REFERENDUM. Importante votare il 22 e 23 marzo: le ragioni dei favorevoli e dei contrari
Cosa dicono le nuove regole?
Nel corso del dibattito del 20 febbraio in sala Manzoni a Rimini tra l’avvocato Alessandro Sarti, per il sì, e il magistrato Stefano Celli, per il no, moderato dal giornalista Giorgio Tonelli, il magistrato Stefano Beltrami ha illustrato i punti salienti della riforma costituzionale che bisognerà confermare o meno in occasione del referendum del 22 e 23 marzo. Vai su https://www.ilponte.com/riforma-della-giustizia-si-o-no/ per leggere la sintesi.
Alessandro Sarti, avvocato Unione camere penali relatore per il sì

Qual è il problema principale della giustizia italiana?
“Dare seguito a quanto previsto dall’articolo 111 della Costituzione: che il processo si svolga davanti a un giudice non solo indipendente e imparziale, ma anche terzo, cioè equidistante, rispetto alle parti. La riforma mira ad attuare il principio del giusto processo. Oggi il Consiglio superiore della magistratura comprende sia magistrati requirenti sia magistrati giudicanti, una comunanza di carriera e di organi di autogoverno che rende problematico lo status di piena terzietà”.
Quali sono i cambiamenti più rilevanti introdotti dalla riforma?
“Non basta che il giudice sia intrinsecamente imparziale. Deve anche apparirlo. Ma il giudice non può essere pienamente terzo se l’organo di autogoverno della magistratura resta unitario. Il Csm si occupa degli avanzamenti di carriera, delle valutazioni di professionalità, dei trasferimenti. Se vi siedono insieme pubblico ministero e giudice che, in aula, si ritrovano uno di fronte all’altro, le valutazioni professionali e le progressioni di carriera risultano in qualche misura intrecciate”.
Chi trarrebbe maggiore beneficio dalla vittoria del sì?
“L’intero sistema. Giuliano Vassalli, autore del codice del 1989, affermava il rito accusatorio non può funzionare senza la separazione tra giudice e pubblico ministero. Un processo moderno, equilibrato, coerente con il modello accusatorio consentirebbe all’Italia di allinearsi alle democrazie più avanzate. A beneficiarne sarebbero tutti, ma in primo luogo i magistrati stessi. Pubblico ministero e giudice svolgono funzioni profondamente diverse, ma oggi seguono la stessa formazione”.
Le conseguenze del voto?
“Non c’è rischio che il pubblico ministero finisca sotto il controllo dell’esecutivo. Lo dice il testo normativo. L’articolo 101 della Costituzione stabilisce che i giudici sono soggetti soltanto alla legge: non è stato modificato. L’articolo 109 prevede che l’autorità giudiziaria disponga direttamente della polizia giudiziaria: non è stato toccato. L’articolo 112 sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale: il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitarla. Non è il ministro a dirgli quando e come farlo. Ed è proprio questo il punto cruciale sul quale, eventualmente, si sarebbe potuto incidere per sottoporre il pubblico ministero alla politica. Ma non è stato modificato. Anche l’articolo 104, nella sua prima parte, resta invariato e ribadisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Se un domani dovessimo discutere di una riforma che mettesse in discussione questi principi, sarei il primo a schierarmi per il no. Se vincerà il sì, dovremo essere tutti vigili perché nessuno alteri gli equilibri”.
Il sorteggio per i componenti del Csm?
“I magistrati che ogni mattina troviamo nelle aule a decidere su questioni gravissime sono perfettamente in grado, se sorteggiati, di svolgere anche compiti di amministrazione. Si tratta di un sorteggio qualificato tra funzionari dello Stato. Per quanto riguarda i membri laici si parla di sorteggio temperato. Il Parlamento li sceglie tra gli avvocati con almeno quindici anni di esperienza, che credo siano circa 130 mila, e tra i professori universitari ordinari, che sono circa 2.900”.
Il mancato dibattito parlamentare?
“Il fatto che il Governo abbia tirato dritto è dovuto anche al fatto che c’è chi non ha nemmeno voluto aprire un dialogo con il Governo. L’Associazione nazionale magistrati ha dichiarato immediatamente lo sciopero nel momento in cui questa riforma è stata messa sul tavolo”.
Cosa direbbe a chi non sa se andare a votare?
“Abbiamo la possibilità di decidere se vogliamo un processo penale moderno e democratico oppure se vogliamo restare in un assetto che non rappresenta un’evoluzione coerente con il modello scelto nel 1988-89. È una scelta che riguarda tutti, non solo gli addetti ai lavori. L’astensione su temi costituzionali significa rinunciare a incidere su un equilibrio che riguarda le libertà fondamentali”.
Perché votare sì?
“Il processo penale è una sorta di cartina di tornasole per capire il grado di democraticità, di avanzamento e di modernità di un Paese. Spero che con la terzietà del giudice si faccia un passo avanti. È vero che in molti modelli di processo accusatorio il pubblico ministero finisce sotto l’esecutivo. Per evitarlo abbiamo seguito il modello portoghese, che funziona molto bene”.
Stefano Celli, magistrato vicesegraterio Anm relatore per il no

Qual è il principale problema della giustizia italiana?
“Ho incontrato piccoli proprietari di appartamenti che dicono: ‘Il mio inquilino non paga l’affitto. Ho bisogno che o paghi o lasci l’immobile’. Non parliamo di grandi imprenditori, ma di persone che contano su quella rendita per vivere. Ho incontrato lavoratori che dicono: ‘Sono stato pagato meno di quanto mi spettava. Voglio che la mia causa di lavoro non duri due, tre, quattro anni’. Cosa chiedono? Che un magistrato tuteli i loro diritti in tempi certi. Questo è il vero problema. Con l’ufficio per il processo (Pnrr) e l’assunzione di circa 12mila persone fino al 30 giugno di quest’anno, si è registrato un abbattimento straordinario dei tempi e dell’arretrato. Ora si decide di sdoppiare il Csm, raddoppiandone i costi, mentre 8mila di quei 12mila addetti all’uffi cio per il processo non saranno confermati. È inevitabile che i tempi tornino ad allungarsi”.
I cambiamenti più rilevanti della riforma?
“Lo sdoppiamento del Csm e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare: rischiano di rendere la magistratura meno autonoma, meno indipendente, più esposta alla pressione politica. Il Csm oggi è un organo unitario che tutela l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Se si divide, il potere si frammenta. Quanto all’Alta corte disciplinare, è giusto che chi sbaglia paghi. Ma già oggi i magistrati
rispondono disciplinarmente: circa la metà delle azioni disciplinari si conclude con una condanna; una percentuale significativa si chiude con dimissioni prima della decisione; le assoluzioni sono meno della metà. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, ha affermato che occorre porre fine a interpretazioni della legge da parte dei giudici ritenute “contrarie alla volontà popolare”. Ma chi stabilisce qual è la volontà popolare? In uno Stato di diritto, il giudice applica la legge secondo Costituzione, non secondo l’indirizzo politico del momento”.
Chi verrà penalizzato dalla riforma?
“I primi a rimetterci saranno i cittadini, soprattutto quelli più deboli. Per noi magistrati, in realtà, non cambierà molto.
Lo stipendio resterà lo stesso. Andremo in pensione come prima. Avremo gli stessi uffici”.
Le conseguenze del voto?
“Se vincesse il sì, formalmente resterebbe l’indipendenza, ma in tutti i Paesi in cui il pubblico ministero non appartiene all’ordine giudiziario, esso è in qualche modo sottoposto all’esecutivo. Pensiamo a casi come quelli di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi o ai fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova. Se il pubblico ministero dipendesse dall’esecutivo, come verrebbero trattati procedimenti che coinvolgono apparati dello Stato?”.
Il sorteggio per i membri del Csm?
“Vi è mai capitato di scegliere il medico di base? Quando c’era più disponibilità, lo sorteggiavate oppure andavate da uno di cui vi fidavate? Un’altra metafora: il miglior cardiochirurgo d’Italia è automaticamente anche un eccellente direttore sanitario?
Forse sì, forse no. Sono competenze diverse. C’è poi un altro punto da chiarire. Si è detto che il processo sarebbe come una partita: deve vincere il migliore. In realtà, nei sistemi con logica fortemente accusatoria molti imputati patteggiano, perché non possono permettersi una difesa costosa e rischiosa. Il processo italiano, per fortuna, non è una partita, un gioco. Non deve “vincere” il migliore. Deve cercare, per quanto possibile e secondo le regole, la verità”.
Il mancato il dibattito parlamentare?
“Da quanto ci è stato riferito nei confronti con i gruppi parlamentari (sia di maggioranza sia di opposizione) l’impostazione è stata: questa è la riforma e non si tocca. Se fosse stato possibile introdurre modifiche condivise forse il dibattito sarebbe stato meno polarizzato”.
Cosa direbbe a chi non sa se andare a votare?
“La partecipazione è il cuore della democrazia. Siamo di fronte a una scelta che incide sull’assetto dei poteri dello Stato.
Non è una questione tecnica per addetti ai lavori. Decideremo su come vogliamo che funzioni la giustizia nel nostro Paese e su quali garanzie vogliamo preservare”.
Perché votare no?
“Gli equilibri costituzionali possono essere corretti e migliorati, ma non stravolti. Si è citato Giuliano Vassalli. Da presidente della Corte costituzionale firmò una sentenza in cui si affermava che non è necessaria una riforma costituzionale per distinguere le funzioni tra giudice e pm. Di fatto, le carriere sono già separate: oggi il passaggio è possibile una sola volta.Mi viene il sospetto che dietro questa riforma ci sia qualcosa di più profondo”.

