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Sara Caruso: dall’altra parte della rete, ma con il cuore a San Giovanni

Ci sono stagioni che non finiscono quando cala il sipario sul campionato. Restano dentro, perché hanno il volto di un sogno realizzato e, nello stesso tempo, quello di un dolore che non si cancella. Per Sara Caruso, San Giovanni in Marignano è stata entrambe le cose. La prima Serie A1 da titolare, l’emozione di entrare nel grande volley, la maglia della Omag indossata sul palcoscenico più importante. E poi Niscemi, i giorni drammatici, una ferita che ha cambiato il significato di quella stagione. In mezzo, però, c’è stato anche un grande abbraccio. Quello della squadra, della società e soprattutto dei tifosi, I Nipoti, che nei momenti più difficili le sono rimasti accanto. Senza fare rumore, con una vicinanza capace di andare oltre la pallavolo. Ed è forse proprio questo il ricordo più forte che Sara porta con sé della sua esperienza in terra di Romagna. E domenica, per la prima volta, la centrale siciliana riaprirà per un attimo l’album dei ricordi visto che con il suo Bisonte affronterà proprio Omag.

Ciao Sara, come va?
“Ciao. Benone, grazie”.

Sei pronta?
“Dai, proviamoci. Ma so già che mi commuoverò prima della fine”.

Se ti volti indietro e guardi allo scorso anno, quanto ti ha cambiata l’esperienza vissuta a San Giovanni?
“Parto con il dire che è stato un anno bellissimo, ma anche molto, molto difficile. Si sono incrociate due storie: quella sportiva e quella personale ed entrambe mi hanno cambiata profondamente insegnandomi tante cose. È stato un anno in cui ho capito che nello sport, così come nella vita, non bisogna mollare mai”.

Ti riferisci alla salvezza?
“Sportivamente parlando, sì. Ricordo ancora l’inizio choc. Sei partite, zero punti, ma soprattutto zero set vinti. Tutti ci davano già per spacciate. Certi discorsi, certi commenti me li ricordo ancora bene. Poi l’infortunio di Piove (Piovesan, ndr), qualche gara persa male, tutto sembrava remarci contro. Ma noi, in cuor nostro, abbiamo sempre avuto quella piccola arroganza di credere che la salvezza sarebbe stata possibile”.

E alla fine avete avuto ragione. Qual è stato, secondo te, il momento in cui avete capito davvero di potercela fare?
“Quando siamo ripartite dopo la sosta natalizia. Non so per quale motivo, ma lì la squadra ha avuto uno scatto. Sicuramente l’apporto di Zhuang è stato fondamentale, ma tutte siamo cresciute e tutte abbiamo iniziato a credere che il miracolo si potesse fare”.

Se ti chiedo cosa ti è rimasto di quel gruppo e se c’è una compagna con cui ha mantenuto un bel rapporto, tu cosa mi rispondi?
“Ti rispondo che di quel gruppo mi è rimasta proprio la grande voglia di non mollare mai, di credere sempre nelle nostre possibilità e in quella salvezza che per tanti, invece, era già persa. Sulla compagna, beh, quando sono arrivata c’erano già due mie grandi amiche: una era Sveva (Parini) con la quale in estate ero stata anche a New York, l’altra era Martina (Bracchi), due ragazze eccezionali, due amiche vere. Ma con tutte ho avuto un buon rapporto, se devo citarne due, però, ti dico Agata Tellone il mio centralone, Elizaveta Kochurina”.

Quando sei arrivata a San Giovanni hai detto che a convincerti era stata anche la presenza di Massimo Bellano e il progetto che ti aveva prospettato. Quanto è stato importante per la tua crescita il lavoro con lui?
“Tantissimo. Ma non solo quello con Max, ma con tutto lo staff: da Luca Mandoloni a Jerry Mazzini passando per Alessandro Zanchi, Emanuele Aime: insomma, tutti. Come dicevo prima, nel corso dei mesi la squadra ha fatto un grande passo avanti, tutte noi, prese singolarmente, siamo cresciute e alla fine il lavoro d’insieme ci ha portato a raggiungere il nostro obiettivo”.

C’è una partita che ti piacerebbe rigiocare?
“Certo che c’è, quella di andata in casa di Macerata. Abbiamo perso 3-0 giocando forse la gara più brutta della nostra stagione. In campo si avvertiva come un muro divisorio. Il martedì quando siamo tornate in palestra ci siamo chiuse dentro lo spogliatoio, ci siamo guardate negli occhi e ci siamo parlate. È stata una chiacchierata lunga dove ognuna di noi ha espresso il suo parere. Da lì devo dire, da quel confronto franco, è cambiato tutto. Tanto è vero che la domenica successiva abbiamo battuto Cuneo 3-0”.

Prima, Sara, dicevi che per te, quella dello scorso anno, è stata una stagione molto particolare perché a livello personale hai vissuto un vero e proprio dramma legato alla situazione di Niscemi dove tu hai famiglia, amici, casa. Non deve essere stato facile continuare a giocare.
“Hai usato il termine esatto: è stato un dramma. Una cosa che non auguro a nessuno di vivere. Ma ho avuto una grande fortuna, avere accanto le mie compagne, la società, ma soprattutto I Nipoti. Quello che hanno fatto per me, per la mia terra… (Sara si ferma, l’emozione prende il sopravvento…) ecco, lo sapevo, sapevo che mi sarei messa a piangere. Dicevo, quello che hanno fatto con ‘Una Piadina per Niscemi’ non lo dimenticherò mai. Grazie agli oltre 3.000 euro raccolti abbiamo potuto iniziare i lavori all’interno della chiesa di Santa Maria d’Itria, la mia chiesa. Le parole d’affetto, di speranza, gli abbracci mi hanno aiutata in un momento davvero difficilissimo. E io non lo dimentico, sarò eternamente grata a tutti loro”.

Se dovessi raccontare San Giovanni in tre parole, quali useresti?
“Anche qui, pochi dubbi: piadina, famiglia, opportunità”.

Perché, allora, la decisione di andare a Firenze?
“Per una serie di circostanze che non sto qui a dire. Molto è dipeso anche dalla famiglia. Nel senso che a una ventina di chilometri ci lavora mio fratello Giovanni e ci sono anche i miei zii. Come ho già detto, ringrazierò sempre Consolini perché mi ha dato l’opportunità di esordire per la prima volta da titolare in Serie A1 e di mettermi in mostra, Firenze per me rappresenta una grande sfida. Ha un roster di primissimo livello e sono felice di farne parte”.

Domenica cosa ti aspetti?
“
Domenica non so cosa succederà. Sarà sicuramente un’emozione forte perché rivedrò tante facce amiche. In realtà le ho già viste al Trofeo McDonald’s, ma il campionato è un’altra cosa. Anche se a livello personale, il ritorno a Cervia sarà più emozionante”.