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Terra Santa. Lucia D’Anna: “La fede di un bimbo ci aiuta a resistere”

Nella città vecchia di Gerusalemme, dove il suono delle campane si intreccia quotidianamente con il richiamo del muezzin, la vita di Lucia D’Anna, musicista varesina, si è trasformata in un mosaico di resistenza culturale e umana. Arrivata nel 2015 per perfezionare gli studi dopo l’Accademia della Scala, ha scelto il Medio Oriente rispetto alla comodità degli Stati Uniti, mossa da una passione che l’ha portata a vivere tra le contraddizioni più profonde del nostro tempo.

Il suo racconto inizia con un violoncello in spalla e la sfida dei checkpoint. Mentre studiava all’Accademia di Gerusalemme Ovest e suonava nell’Orchestra barocca con insegnati e colleghi israeliani, ha iniziato a insegnare nei campi profughi ai bambini palestinesi. Lì la musica “ dà una chanche per cambiare la propria vita, educa la bellezza laddove se ne vede poca. Educa al rispetto. Aiuta a tirare fuori le emozioni più forti: la paura, la rabbia, la tristezza, ma anche la gioia di suonare insieme”.

Lucia conosce Jamil, suo marito, cristiano palestinese, collega, alla scuola di musica della Custodia a San Salvatore, il Magnificat. È una scuola speciale dove gli insegnanti sono per la maggioranza ebrei israeliani e invece gli allievi sono per maggioranza palestinesi, cristiani e musulmani. Non parliamo di politica, non parliamo di religione. Offriamo un’educazione di un buon livello e facciamo musica assieme. Respiriamo insieme. Questa per me è la coesistenza e, forse, la chiave per una futura pace”. Il prossimo agosto, i giovani musicisti del Magnificat si esibiranno in occasione del Meeting per l’amicizia fra i popoli.

Cinque anni fa Lucia e Jamil hanno avuto un bimbo, Nadir. Continuano a vivere a Gerusalemme. Resistono anche dopo il 7 ottobre, quando molto è peggiorato in una situazione già prima difficile. Lucia inizia a raccontarla per l’Osservatore Romano e per Radio 2. “ A un certo punto vedo questo numero col prefisso di Milano… erano quelli della regia di Catterpillar, mi hanno detto: ‘Siete ancora vivi?’”. In questo scenario, emerge la figura del piccolo Nadir, che a soli tre anni ha trovato nella preghiera la sua personale ancora di salvezza, oltre che nella sua mamma. “Ci ha aiutati la fede, anche quella di un bambino. Lui ha deciso di pregare la Madonna tutti i giorni e di andare al Santo Sepolcro. Metteva il rosario tutte le sere sotto il cuscino perché aveva paura. Aveva capito che forse era l’unica cosa che poteva proteggerlo”.