È vero siamo in campagna elettorale, ma almeno si facciano proposte che abbiano un senso logico e attuabile. L’annunciata stretta di Meloni sulle “classi ghetto” si è già scontrata con le difficoltà e le logiche normali di un rientro a scuola.
La prima considerazione è che si continua a parlare di studenti stranieri anche quando la gran parte dei bambini e dei ragazzi, come dimostrato a Rimini in precedenti nostre inchieste, è nata in Italia e ha fatto il percorso di tutti i bambini: nido, scuola materna e primaria. Dunque ha le stesse condizioni dei bambini “italiani”.
In alcune situazioni, città (come per esempio Prato) o in alcuni plessi scolastici, gli “stranieri” sono la maggioranza. La nuova legge in discussione al Consiglio dei ministri imporrà a ogni scuola di non superare il tetto del 30% di alunni stranieri.
In realtà, è un obbligo che vale dal 2010, quando una circolare dell’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini aveva imposto lo stesso limite. Eppure, per 16 anni, la direttiva è rimasta di fatto lettera morta. «Negli istituti comprensivi è impossibile rispettare una legge del genere. – afferma un dirigente – Come posso rifiutare l’iscrizione di un bambino e spedirlo all’altro capo della città?».
Ed ecco arrivare una prima precisazione. Pare infatti che dal decreto legge saranno esclusi tutti gli alunni che mostrano buone conoscenze di italiano. Di fatto, escludendo gli studenti di seconda generazione, la misura non coinvolgerà più di un alunno straniero su tre.
Ma lo stigma verso le scuole a maggioranza straniera non trova conferma nelle prove Invalsi.
Se, per ovvi motivi, le competenze in Italiano sono più basse tra gli alunni con background migratorio, non vale lo stesso per Matematica e Inglese. Nella prima, il divario si assottiglia man mano che si accumulano anni di studio.
Per quanto riguarda la lingua straniera, invece, sono gli italiani a dover colmare un divario con gli alunni stranieri. «I voti degli stranieri che fin da piccoli hanno studiato in Italia, alle fine della terza media, sono più alti di quelli degli italiani», spiega Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides.
In generale, la percentuale delle classi che mostra livelli critici di apprendimento dell’italiano si attesta ad appena lo 0,6% su scala nazionale.
Sul divieto di burqa e niqab in classe proposto da Meloni, infine, le perplessità di chi opera nelle scuole al momento sono poche, praticamente nulle, perchè non c’è il problema.
A parte che la legge italiana già lo vieta in luoghi pubblici e la scuola lo è, il velo integrale, secondo una rilevazione di Tecnica della scuola, è indossato solo da una studentessa su 660 in Italia. Lo 0,15% del totale.
Un dibattito dunque che serve solo ad accarezzare pensieri razzisti.

