Home Ultimaora CLIMA, UN’ECOLOGIA INTEGRALE PER SALVARE LA TERRA

CLIMA, UN’ECOLOGIA INTEGRALE PER SALVARE LA TERRA

Si torna a parlare di crisi climatica. E, per alcuni aspetti, è già troppo tardi. Il punto di non ritorno, secondo la comunità scientifica internazionale, è vicinissimo e alcuni mutamenti all’ambiente portati dal riscaldamento globale sono già irreversibili. Fondamentale, dunque, tenere alta l’attenzione, e dare spazio al dibattito in qualsiasi occasione sia possibile. È ciò che sta facendo la Diocesi di Rimini, che con il proprio Progetto Culturale ha ospitato l’intervento del professore e climatologo Luca Fiorani (nella foto), fisico e docente all’Università Lumsa di Roma. Fiorani, autore di numerosi saggi sul tema  (l’ultimo dei quali è Happy planet. Guida ai grandi temi dell’ambiente, Città Nuova, 2021), scatta una fotografia allarmante della crisi in atto, ma nella quale non manca la speranza: arrivare a quella ecologia integrale che rappresenta la visione di Papa Francesco. 

Professore, la situazione è sempre più brutta.

“Il problema dell’ambiente che ci troviamo davanti oggi è un problema molto serio. Oggi sulla Terra siamo circa otto miliardi. Otto miliardi di persone che mangiano, respirano e inquinano: l’impatto sull’ambiente, oggi, è molto, molto forte”. 

Come sta oggi il pianeta Terra?

“Partiamo da un dato inconfutabile: il clima sta cambiando. Ce lo dice esplicitamente l’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, che è stato anche insignito del Nobel per la Pace nel 2007. E cosa ci dice l’IPCC nello specifico? Che se prendiamo la media della temperatura del pianeta dal 1850 al 1900 e la si confronta con la media del periodo 2011-2020, si registra un aumento di 1,09 gradi, di cui la quasi totalità, 1,07, è causato dall’attività dell’uomo, soprattutto l’utilizzo, in combustione, di carbone, petrolio e gas naturali”.

Con quali conseguenze?

“Dalla seconda metà del ventesimo secolo i ghiacciai terrestri e la banchisa artica si sono ridotti. Dal 1901 al 2018 il livello del mare si è innalzato di 20 cm. Tutti questi sono dati oggettivi, misurabili e misurati. Per non parlare dell’intensificarsi degli eventi atmosferici improvvisi ed estremi, di cui purtroppo abbiamo esperienza diretta in Italia sempre più di frequente”.

Da profani, però, si potrebbe dire che stiamo parlando di mutamenti di misura molto piccola avvenuti in periodi di tempo molto estesi.

“Attenzione a questo. È vero, in termini assoluti i valori di cui si parla possono sembrare di lieve entità, ma si tratta di valori che hanno a che fare con un sistema, com’è quello climatico, che si basa su equilibri delicatissimi. E non solo. I valori sui quali ragioniamo, sono importanti relativamente all’esistenza della specie umana: la Terra, come pianeta, sopravviverà. Andrà avanti comunque, a prescindere dalla presenza o meno dell’Homo sapiens. È, dunque, relativamente alla nostra condizione che dobbiamo approcciarci all’analisi di questi dati. E poi ci sono situazioni più macroscopiche: in Siberia, dal periodo 1951-1980 ad oggi, l’aumento della temperatura media è arrivato a ben 5 gradi, con gravi e preoccupanti conseguenze sul Permafrost (area molto estesa in cui il terreno è perennemente ghiacciato)”.

Si spieghi.

“Il Permafrost contiene metano, gas che contribuisce molto all’effetto serra: si crea, così, un pericoloso circolo vizioso, nel quale l’aumento delle temperature produce conseguenze che, anch’esse, contribuiscono ad intensificare il riscaldamento climatico. Un vero e proprio effetto valanga”.

Come ha accennato in precedenza, l’aumento della temperatura globale a cui stiamo assistendo è quasi completamente causato dall’uomo. Da cosa viene confermato questo nesso causale?

“Il primo indizio si ottiene guardando i grafici relativi all’andamento della temperatura media del pianeta da quando esiste l’uomo sulla Terra. Solo negli ultimi 150 anni, guarda caso l’epoca in cui l’umanità ha cominciato ad utilizzare i combustibili come forma principale di energia, emettendo gas serra, assistiamo a un picco delle temperature così importante, di un’entità tale che in natura non abbiamo mai osservato prima. Un’altra conferma deriva dai modelli climatici, ossia modelli fisico-matematici elaborati scientificamente che consentono di calcolare quale sarebbe stato l’andamento della temperatura del pianeta in assenza delle attività umane. Ebbene, dai modelli emerge in modo esplicito che, togliendo l’uomo dall’equazione, non si sarebbe verificato il picco vertiginoso di temperatura a cui, invece, assistiamo oggi. È, dunque, appurato: siamo noi che stiamo avvelenando questo pianeta. E anche noi stessi, perché tra le sostanze inquinanti che produciamo ci sono le famose polveri sottili, o Pm10, particelle del diametro di dieci milionesimi di metro che entrano nei nostri polmoni provocando diverse malattie, tra cui i tumori. E non parliamo di un rischio paventato o generico: ad oggi, abbiamo 9 milioni di morti all’anno in tutto il mondo per malattie legate a queste particelle”.

Un altro grande strumento con il quale stiamo avvelenando il mondo, al centro del dibattito già da diversi anni, è la plastica.

“A livello globale solo una piccola percentuale della plastica utilizzata riesce a rientrare nel ciclo produttivo. Il 30%, infatti, finisce direttamente nell’ambiente (come ad esempio gli oceani), un altro 30% viene raccolta nelle discariche e un ulteriore 30% viene bruciato. Ai ritmi attuali, nel 2021 produrremo circa 500 milioni di tonnellate di plastica e, di conseguenza, nel 2050 in mare sarà presente una massa di plastica più grande della massa di pesce. Dati che ci fanno capire, se ce ne fosse ancora bisogno, di come l’Homo sapiens sia diventata una specie in grado di modificare concretamente il pianeta”.

Un pianeta sul quale non siamo soli. Quali conseguenze stiamo producendo sulla biodiversità?

“Per intenderci, stiamo colpendo talmente tante specie animali da poter affermare che stiamo provocando la sesta estinzione di massa della storia del pianeta. Non c’è molto altro da aggiungere”.

Torniamo agli esseri umani e guardiamo al futuro. Chi pagherà il prezzo più alto di questa crisi?

“Pensiamo a uno degli effetti più macroscopici dei cambiamenti climatici, ossia gli eventi atmosferici improvvisi e violenti (di cui fate esperienza anche qui in Romagna): se eventi di questo tipo avvengono in Paesi sviluppati e strutturati, l’impatto sarà relativo e i danni abbastanza gestibili; ma se avvengono in Paesi più poveri e fragili, l’impatto è enorme. Si tratta, quindi, dell’ennesimo conto che facciamo pagare ai Paesi meno sviluppati. Ma non solo, c’è anche un prezzo da pagare a livello sociale, perché dall’effetto serra all’effetto-guerra il passo è breve: il disagio diffuso produce tensione sociale, la tensione conflitti e guerre. Secondo alcuni scienziati, la stessa guerra in Siria, simbolo di un conflitto che sembra non finire mai, sarebbe stato favorito dalle siccità causate dal riscaldamento globale. Per non parlare delle migrazioni massicce che la crisi climatica produrrà, con tutte le difficoltà sociali annesse”.

Da cosa partire per cambiare rotta?

“Bisogna intervenire sull’attuale modello di sviluppo, che non è più sostenibile da nessun punto di vista. E guardare, invece, a quella che definirei come ‘sostenibilità relazionale’: il vero sviluppo sostenibile sarà possibile solo se saremo capaci di costruire delle relazioni positive tra gli esseri umani, tra i corpi sociali e con l’ambiente che abitiamo. Il tutto cambiando prospettiva: focalizzarci sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale e non più su un solo indicatore come fatto fino ad oggi, ossia la crescita del PIL. Così facendo potremo raggiungere il risultato dell’ecologia integrale, la visione portata avanti dallo stesso Papa Francesco”.