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Parola d’ordine: partecipazione!

Dal settembre ’66 era insegnante di religione nelle scuole superiori (ginnasio e liceo classico Giulio Cesare). Nel settembre ’67 il Vescovo lo nomina assistente diocesano di Gioventù Studentesca (GS), pur senza provenire dalle sue file; dal ’66 era educatore in seminario degli adolescenti del triennio superiore, che frequentavano già allora, fra i primi in Italia, le scuole pubbliche. Don Aldo Amati non è un testimone qualunque del sessantotto riminese.

“Avevo 28 anni e mi vedevo costretto ad un discernimento impegnativo, senza strumenti specialistici, senza esperienze precedenti analoghe, senza molte possibilità di confronto, al di fuori dei preti del seminario. Il mondo dei preti e dei laici cattolici adulti era, in generale, sconvolto dal fenomeno ’68. Non di rado ero chiamato nelle parrocchie a “spiegare” questo evento inatteso ed oscuro. Ho cercato di viverlo in fedeltà alla mia identità di cristiano e di prete, volendo aiutare i ragazzi del seminario e di GS a non perdere i “fondamentali”: la fede in Cristo, l’adesione alla Chiesa, la preghiera, la vita sacramentale, l’impegno testimoniale”.
Don Aldo cercava di essere sempre presente, per quanto possibile, agli eventi, ma, pur partecipandovi, non ha mai preso la parola nelle assemblee studentesche: “Non lo ritenevo confacente alla mia missione di prete”.

Quando è nato il ’68 a Rimini?
“A Rimini tutto è nato, non per un progetto, ma quasi casualmente, nell’autunno del ‘67. A seguito dei fatti di Forlì (gli studenti dell’ITI, in gran parte pendolari, rifiutavano l’orario spezzato che li costringeva a stare fuori di casa dal primo mattino fino a sera) anche a Rimini iniziarono i moti degli studenti, prima in solidarietà con gli studenti di Forlì, poi con rivendicazioni proprie, strettamente legate all’ambito studentesco. Il mondo degli adulti, e le autorità scolastiche in particolare, non avvertirono l’importanza del fenomeno che andava maturando. La loro opposizione autoritaria rese ancora più determinati gli studenti”.

C’era un grande desiderio di protagonismo e di partecipazione…
“Certo, e il concetto di partecipazione era quello che gli studenti più attivi declinavano e diffondevano. È l’inizio di un movimento – il Movimento Studentesco – che nel giro di qualche mese evolverà superando le richieste legate alla rivendicazione del diritto di partecipazione alle scelte di vita nelle scuole (espresse nella proposta, accolta, del Consiglio di Istituto), per approdare a richieste ben più radicali, oltre che, a dir poco, velleitarie, di un potere esorbitante reclamato dalle assemblee studentesche. Intanto i comitati di istituto languivano, non avendo più il sostegno della base e non avendo alcuno spazio reale da parte dell’istituzione scolastica. Le vicende delle scuole medie superiori, dai cortei alle assemblee, dai sit-in in piazza alle occupazioni di aule e di scuole, coinvolgevano, nei momenti di massa, la quasi totalità degli studenti. Fra loro emergevano gli elementi più capaci di parlare in pubblico, o più allenati a ruoli di guida nei confronti dei coetanei”.

In quale humus il movimento studentesco trovò i suoi “capi” e i suoi militanti più attivi?
“A Rimini certamente nelle file dei giovani cattolici, e segnatamente di GS, e nelle file dei giovani comunisti aderenti alla FGCI, del PCI. I giovani di GS, in particolare, erano allenati già da qualche anno (GS a Rimini aveva esordito nel 1962) ad un metodo che superava l’ascolto catechistico, spesso passivo e ripetitivo, con le sue tradizionali attività di carattere ludico o sportivo, per privilegiare lo sviluppo del protagonismo del ragazzo; l’apertura a problematiche culturali e sociali, alle missioni, ad un certo mondialismo; l’impegno in attività autogestite spesso molto impegnative, come la gestione di convegni, assemblee e incontri pubblici; la redazione pubblicazione e diffusione di giornali; la partecipazione a raduni ed a gesti, anche religiosi, che chiedevano di esporsi in prima linea e fuori della chiesa con fierezza e coraggio. Senza dimenticare quella nota di apertura al nuovo espressa in vari modi, non ultimo il repertorio di canti, spesso intensi, che rinnovavano il datato e ripetitivo repertorio religioso”.

Alcuni storici (cfr. ilPonte del 22 aprile 2018) parlano di influenza del Concilio Vaticano II…
“Si era appena celebrato il Concilio Vaticano II e si sperimentavano le prime applicazioni pratiche dei suoi decreti. La riforma liturgica, che rinnovava profondamente la celebrazione, dando all’assemblea ruoli di partecipazione prima impensati (si passa dall’assistere alla Messa, alla partecipazione attiva e fruttuosa). La riforma istituzionale di tanti aspetti della vita ecclesiale, come l’istituzione dei consigli pastorali. Il concetto di partecipazione attiva e responsabile alla vita della Chiesa viene presentato ben più che come un diritto, bensì come un dovere per ogni cristiano. Né va dimenticato il diverso clima che il Concilio aveva portato nella Chiesa in rapporto al «mondo»: non più sospetto e quasi separazione, ma attenta considerazione e stile di dialogo”.

E in GS?
“La stessa scelta educativa di GS della coeducazione di ragazzi e ragazze non era solo una novità, ma poneva le basi anche per un approccio più libero nelle relazioni e nelle stesse conversazioni e nei momenti di confronto (come il “raggio”), aprendo le menti a nuove prospettive nell’approccio degli stessi problemi culturali e sociali. È in questo clima dei giovani cattolici in generale, ed in particolare dei giovani di GS, tra l’altro e non per caso presenti in quanto tali nella scuola ed in essa attenti alle sue dinamiche ed ai suoi problemi, che esplose il ’68, anzi il ’67-68, per essere più precisi”.

Come andarono poi le cose?
“Le rivendicazioni studentesche ottennero, a livello scolastico, molto di quanto chiedevano; ma non ci fu una vera e organica riforma della scuola, ed in profondità ben poco mutò. Inoltre il ’68, come fenomeno globale e mondiale, apriva a ben altri problemi che a quelli che avevano dato origine, a Rimini, alle prime manifestazioni studentesche: la guerra in Vietnam, la rivoluzione culturale, la protesta antiautoritaria, la rivoluzione sessuale, il cambiamento degli stili di vita e delle mode, una secolarizzazione improvvisa (dalle nostre parti) quanto estesa. Il movimento studentesco scivolò presto su posizioni politiche dichiaratamente di sinistra e di estrema sinistra, anche più a sinistra del PCI, fino a esprimere simpatie, e più che simpatie, per Mao e il comunismo cinese, per i vari gruppi e gruppuscoli che ormai non esitavano ad invocare la violenza per una società non borghese”.

Ma a Rimini non ci furono mai manifestazioni violente.
“È vero anche se si avvertirono i segni di un declino verso tentazioni di violenza non si arrivò a gesti estremi. Una deriva pericolosa fu incoraggiata dall’approdo a Rimini di persone provenienti da altre città e università, che non facevano mistero, sia pure in incontri riservati, di suggerire forme di rivoluzione violenta”.

La lotta studentesca passò da una manifestazione di massa a minoranze attive…
“Il movimento studentesco andava spegnendosi come fenomeno di massa; in alcune scuole riminesi si assopiva del tutto, mentre in altre proseguiva in forme spesso discutibili, con una partecipazione attiva sempre più minoritaria e confusa; nel disimpegno e nella delusione di molti. Più profondi furono gli sviluppi sul piano culturale, in linea con una rapida evoluzione che andava ben oltre i confini di una città o di una singola nazione. Sul piano familiare la protesta avviata nella scuola si trasferì nelle case, nel rifiuto non solo dell’autoritarismo, ma, non di rado, dello stesso concetto di autorità, trasformando la figura genitoriale. Sul piano morale si affermò una liberalizzazione di costumi senza riferimenti valoriali oggettivi. Prendeva piede la secolarizzazione della vita sociale e personale. Il PCI, anche se all’inizio guardava con perplessità agli avvenimenti del mondo studentesco, ben presto, non senza abilità, si mostrò a molti studenti fra i più attivi come l’alveo più adatto per dare risposte fattive e organiche alle loro aspirazioni sociali e personali. Non stupisce che anche diversi giovani cattolici abbiano lasciato dall’oggi al domani la vita e l’impegno ecclesiale per aderire convintamente all’ideologia, alle proposte e, qualcuno, agli itinerari di carriera offerti dal PCI. Non pochi ritorni ci furono, e significativi. Ma il mistero di ogni coscienza è insondabile, e va comunque rispettato”.

Come si posero le realtà cattoliche in questo rapido e tumultuoso corso di eventi?
“GS in pochi mesi si ridusse al lumicino; molti dei suoi responsabili lasciarono la pratica ecclesiale e approdarono a lidi politici allora molto lontani dalla Chiesa. La massa degli aderenti si dissolse: da parecchie centinaia, a qualche decina, almeno nell’immediato. Infatti, dal piccolo nucleo di GS nacque e si sviluppò il Movimento, che poi divenne CL. Ma questa è ormai un’altra storia, rispetto al ’68”.

a cura di
Giovanni Tonelli