Home Attualita Sfruttamento 2.0

Sfruttamento 2.0

Un’inchiesta della Procura di Milano porta alla luce condizioni di lavoro inaccettabili per i rider del cibo a domicilio. “Caporalato digitale”. E a Rimini?

Li vediamo ogni giorno sulle nostre strade, tra le case, fuori dai locali e dagli uffici, sfrecciando sulle loro biciclette e sfoggiando i colori dei marchi aziendali più diversi. Sono i cosiddetti rider del cibo a domicilio (food delivery), la cui presenza è talmente diffusa, costante e quotidiana da diventare normalità. Eppure, purtroppo, di normale c’è ben poco, soprattutto per quello che dovrebbe essere il mondo del lavoro in un Paese civile. Parliamo di un tipo di occupazione che rientra in quel bacino eterogeneo di impieghi che prende il nome di gig economy, lavori a chiamata somministrati attraverso moderne piattaforme digitali e app per cellulare. E che, ormai da tempo, è al centro di dibattito in merito alla tutela dei lavoratori, in particolare per quanto riguarda orari, incolumità fisica e retribuzione: le condizioni di lavoro dei rider (in prevalenza stranieri, immigrati e studenti) appaiono spesso al limite, con enormi distanze percorse in bicicletta ogni giorno, agli orari più disparati e per un ritorno economico insufficiente. Un tema che è diventato di stretta attualità proprio in questi giorni, quando la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta che alimenta tutti questi dubbi: sfruttamento del lavoro, caporalato e salari sotto la soglia di povertà contestati a Foodinho-Glovo, uno dei marchi più noti del settore, tanto da portare alla nomina d’urgenza di un amministratore giudiziario per l’azienda. Un commissariamento a cui, pochi giorni dopo, ha fatto seguito il controllo su un altro colosso del comparto, Deliveroo, che ha portato alle stesse conclusioni. Il quadro che emerge è allarmante e sconfortante: ai rider (circa 20mila a livello nazionale per Deliveroo, 40mila per Glovo) sarebbero state corrisposte retribuzioni fino al 75%-90% inferiori alla soglia di povertà, con testimonianze raccolte che parlano di giornate lavorative da 11 ore, con 100-150 km percorsi al giorno in bicicletta (elettrica) e una vita completamente regolata da un algoritmo, per 3-4 euro di compenso a consegna.

Il contesto

Il mondo dei rider, nato quasi come una “giungla”, oggi ha una sua regolamentazione in Italia. Una prima legge nel 2019, poi nel 2021 è stato stipulato il primo contratto collettivo tra il sindacato UGL e AssoDelivery, l’associazione italiana che rappresenta l’industria del cibo a domicilio, che ha introdotto specifiche tutele, a cui ha fatto seguito anche una disciplina europea, quando nel 2024 l’UE ha varato una Direttiva sul tema, che il nostro Paese deve recepire. Nonostante questo, però, la situazione rimane complicata. Ne è ennesima dimostrazione un recente studio condotto da Nidil Cgil, il sindacato che tutela le forme di lavoro atipiche, da cui emerge che il salario medio dei rider, inquadrati prevalentemente con rapporti di lavoro autonomo e, in forma residuale, con forme di parasubordinazione, non vada oltre i 4 euro (lordi) a consegna, nessuna indennità per le spese sostenute nei viaggi (in molti casi con mezzi propri, oltre il 92% degli intervistati) o tutele nei lunghi spostamenti (media di oltre 40 km al giorno) con 4 rider su 10 che dichiarano di essersi infortunati almeno una volta.

Secondo il report, inoltre, la maggior parte dei rider intervistati svolge questo impiego come principale occupazione (76%), portando alla necessità di lavorare anche 7 giorni a settimana (73%) fino a 10 ore al giorno (quasi un rider su due).

Quanto avvenuto a Milano riporta al centro dell’attenzione una situazione che denunciamo da anni. – sottolinea il sindacato – Attorno al lavoro dei rider si è strutturato un vero e proprio sistema di illegalità e sfruttamento, spesso definito ‘caporalato digitale’, che colpisce in modo particolare i lavoratori migranti. Occorre superare il modello del food delivery fondato sul cottimo, garantire compensi dignitosi, salute e sicurezza reali. Il recepimento della Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme può essere un passaggio decisivo per intervenire su tutti questi ambiti, un passaggio che non può essere rinviato o svuotato”.

La situazione a Rimini

Il tema ha un impatto inevitabile su Rimini, dove i numeri sono sicuramente diversi rispetto al contesto delle grandi città, ma in cui la presenza dei rider è nota e radicata ormai da anni. “ Circa 200 i lavoratori, concentrati soprattutto nella zona mare e in centro storico”, ha spiegato la Nidil Cgil di Rimini all’indomani dell’inchiesta aperta a Milano.

Parliamo di rider in prevalenza maschi, giovani, spesso immigrati per i quali questo impiego rappresenta la principale fonte di reddito”. Situazioni sociali particolari, dunque, che spingono queste persone ad accettare condizioni di lavoro anche al limite, esponendoli, come già sottolineato, a rischi di sfruttamento. Non solo: “ Le nostre giornate sono fortemente condizionate da ciò che decide l’algoritmo, e non da una persona con la quale confrontarsi. – sottolinea M., un rider impegnato soprattutto a Riccione Algoritmo che decide a chi assegnare ogni consegna e che premia chi è più veloce e disponibile, spingendo a una serrata competizione in cui la spunta chi consegna con tempistiche spesso disumane. Il tutto in bicicletta, che pur essendo elettrica implica uno sforzo fisico importante, soprattutto se ti trovi a percorrere decine e decine di chilometri ogni giorno. Per non parlare del meteo, visto che all’algoritmo (e, va detto, anche ai clienti) non interessa se diluvia, nevica o ci sono 40 gradi, oltre alla pericolosità costante di trovarsi a pedalare, anche di sera, in mezzo al traffico. Rischi per nulla bilanciati dagli introiti: si lavora per pochi spiccioli, che a fronte di un costo della vita che aumenta valgono sempre meno. Però non posso fare altrimenti, ho bisogno di lavorare.

E il sistema fa affidamento proprio su questo bisogno: se non ce la fai puoi benissimo andartene, tanto ci sarà sempre qualcuno che ha forte necessità di lavorare ed è disposto a prendere il tuo posto, anche a queste condizioni”.