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GRUPPO AEFFE, LʼORA PIÙ BUIA

Tagli per 221 dipendenti, soprattutto donne, oltre 170 nel Riminese. “Abbiamo pauraˮ

La crisi del Gruppo Aeffe, per decenni punto di riferimento del comparto moda sul territorio (e non solo, avendo raggiunto rilevanza internazionale), non è certo una novità, ma una realtà purtroppo nota da diversi anni. Che, però, diventa di stretta attualità in questi mesi, da quando l’azienda ha dapprima aperto la procedura di composizione negoziata e, soprattutto, ha avviato una fase di licenziamenti collettivi che interessa ben 221 dipendenti, la maggior parte dei quali (circa 170) nella sede di San Giovanni in Marignano. Una decisione che colpisce soprattutto per le sue modalità: comunicati addirittura a Natale, i licenziamenti (che coinvolgono in prevalenza donne) rimangono confermati nonostante le alternative proposte dai sindacati, dalla Regione e dai Ministeri del Lavoro e delle Imprese, alle quali, nei diversi incontri tenutesi nelle scorse settimane, l’azienda ha risposto negativamente, ribadendo la scelta della strada intrapresa. Una situazione rimandata al 2 marzo, data di un nuovo incontro con il Ministero. Cosa sta succedendo e quali i possibili riflessi in ottica occupazionale e, soprattutto sociale? Analizza la situazione Daniele Baiesi, segretario generale della Filctem CGIL di Rimini.

“Oggi prevale la preoccupazione e un sentimento di delusione. Soprattutto alla luce del recente incontro con il Mi-nistero delle Imprese (Mimit), al quale eravamo arrivati con un certo tipo di idea, anche grazie all’esito di alcune interlocuzioni con Ministero del Lavoro e Regione Emilia-Romagna che prefiguravano la possibilità di alcuni passi indietro rispetto ai licenziamenti. Incontro, però, che ha tradito ogni premessa, ossia l’impegno dell’azienda a presentare un concreto piano industriale che consentisse di sedersi a un tavolo per trovare una soluzione che tutelasse in primis i lavoratori. Tutto questo infatti non è avvenuto, un piano definito e completo ancora non c’è e, soprattutto, i licenziamenti sono già in atto, con circa 120 già realizzati dei 221 previsti, senza alcuna certezza sul prossimo futuro. Siamo di fronte, a nostro avviso, a una trattativa che con queste modalità non è degna del nostro territorio: l’azienda non sta minimamente tenendo in considerazione tutti gli strumenti disponibili per una gestione diversa, come la proposta dello stesso p p Mimit di usufruire del Fondo di salvaguardia imprese”.

Perché avviene questo?

“Di fronte a un muro di questo tipo si è portati a pensare che l’azienda voglia farsi trovare nelle condizioni migliori per poter essere messa sul mercato. Una strategia di uscita in cui la priorità non è la tutela dei lavoratori, ma mettersi al riparo e farsi trovare nelle condizioni più ‘appetibili’ possibili. Non solo: la situazione può anche suggerire l’ipotesi che ci sia già qualcuno che spinge affinché l’azienda arrivi ad avere determinate condizioni favorevoli per essere rilevata. Entrambi gli scenari, ovviamente, sono estremamente preoccupanti per i lavoratori, sia per coloro che subiranno il licenziamento sia per chi resterà, altra questione da non sottovalutare”.

Tutto l’impatto, infatti, è sui lavoratori. Di quali conseguenze occupazionali e sociali stiamo parlando?

“Per la mia esperienza, siamo di fronte a una situazione senza precedenti, almeno su questo territorio.

Senza precedenti per quanto concerne l’importanza dell’azienda coinvolta e le modalità messe in campo. Parliamo di un’azienda di rilievo internazionale, che è stata punto di riferimento per il territorio e che si trova a gestire questo momento di difficoltà voltando le spalle al territorio stesso. In questo tipo di scenari occorre andare davanti alle istituzioni, confrontarsi con i sindacati ed esporre il problema per trovare di concerto le modalità più giuste per arrivare a una soluzione. Questo non sta avvenendo e l’impatto sui lavoratori è profondo. E, come detto, non riguarda solo chi è stato raggiunto da licenziamento, ma anche chi rimane: con quale fiducia, alla luce di tutto questo, i lavoratori si rapporteranno da qui in avanti con l’azienda? Un impatto, dunque, che va oltre i licenziamenti”.

Volti e storie, non solo numeri Il sindacato sottolinea che impugnerà i licenziamenti, in attesa che la partita prosegua. Nel frattempo, l’attenzione non può che rimanere sui lavoratori e, in particolare, sulle numerose lavoratrici che si apprestano a vivere, ironia della sorte, un 8 Marzo tra i più amari delle loro vite. “ Dopo 25 anni di lavoro con impegno e dedizione, vengo messa alla porta con la scusa di non possedere una laurea, condizione che mai aveva causato problemi, lasciandomi a dover gestire un figlio da mantenere in un’epoca di forte crisi del lavoro e con un’età che non aiuta”; ho perso la principale fonte di reddito quasi all’improvviso e ho un mutuo. La prima idea, ad oggi, è quella di vendere casa e tornare a vivere dai miei genitori. Rimane l’incertezza e lo sconforto nel pensare al futuro”, sono solo alcune delle testimonianze che le lavoratrici hanno affidato in forma anonima alla stampa durante gli scioperi delle scorse settimane. Testimonianze da cui emerge anche la modalità con cui i licenziamenti sono stati comunicati alle dipendenti, che hanno creato un clima definito quasi da “ roulette russa”. Non sappiamo a chi toccherà domani ricevere la lettera di licenziamento. – riferisce un’altra dipendente, anonima – Eravamo alle macchine da cucire, hanno cominciato a chiamare le colleghe a una a una al piano superiore. Tornavano giù con in mano la comunicazione del licenziamento. Abbiamo paura”. L’azienda, al momento di andare in stampa, non ha replicato ufficialmente a quanto riportato dalla cronaca in questi mesi. La partita, dunque, continua. Non concedendo molto spazio all’ottimismo per quanto riguarda i lavoratori.