefeltro, Domenico Beneventi hanno incontrato le istituzioni e le comunità cristiane (tra cui il custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo) di Ramallah, Gerusalemme, Taybeh e Betlemme, segno di un’umanità bella e ferita, ma anche tenace e forte, perché totalmente affidata.

Custodia di Terra Santa. Presenza ininterrotta da 800 anni, il racconto di padre Ielpo

Da 800 anni nei luoghi della vita di Gesù, la Custodia dei frati francescani offre istruzione, lavoro, casa a chi altrimenti non ce l’avrebbe. Opere che sono i segni di una presenza che affonda le sue radici nell’esserci, nell’abbraccio mai venuto meno all’umanità ferita della Terra Santa.

Una presenza che ha dovuto affrontare diverse sfide durante il corso dei secoli, con situazioni geopolitiche, sociali e anche religiose diversissime”, conferma il custode, padre Francesco Ielpo (nella foto al centro, col Vescovo Beneventi a destra) con una sottolineatura. “Ciò che ha caratterizzato questa presenza è stato sempre l’esserci, il rimanere non solo accanto ai luoghi santi, ma anche alle persone. Perché ogni uomo, ogni donna, ha bisogno di tutto ciò che materialmente serve alla vita: cibo, medicine, casa, lavoro, istruzione. Tutte opere che sono poi nate nel corso dei secoli e che continuano tutt’oggi. Per vivere abbiamo bisogno anche di uno sguardo su di noi, di qualcuno che ci dica tu sei prezioso per me. La presenza, l’esserci, significa proprio questo”.

A volte, prosegue padre Ielpo, “noi pensiamo che l’aiuto sia qualcuno che ci risolve i problemi. Non è stato così al tempo di Gesù, non ha risolto i problemi del suo tempo. Così anche per noi. Non abbiamo la soluzione a tutte le sfide, a tutti i problemi dell’uomo. Gesù è venuto per insegnarci a stare dentro in tutte le difficoltà, in tutte le tempeste, con uno sguardo di fede, con uno sguardo di speranza. La presenza dice di questo sguardo nuovo che permette agli uomini, alle donne, così come è successo per esempio nei villaggi dell’Oronte (Siria), di rimanere dentro nella tempesta non sentendosi soli”.

“Siamo rimasti perché i frati non sono andati via”

Padre Ielpo condivide, quindi, un ricordo personale. “Quando nel 2016 sono andato per la prima volta in Siria, Aleppo Est era stata liberata da quattro o cinque mesi, e il 75% della città era distrutto, raso al suolo. Tra parentesi, poi uno vede le immagini di Gaza e dice ‘niente in confronto’. Purtroppo, davvero niente in confronto. Ma ritornando al nostro discorso, in quei giorni ad Aleppo il parroco mi invita ad andare a trovare una famiglia: una giovane coppia che si era sposata da qualche mese, forse da poco più di un anno. Avevano una bambina di nove mesi, adesso hanno due figli. Mi chiese di andare a trovarli perché parlavo inglese e potevo fare un po’ di compagnia”.

Arrivato nella casa della coppia, “lui, che insegnava anche francese, mi dice: «Noi ci siamo conosciuti nel 2014. Nel 2014 le bombe cadevano come pioggia». Provate a immaginare due giovani che si innamorano: il primo pensiero è quello di mettere su famiglia. E allora il primo pensiero diventa anche quello di fuggire, di trovare un modo, legale o illegale, per lasciare quella terra e costruire il proprio futuro altrove”.

Stupito, padre Ielpo domanda al giovane insegnante di lingue. “Ma perché siete rimasti? E loro mi rispondono: «Perché abbiamo visto che i frati non sono andati via, che la parrocchia è rimasta. E ci siamo detti: se rimangono loro, possiamo rimanere anche noi. Perché prima o poi questa guerra finirà e, quando finirà, vorremmo contribuire a ricostruire il nostro Paese insieme ai nostri fratelli»”.

In quel momento il padre ha un’intuizione che ancora non lo abbandona. “Ho capito qual è la nostra prima vera missione. Tutte le opere di questo mondo, senza una presenza, senza qualcuno che ti guarda, senza qualcuno che dice «io sono disposto a morire per te», alla fine non bastano. Hai anche bisogno di una ragione per cui valga la pena alzarsi al mattino. Una presenza, qualcuno che ti guarda con amore. Solo così si può restare anche dove vivere è difficile”.