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“Qui, oggi, Gesù ha bisogno di noi”

Otto Marzo in Terra Santa (3). Bethlehem Living Stones per non andare via: la storia di Wafa Musleh

Rinascita e resistenza in Medio Oriente passano dall’incontro con amici che restano e riscaldano il cuore 

In Terra Santa l’Otto Marzo quest’anno rischia di essere segnato dalle sirene antiaeree, dopo il riavvio delle ostilità innescato dall’attacco Usa-Israele all’Iran. Un conflitto che al momento sembra in continua escalation. E che probabilmente toglierà anche l’ultimo filo di riflettori che fino od oggi erano puntati sulla Palestina.

La situazione qui non è buona e per nulla sicura”, ci conferma Wafa Musleh, presidente dell’associazione Bethlehem living stones (pietre vive). Nella città della natività vive con il marito e le sue tre figlie. Quella di Wafa è una storia coraggiosa di resistenza umana e cristiana che incrocia la vita di tante donne palestinesi, che ogni giorno decidono di non lasciare la propria terra.

Bethlehem Living Stones sostiene le donne creando spazi sicuri e rispettosi, nei quali possano crescere nella fiducia in sé, nella leadership e nella vita spirituale, nel rispetto dei valori culturali locali. L’associazione incoraggia la partecipazione attiva delle donne al servizio della comunità, all’educazione e al dialogo, aiutandole a rafforzare la propria voce all’interno delle famiglie e della società. Allo stesso tempo promuove la dignità, il rispetto reciproco e le pari opportunità, in modo attento e sensibile al contesto sociale e religioso della regione”, spiega.

Wafa Musleh lavora da quasi 26 anni all’ospedale pediatrico di Betlemme. Ha iniziato come assistente sociale e oggi è responsabile del reparto che si prende cura delle puerpere.

Per Wafa la missione dei cristiani in Terra Santa è custodire i luoghi, i segni e la memoria del passaggio di Gesù. E anche le persone che li abitano e rendono vivi ancora oggi. Ma nella sua vita non è sempre stato così. Per un certo periodo è stata arrabbiata con Dio a causa della quotidianità segnata dal muro costruito da Israele e dalle restrizioni, “senza libertà”, una “ vita rubata”. Pregava spesso chiedendo al Signore di cambiare la situazione, di offrire alle sue figlie una vita diversa.

Ha tentato di convincere il marito a emigrare, ma lui non ha accettato. Era come se “ Dio fosse sordo” alle sue suppliche. “ Mi hai portata qui come cristiana, ma io non voglio più vivere così. Voglio scappare. Se non mi rispondi, arrangiati”, pregava. Un giorno, lo ricorda bene ancora, si è tolta la croce dal collo. “ Tu vai per la tua strada e io vado per la mia”, disse. Ma la vita, senza quel legame, era diventata vuota.

Un altro giorno, era il 2013, e anche questo lo ricorda bene, al suo ospedale arrivarono degli italiani dell’associazione Pro Terra Sancta per visitare il reparto. Pensò: “ Verranno, vedranno, faranno una donazione e se ne andranno come tutti gli altri”. Invece, quegli italiani proposero di incontrasi nuovamente la sera per approfondire la conoscenza reciproca. “Per la prima volta qualcuno si interessa davvero a noi”, pensò con stupore.

Wafa racconta il suo incontro con quegli amici (che poi scoprì essere del movimento di Comunione e liberazione) come l’incontro dei discepoli con Gesù risorto. “ Ogni persona nasce con un seme dentro di sé, che rappresenta l’amore di Cristo”. Con loro trascorreva ore a discutere: un dialogo vivo, convincente. “ Anche oggi Gesù ha bisogno della nostra compagnia. Attraverso l’amicizia con i discepoli ha trasformato il mondo”, sottolinea spesso Wafa. L’amicizia con quegli italiani le ha permesso di aprire il cuore e gli occhi alla bellezza della sua vita, nonostante gli ostacoli e le sfide che si vivono quotidianamente ancora e proprio adesso in Terra Santa.

Attraverso questa amicizia ho incontrato Gesù. Le circostanze che viviamo sono rimaste le stesse, ma io sono cambiata. Ho capito che questa vita a cui siamo chiamati noi è una benedizione”.

Wafa ha così ricompreso il valore della presenza cristiana in Terra Santa, delle donne e anche degli uomini. Ma come trasmettere questa consapevolezza al resto del mondo?

Una domanda che si è fatta ancora più urgente con lo scoppio del conflitto a Gaza.

Da questo cammino, proprio per sostenere la presenza cristiana in Terra Santa, è nata l’esperienza di Bethlehem Living Stones, sostenuta anche dal progetto Star-T finanziato dalla Regione Emilia Romagna. Propone moduli didattici nelle scuole per educare i giovani alla pace e alla libertà.

“Raccontare i semi di speranza sotto le macerie”

Con lo scoppio del conflitto in Iran è fin troppo facile ipotizzare che la già poca attenzione riservata alla Palestina vada a spegnersi definitivamente. Qualche settimana fa, quando la situazione geopolitica dell’area medio orientale in realtà era diversa, la giornalista di Tv2000 Alessandra Buzzetti, corrispondente da Gerusalemme, puntava l’accento sull’importanza al contrario di continuare a raccontare proprio la Terra Santa con le sue pietre vive. “Questo è il tempo in cui bisogna tentare di riallacciare dei fili, di tentare appunto di ricostruire, di andare a cercare anche quei barandelli di umanità che questa strada la vogliono percorrere”, aveva detto. “Penso sia davvero importante continuare a raccontare questa terra. Il conflitto (arabo-israeliano, ndr) purtroppo andrà avanti ancora tanti anni, e raccontarla anche cercando quei semi di speranza che anche sotto le macerie comunque continuano ad esserci”.