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BLACK SAILS, COME ‘SMITIZZARE’ UN PIRATA

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Per parlare di narrazione legata ai pirati occorre partire dalla più classica delle storie di questo genere: “L’isola del tesoro”. Il romanzo di Robert Louis Stevenson, infatti, è tra le opere che hanno contribuito maggiormente a creare e diffondere i temi, le atmosfere e i canoni classici delle storie di avventura con protagonisti pirati, corsari e bucanieri in lotta per il dominio dei mari e delle sue ricchezze negli angoli più esotici della Terra. Cosa accadrebbe, però, se alla storia de “L’isola del tesoro” venissero tolti tutti gli elementi più romanzeschi e legati alla narrazione per ragazzi, inserendola nella nuda e cruda realtà delle guerra marittime del 18esimo secolo? 

 

La risposta a questa domanda è rappresentata da Black Sails, serie televisiva realizzata da Jonathan E. Steinberg e Robert Levine e andata in onda in Italia dal 2014 al 2017. Serie vecchio stampo, che non ha paura di proporre un numero elevato di episodi (38, divisi in quattro stagioni), Black Sails rappresenta l’antefatto del romanzo di Stevenson, raccontando le vicende che hanno portato l’ormai leggendario tesoro del Capitano Flint su un’isola remota dei Caraibi (e della mappa necessaria per ritrovarlo).

Come anticipato, però, la serie si cala in un contesto storico-realistico, lontano dagli stilemi classici della letteratura per ragazzi. Siamo nel 1715, in piena “età dell’oro della pirateria”, e fino a quel momento la figura del pirata è quella di un mero criminale del mare, animato dalla sola sete di ricchezze e sangue, e non certo da un romantico spirito di libertà e rivalsa contro tirannie, monarchie e dispostismi vari. Almeno finché sulla scena non arriva il Capitano Flint (interpretato da Toby Stephens): alla guida della sua nave Walrus, Flint è alla ricerca del galeone spagnolo Urca de Lima, che trasporta un enorme carico d’oro di proprietà della flotta delle Indie Occidentali. Assieme al proprio equipaggio, in cui ritroviamo le versioni giovani e “smitizzate” di alcuni dei più famosi personaggi della letteratura (dal quartiermastro Billy Bones al cuoco di bordo John Silver), Flint farà di tutto per mettere le mani su quell’immenso bottino, dando vita a tutta una serie di intrighi, giochi di potere, tradimenti e lotte per la supremazia dall’esito tutt’altro che scontato.

Il pirata: solo un mito?

Al di là degli esiti della narrazione (che lasciamo scoprire allo spettatore) ciò che colpisce di Black Sails è il suo intento di voler dare al pubblico degli appassionati del genere una rivelazione sconvolgente: il pirata classico, così come lo conosciamo oggi, in realtà non è mai esistito. Con il procedere degli episodi, infatti, ci si rende conto che la feroce sete di vendetta di Flint contro l’impero inglese non nasce da uno spirito di romantica voglia di libertà e di contrapporsi anima e corpo contro ciò che gli imperi rappresentano, ma da una battaglia strettamente personale che il Capitano ha intrapreso per poter riabilitare il proprio nome e tornare alla vita di prima, a quella società, sulla carta, tanto detestata. Il suo carisma e le sue imprese, però, cominciano a diventare fonte di ispirazione per i tanti uomini e donne che, in fuga dalla cosiddetta civiltà, si erano rifugiati nella vita da pirata, organizzando una comunità autogestita nell’ex colonia inglese di Nassau, sull’isola di New Providence. Guidati e ispirati dalla figura ormai mitica di Flint, la comunità dei pirati (tra i quali troviamo anche personaggi realmente esistiti, come Jack Rackam, l’inventore del Jolly Roger, la classica bandiera nera con teschio bianco, Anne Bonny, Charles Vane ed Edward Teach, lo spietato Barbanera) mettono da parte i propri contrasti e cominciano una vera e propria rivoluzione violenta contro tutto ciò che rappresenta la tirannia, la schiavitù, il dispotismo.

Una rivoluzione pirata, nata da un pirata, che tutto vuole fuorché vivere da pirata: questo è Black Sails.

Una serie da guardare?

Assolutamente sì. Black Sails ha un grande pregio: il coraggio di prendersi il tempo necessario per raccontare una storia al massimo delle sue potenzialità. Le vicende, infatti, partono da lontano, tanto che ai meno attenti ci vorrà diverso tempo per iniziare a intuire che si parla di una storia legata a “L’isola del tesoro”. Dal ritmo spesso lento e da una grande prevalenza dei dialoghi, gli episodi hanno la pazienza necessaria di presentare nel dettaglio l’ambientazione, i personaggi e il graduale svilupparsi dei loro rapporti, dando vita a intrecci labirintici in grado di creare nello spettatore un vero e proprio legame affettivo con chi è in scena. Ritmi lenti che poi, all’improvviso, lasciano spazio a degli acuti talmente ben piazzati da suscitare tutta la gamma di emozioni possibili nello spettatore. Sembra non succeda nulla e poi, improvvisamente, succede tutto.

Una serie consigliata a tutti gli amanti dell’avventura, degli intrighi di potere e dei personaggi con un’anima. E, soprattutto, della narrazione fatta con talento e cuore, che non è scontata al giorno d’oggi.

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