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I ghetti di Rimini e il rischio dell’oblio

Cuore della cultura contadina riminese del passato, rischiano di essere cancellati dalla pianificazione territoriale. Cosa accadrà con il nuovo PUG? Le riflessioni di Gilberto Leardini, perito ed esperto di Urbanistica

Il ghetto è un termine che porta alla mente immagini tutt’altro che positive, evocando situazioni di marginalità, isolamento e sopruso. A Rimini, invece, la parola assume un significato ben diverso, richiamando le piccole comunità che caratterizzavano la cultura contadina del passato, fondata su una forte sussidiarietà, socialità e solidarietà. Realtà che la moderna programmazione urbanistica rischia di cancellare, con un importante impatto sulla memoria storica e identitaria del territorio. A sottolinearlo con forza è Gilberto Leardini (nella foto), perito industriale riminese esperto di Urbanistica.

“Ho trascorso oltre cinquant’anni a misurare, studiare e pianificare il territorio di Rimini, avendo il privilegio di sedere per lungo tempo tra i banchi della Commissione Edilizia e poi della Commissione per la Qualità Architettonica e il Paesaggio. Ho visto passare varianti, normative e sigle di ogni genere. Ma da tempo c’è una ferita che oggi rischia di diventare permanente se il nuovo Piano Urbanistico Generale (PUG) in via di adozione non vi porrà rimedio: la totale scomparsa, dalle nostre mappe regolamentari, dei vecchi e storici ‘Ghetti’ del forese, declassati e assimilati a una generica e indifferenziata ‘zona agricola’. A dire il vero, questo è già iniziato da anni nelle pieghe del vecchio RUE (Regolamento Urbanistico Edilizio). È lì che la matita del pianificatore ha sferrato il colpo, cancellando d’un tratto l’identità di questi nuclei di antico insediamento rurale. Il redigendo PUG si trova quindi di fronte a un bivio storico”.

Quale?
“Ereditare passivamente questo errore del passato mettendovi il sigillo definitivo, oppure sottoporre quella scelta a una profonda ed equilibrata revisione. Chi ha a cuore le nostre radici non può che invocare la seconda via. Alcuni valori fondamentali devono essere tutelati, anche perché il futuro di una comunità si basa rigorosamente sulle radici del suo passato: non vi è futuro se si recide il legame con la propria storia”.

È un tema che non nasce certo oggi.
“Nei primissimi anni ’70, a Rimini si accese una monumentale discussione urbanistica attorno al nuovo piano commissionato al celebre architetto Giancarlo De Carlo. Quel piano, che fortunatamente poi non andò in porto, prevedeva qualcosa di analogo, ma su un tessuto urbano fondamentale: l’alterazione completa e la sostanziale sparizione del Borgo San Giuliano. All’epoca ero un giovane perito, non ancora intriso dell’esperienza e della capacità profonda di analisi che tento di mettere a disposizione oggi, ma ricordo perfettamente lo scontro di visioni. La posizione dei riminesi fu di fortissimo e fiero contrasto a quell’ipotesi di sventramento. Se avesse vinto la linea burocratica di quel piano, si sarebbe consumato uno scempio grossolano che la storia non avrebbe mai perdonato a nessuno. Oggi, grazie a quel no dei cittadini, il Borgo San Giuliano è una chicca identitaria assoluta, un gioiello di cui la città di Rimini gode ampiamente tutti i frutti, turistici, culturali e umani. Nessuno sembra ricordarlo, ma quel borgo meraviglioso rischiò di essere spazzato via da un tratto di penna che lo considerava ‘edilizia minore da risanare’. Oggi, a distanza di cinquant’anni, la stessa identica miopia si sta abbattendo sui piccoli borghi della nostra campagna. Cambiano le sigle, ma la logica è identica”.

Ma cosa sono esattamente questi “ghetti” e qual è il loro valore per Rimini?
“Per l’Italia intera, la parola ‘ghetto’ richiama alla mente tristi immagini di isolamento. Ma per la nostra comunità riminese, d’oltre Uso e d’oltre Marecchia, il ‘ghetto’ nelle campagne ha sempre rappresentato l’esatto contrario: era il cuore pulsante di una socialità spontanea, laboriosa e solidale.

“Erano isole di aggregazione,
una manciata di case in cui si concentravano
i servizi di prossimità della campagna,
dimora dei prestatori di manodopera ‘a giornata’.
Un’economia dell’essenziale,
dalla forte sussidiarietà e solidarietà”

Mentre la grande casa colonica della mezzadria isolava le singole famiglie contadine nel mezzo dei rispettivi poderi, il ghetto sorgeva come un’isola di aggregazione. Era una manciata di case accostate l’una all’altra, nate per un bisogno umano di calore, protezione e mutuo soccorso. Lì si concentravano i servizi di prossimità della campagna: la sarta, l’arrotino, il calzolaio, il falegname e il fabbro. Ma soprattutto, i ghetti erano la dimora dei prestatori di manodopera ‘a giornata’, che nei momenti cruciali della mietitura o della vendemmia partivano insieme per salvare i raccolti dei coloni. Era un’economia dell’essenziale, intessuta di una profonda sussidiarietà rurale. Questa non è una visione romantica, ma una lezione di altissima urbanistica che circa trent’anni fa ci venne confermata da un altro maestro”.

Ci racconti.
“Durante gli studi per il Piano Regolatore Generale (PRG) degli anni ’90, il professor Leonardo Benevolo, uno dei più illustri storici dell’architettura del nostro Paese, diede tutt’altre indicazioni rispetto ai burocrati odierni. Benevolo fece un lavoro straordinario di valorizzazione delle direttrici storiche, come la ‘via dei mercati’, e accese i riflettori proprio su quelle realtà identitarie del forese che rischiavano l’oblio. Ci insegnò che l’esistenza storica di questi nuclei è un patrimonio insostituibile della collettività riminese. Oggi, invece, si sceglie la strada della semplificazione cieca. Nel vecchio RUE i pianificatori hanno guardato le mappe dall’alto e hanno colorato tutto di verde, definendolo genericamente ‘Zona Agricola’. Per il computer del Comune, oggi, il fazzoletto di terra nuda ha lo stesso identico valore e la stessa natura di un ghetto storico secolare. Abbiamo ancora sul nostro territorio intere zone che i cittadini continuano a chiamare con orgoglio il Ghetto Casale, il Ghetto Masere, il Ghetto della Gaiofana. E allora perché devono sparire dalle nostre mappe? Perché non devono avere più questo formale riconoscimento storico? Sia chiaro, da vecchio professionista sposo pienamente la filosofia del ‘saldo zero’ e del non consumo di suolo imposta dalle nuove leggi regionali. Non si chiede di fare nuove colate di cemento o di permettere speculazioni edilizie nelle nostre campagne. Ma una cosa diversa e molto più nobile: il rispetto della storia. Se il nuovo PUG recepirà passivamente la cancellazione fatta dal vecchio regolamento, metterà una pietra tombale sui nostri borghi del forese. La pianificazione moderna utilizza sempre di più termini come ‘rigenerazione’ e ‘cura della memoria’. Si dimostri questa sensibilità. Restituiamo ai vecchi ghetti la loro dignità storica sulle mappe di Rimini, perché cancellare il passato non è mai un buon modo per disegnare il futuro”.