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Il business della guerra

BANCHE ARMATE. L’economia bellica cresce in tutto il mondo, anche grazie al contributo degli istituti di credito, molti dei quali presenti e attivi a Rimini

Tra illusione e ipocrisia.

In Italia, e in generale in Occidente, in questa bolla di (relativa) pace e serenità in cui ci troviamo a vivere, c’è la diffusa sensazione che la guerra sia una realtà distante, che rattrista e indigna ma che, di fatto, fa solo da sfondo alla quotidianità e, soprattutto, non ci riguarda a livello di responsabilità. Ma non è così: le guerre di oggi ci riguardano eccome, da vicino e in modo molto concreto. Perché a finanziarle sono (anche) quelle banche che popolano le nostre città e che gestiscono i risparmi di molti di noi. Una situazione che tocca, ovviamente, anche Rimini.

Il contesto

Proprio nello scorso numero de ilPonte, il vescovo emerito di Rimini Francesco Lambiasi sottolineava, in un lucido editoriale, la necessità di stimolare “ la crescita di una responsabilità comunitaria per fare insieme quel prezioso passaparola per cui non ci stancheremo di ricordarci a vicenda di quanto sia aumentata a una velocità inedita la spesa militare, che secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) ha superato nel 2024 il livello record di 2.700 miliardi di dollari”. Sono proprio i numeri a dare un quadro globale sconfortante. Nel 2024, infatti, la cifra appena citata rappresenta un aumento della spesa militare nel mondo del 9,4% rispetto al 2023, dato in crescita da 10 anni consecutivi e aumento più marcato dalla fine della Guerra Fredda, in tutti i continenti. Sempre secondo i dati del SIPRI, l’economia della guerra è in crescita da 10 anni anche in UE, con la spesa dei Paesi membri che nel 2024 è stata pari a 343 miliardi di euro.

Nel quinquennio 2020-2025 tale aumento sarà pari al 62,8%. L’Italia non è da meno: le esportazioni di armi prodotte da società italiane sono cresciute sensibilmente nel 2024, raggiungendo oltre 7,6 miliardi di euro, +35% sul 2023, posizionando il nostro Paese al sesto posto tra i maggiori esportatori globali, con un +138% nel quinquennio 2020-2024 (dati della Rete Italiana Pace e Disarmo). Nel 2025 il valore complessivo delle “autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” è stato di oltre 11 miliardi di euro, di cui 9,1 miliardi esportate all’estero (+19%).

Le banche armate a Rimini

Come detto, a tutto questo contribuiscono anche numerose banche presenti in Italia, territorio di Rimini compreso. Una panoramica in questo senso è possibile grazie alla relazione annuale del Ministero dell’Economia-Dipartimento del Tesoro, sulle attività degli istituti di credito relative alla legge 185 del 1990, che disciplina la trasparenza sulle transazioni legate ai materiali di armamento. Un documento dal quale emerge l’entità dell’impegno profuso dalle “nostre” banche sulle esportazioni nel 2025. La parte del leone la fa in primis Unicredit, che tra la sua società factoring e la spa fa registrare importi per oltre 1 miliardo e 672 milioni di euro, seguita da BNL (Banca Nazionale del Lavoro) e Deutsche Bank, rispettivamente con circa 1 miliardo e 421 milioni e 1 miliardo e 13 milioni di euro. Ma sono tante le banche presenti in questa lista: BPER Banca (quasi 30 milioni di euro), Intesa San Paolo (oltre 518 milioni), Monte dei Paschi di Siena (4 milioni e 474mila euro), Banco BPM (circa 103 milioni 488mila euro),

Banco Santander (circa 10 milioni e 636mila euro) e BNP Paribas Succursale Italia con oltre 203.300 euro. Presente inoltre Crédit Agricole, particolarmente nota a Rimini per le vicende che hanno portato all’acquisizione di Banca Carim, le cui operazioni ammontano a quasi 164 milioni di euro. Da segnalare, infine, il contributo di Poste Italiane

che arriva a sfiorare quota 338mila euro: un dato amaro, considerato che allo stesso tempo la qualità del servizio postale continua a peggiorare su tutto il territorio (non solo locale). Un quadro complessivo a cui si aggiungono altri milioni di euro di “importi accessori”.

Un approccio che cambia

Ma tutto questo, seppur già eloquente, non basta. Il commercio bellico, per sua natura, soffre di una certa mancanza di trasparenza, dovuta a fattori legati a interessi strategici e di sicurezza degli Stati che impongono diversi livelli di riservatezza, a cui si aggiungono discipline giuridiche diverse e frammentate in tutto il mondo, rendendo complessa la ricerca e verifica delle informazioni.

Per questo diventano preziose le attività di indagine di enti indipendenti, come il già citato SIPRI o come il lavoro di Fondazione Finanza Etica, che ogni anno pubblica assieme a Rete Italiana Pace e Disarmo il report ZeroArmi che analizza il grado di coinvolgimento delle principali banche italiane nel settore della produzione, del commercio e dell’export di armamenti, applicando a ogni istituto punteggi sulla base di diversi criteri. Report che, nel 2025, vede emergere in modo particolare Deutsche Bank (65,6 punti), Santander (63,8), Unicredit (52,4), Intesa San Paolo (49,3), Credem (47,3) e Monte dei Paschi di Siena (46,5), con altre banche a coinvolgimento moderato (come Crédit Agricole, 15,4 punti) e minimo (come BPER e BPM, 21,5 e 23 punti).

Da sottolineare, infine, che Banca Etica è l’unico istituto a punteggio zero, avendo scelto di non contribuire a qualsiasi tipologia di armamento, senza eccezioni. “ Per i gruppi bancari maggiormente coinvolti nel processo di riarmo, l’attitudine verso il settore degli armamenti è cambiata. – conclude il report – Se lo scorso anno l’impegno di questi gruppi era orientato soprattutto a minimizzare il proprio coinvolgimento, proponendo un’immagine di scarso coinvolgimento del settore degli armamenti sul totale degli asset gestiti e richiamando un presunto scarso ‘appetito’ verso questo business, nel 2025 la loro indisponibilità al confronto può essere letta come una sostanziale indifferenza rispetto a una immagine pubblica di banche apertamente ‘riarmiste’.

L’essere una ‘banca armata’ non rappresenta più, per gli stessi gruppi bancari, uno stigma né un fattore di rischio reputazionale”. E questo è ciò che fa davvero paura.