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Il segno di Rimini per la Tanzania

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La Tanzania è un Paese povero. Tanto da essere classificato dalla Banca Mondiale tra i dieci più poveri al mondo, nonostante la grande presenza di risorse naturali e una posizione geografica importante, favorevole all’accesso al mercato internazionale. Il reddito pro capite è di circa 940 dollari, e fino a pochi anni fa (2012) crollava a 629 dollari. Quasi due terzi della popolazione è senza elettricità, e a meno di un terzo è accessibile l’acqua potabile. Una condizione che si riflette inevitabilmente sulla situazione sanitaria: fino a soli dieci anni fa, nel 2006, il tasso di mortalità nei primi 5 anni di vita era del 1.18%, con una speranza di vita alla nascita di 50 anni. Negli adulti tra i 15 e i 60 anni il tasso di mortalità era di 518 su 1.000 (maschi) e 493 su 1.000 (femmine). Un Paese povero, economicamente. Ma che presenta una ricchezza di umanità e solidarietà che sorprende, una forza che lascia sbigottiti. “Al contrario degli altri Paesi limitrofi, in Tanzania ti salutano tutti. Sempre e comunque”, spiega il dottor Francioni.

Gianfranco Francioni è un chirurgo generale riminese. Primario dal 1996 al 2017 negli ospedali di La Spezia prima e Rimini poi, ha alle spalle una carriera ultra quarantennale in chirurgia ad alta complessità. A ridosso della pensione incontra, quasi per caso, la realtà di Ikonda: un ospedale nel sud della Tanzania, nella regione di Iringa, nato negli anni ’60 grazie all’impegno dei missionari italiani e, ad oggi, uno degli ospedali più organizzati ed efficienti del Paese e probabilmente di quella zona d’Africa. Un incontro che gli cambia la vita, rivelando la strada da intraprendere da lì in avanti. Un incontro, e un’esperienza, che il dottor Francioni racconta in prima persona.

Dottore, come ha conosciuto l’Ikonda Hospital?
“Sono stato contattato nel 2015 dal dottor Melchisede Bartolomei, un collega molto capace, ma soprattutto un amico che ha un importante passato di lavoro in Africa. Mi ha proposto di recarmi in Tanzania, dove c’era grande bisogno di aiuto, e mi sono trovato a dover fare delle riflessioni. Mi trovavo vicino alla pensione, un lavoro che facevo da oltre 40 anni e che a volte poteva impegnarmi più di 12 ore al giorno. Si avvicinava un momento che avrebbe cambiato la mia vita, e non sapevo come l’avrei affrontato. Così ho deciso di accettare: in Tanzania avrei potuto dare il mio contributo là dove c’è più bisogno, e continuare il mio mestiere”.

Com’è nato l’ospedale?
“La realtà di Ikonda arriva da relativamente lontano. Nel 1961 i Missionari della Consolata vennero sollecitati ad aprire un ospedale nell’area di Iringa, al fine di arginare la mortalità infantile che era superiore al 40% e che si accompagnava ad un’altrettanto grave mortalità delle madri. Il primo nucleo dell’ospedale fu costruito nel 1962 con la collaborazione delle Suore della Consolata e, 6 anni dopo, nel 1968, arrivò il primo medico italiano, il dottor Dall’Olmo. Il 7 ottobre dello stesso anno avvenne l’inaugurazione ad opera dell’allora presidente tanzaniano Mwalimo Julius K. Nyerere. Da allora l’Ospedale si è ingrandito sempre di più, fino ad arrivare alla struttura attuale, gestita dall’amministratore e responsabile Padre Alessandro Nava”.

Ci parli di questa struttura.
“Ad oggi l’Ikonda Hospital è dotato di 360 posti letto, distribuiti su 6 reparti: Medicina Interna, Chirurgia Generale, Ortopedia, Malattie Infettive, Ginecologia e Ostetricia, Pediatria e Neonatologia, oltre a un comparto con ben 5 nuove sale operatorie. Ed è importante sottolineare la ricchezza a livello di risorse umane: 318 i dipendenti africani, e ben 150 consulenti europei che, da volontari, si recano all’ospedale a rotazione. Un nucleo più ristretto, una trentina circa, è impegnato più assiduamente con permanenze frazionate, ma prolungate (alcuni mesi l’anno per ognuno) venendo in questo modo garantita una migliore continuità didattica e assistenziale. Questo ha permesso, nel 2017, di fornire più di 450 mila prestazioni”.

Una realtà incontrata quasi per caso, e che non ha più lasciato.
“Sì, dal 2015 ad oggi mi sono recato in Tanzania otto volte. Anche perché stiamo parlando di una realtà che, nonostante negli anni si strutturi sempre di più, ha comunque bisogno di aiuto e contributo costanti. Al contrario della realtà italiana, infatti, la maggior parte degli accessi in ospedale è rappresentata da situazioni di emergenza, o comunque gravi. È vero che l’ospedale dispone di circa 360 posti letto, ma servendo un’area superiore alle 300mila persone le richieste di accoglienza sono tali che ogni giorno sono presenti più di 450 ricoverati. L’80 % di questi, inoltre, proviene da aree molto lontane, anche più di 1000 chilometri, utilizzando mezzi di trasporto di ogni genere, tra sacrifici inenarrabili”.

Quali sono gli interventi più frequenti?
“Le malattie più curate sono l’AIDS, le infezioni superficiali e profonde, la Malaria, la TBC, i tumori, i traumi, tutte le principali forme di interesse ortopetico, sia congenite che acquisite, tutte le principali malattie di pertinenza chirurgica e le malattie secondarie a denutrizione. Grande attenzione, inoltre, viene riservata all’Ostetricia e alla Pediatria, sia sotto l’aspetto medico sia chirurgico”.

Passiamo all’aspetto più personale. Qual è l’impatto umano di un’esperienza del genere?
“L’impatto è sicuramente intenso. Quando arrivi in Tanzania e ne vedi le città, vieni colpito da ogni minimo dettaglio. Ma una delle cose che mi ha colpito di più, e che mi porto dentro, sono i colori. L’Africa è colore: la natura, le città e soprattutto i mercati dove, ancora oggi, è possibile vedere utilizzata la forma del baratto. Quando devo raccontare questa esperienza, penso sempre al concetto di viaggio e a come credo vada vissuto. Quando si va in Africa, come nel mio caso, ma in generale quando si vede il mondo senza passare attraverso gli itinerari organizzati e le agenzie turistiche, il viaggio acquista più valore. Assume rilevanza in se stesso e per se stesso, diventa tanto importante quanto la meta, non ne è più il mero strumento. Quando si fa un viaggio del genere non si torna mai davvero. Non in senso fisico, ovviamente, ma nel senso che anche quando si torna niente di ciò che si vede è più lo stesso. Perché cambiano gli occhi con cui si guarda”.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro. Perché continuare a tornare a Ikonda?
“Per il bisogno di non sprecare tutta l’esperienza professionale che è possibile portare in un luogo del genere. Mettere a frutto l’esperienza, in luoghi come Ikonda, è fondamentale: se in Italia manca uno come me non succede nulla, se invece avviene in Tanzania può essere decisivo. E questa è forse la motivazione più forte: lasciare un segno, mettere a frutto tutto ciò che si può offrire. Tutte le persone che ho potuto incontrare in questi anni, e sono tante, concordano sul fatto che quando ci si reca a Ikonda si vive una situazione che potremmo dire magica. Non c’è altro modo, a mio avviso, per definirla. L’ambiente che è stato creato ha delle particolarità uniche dal punto di vista dei rapporti umani. Tutti a Ikonda, più che utili, ci sentiamo indispensabili. E proprio questo, oltre all’insieme delle capacità organizzative e imprenditoriali impegnate, è l’elemento più forte e decisivo che Padre Alessandro Nava è riuscito a trasmettere, come input, in questa realtà”.

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