Qualche anno fa chiesi, per curiosità, ad una mia nipotina che faceva la seconda elementare, quanti fossero gli stranieri suoi compagni di classe. Mi rispose: “Nessuno”.
Alchè intervenne la mamma: “Ma come? C’è una cinese, una ucraina e due marocchini”. Compresi che certe distinzioni così marcate sono solo nella testa degli adulti.
Fra qualche giorno verranno resi pubblici i dati delle preiscrizioni alle scuole per l’anno 2026/7 e ci sarà qualcuno che protesterà per la troppa presenza di bambini stranieri in alcuni plessi. Premesso che non è positivo che accadano queste concentrazioni, specie in alcuni quartieri, occorre anche sfatare il luogo comune che la presenza di bambini stranieri abbia un impatto negativo nella formazione dei figli. Ad ogni avvio di anno scolastico i media, sollecitati da comitati di genitori, non mancano di menzionare quelle scuole dove l’alunno italiano è “circondato” da compagni stranieri. Di solito sono analisi superficiali che non precisano ad esempio quanti alunni di origine straniera hanno vissuto il viaggio migratorio, quanti sono nati in Italia o hanno la cittadinanza italiana o un genitore italiano.
A questo si aggiungono le resistenze delle famiglie in un Paese in cui lo straniero è dipinto ancora come manchevole e bisognoso. In realtà gli allievi stranieri rappresentano un universo molto variegato, in cui convivono storie personali, familiari e di rapporto con il contesto italiano assai diverse, come diversa, a volte molto diversa, la provenienza dei flussi migratori (Africa,
America Latina, Est Europa).
Certamente le cose in questi anni sono cambiate, anche perché il numero degli studenti di seconda generazione, cioè nati in Italia o con esperienze di socializzazione e quindi di approccio alla lingua italiana da quando erano piccoli, è cresciuto ed è stato un elemento di distensione, perché ha sollevato gli insegnanti dalle difficoltà di comprensione linguistica, dalla necessità di mediatori culturali e di proporre percorsi e programmi differenti. Questo non esclude certamente, a volte, la necessità di interventi linguistici personalizzati anche oggi, ma molto meno che in passato. Agli insegnanti il lavoro più difficile, spesso lasciati soli nel rapporto (questo sì non sempre facile) con le famiglie degli alunni, ma anche nella necessità di attuare piani educativi individualizzati. La priorità di insegnare la lingua pur restando fondamentale, rischia di ridurre l’inserimento a questo aspetto, col rischio di giudicare lo studente principalmente alla luce della carenza linguistica e meno per l’insieme delle risorse possedute, compreso il bilinguismo, che lo potrebbe invece connotare positivamente.
E per comprendere che le soluzioni dei problemi possono essere tante, va detto che in alcune scuole di questa Italia geniale, insegnanti madrelingua accompagnano gli studenti nell’avanzare degli studi, mentre procedono con l’apprendimento della lingua italiana. Scuole di frontiera con un ricco patrimonio di esperienze e di pratiche che possono diventare conoscenza condivisa.

