I dati sull’attività fisica e la salute degli adolescenti italiani non sono confortanti.
Circa il 20% dei giovanissimi tra i 15 e i 19 anni non pratica attività fisica e più del 25% risulta sedentario. Questo quadro si accompagna a un aumento eccessivo del peso corporeo: il 19% dei giovanissimi, infatti, appare in sovrappeso e il 9% di essi obeso. A tali fattori si aggiungono comportamenti a rischio come il fumo (10%) e il consumo eccessivo di alcol (21%).
Ma perché tra gli adolescenti l’attività sportiva è in calo e come mai gli stili di vita sono così spesso esposti a comportamenti errati?
E se una delle principali cause fosse nella scelta dei genitori di impegnare troppo presto i loro figli nello sport agonistico? Mi spiego.
Incontro ordinariamente bimbi che a 8-9-10 anni, e a volte anche prima fanno sport 4-5 volte alla settimana. A quell’età, invece, lo sport dovrebbe essere solo gioco. Accade così che chiunque organizzi oggi iniziative con i bambini delle elementari, come gioco, aggregazione di compagnia, catechismo, teatro, anche feste…, si scontra con la quasi impossibilità di fare qualunque attività che non sia sportiva, perché la scelta dello sport è onnivora, quanto a tempo e impegno, ed è subito agonistica, dunque stressante.
Il bambino accetta questa condizione, non conosce ancora alternative, ma già i primi momenti di preadolescenza segnano l’inizio della crisi, che presto diventa abbandono verso i 14 anni, crisi spesso aiutata anche dall’eccessiva pressione delle aspettative – soprattutto dei genitori ma anche di taluni allenatori – spesso irrealistiche o focalizzate troppo sui risultati.
Così il ragazzo, normalmente, a 13-14 anni perde il suo gruppo di amicizie, a volte l’unico, nel momento in cui ne avrebbe particolare bisogno. Si isola, è incapace di scegliere nuove proposte, magari più adeguate alle sue potenzialità, rispetto a quelle operate per lui dai genitori. Non c’è bisogno di accennare ai rischi della eccessiva fruizione di smartphone, social media e videogiochi che porta addirittura alcuni a “chiudersi in camera”. Senso di solitudine, insicurezza, fragilità, spesso sfociano, nei più fragili, in stati mentali invalidanti, in trappole vere e proprie che originano ansia e malessere, espressi in molti modi. Eppure fare gruppo è uno dei bisogni principali dei ragazzi che stanno uscendo dall’età infantile. Finita l’infanzia, i ragazzi devono fare esperienze di socializzazione con i propri coetanei per rispondere ai bisogni evolutivi della loro età che sono quelli, appunto, di stare in gruppo e cercare autonomia rispetto al controllo dei genitori per imparare ad affrontare le sfide della vita. Per chi durante l’infanzia ha frequentato gruppi come gli scout o quelli educativi in genere (e qui ci stanno bene anche gli sportivi, evitando eccessi), risulta più facile gestire questo passaggio.

