Il Ponte

Elisa Burnazzi, da Rimini a Los Angeles

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Non solo edifici. Qualsiasi agglomerato urbano, che sia borgo, paese, città o megalopoli, è qualcosa di più di un mero assembramento di strutture. Sono realtà fatte di persone e per le persone, che convivendo e condividendo gli stessi spazi diventano una comunità, dalle caratteristiche peculiari e specifiche. La città, dunque, culla della comunità, non può che raccogliere queste peculiarità, sviluppando l’esigenza di una propria identità che le rifletta e le rappresenti. Proprio per questo il lavoro degli architetti, che permettono di tradurre questa esigenza in realtà, è fondamentale e va raccontato.

Elisa Burnazzi è un’architetta riminese che dal 2003 lavora in uno studio a Trento fondato assieme a Davide Feltrin (Burnazzi Feltrin Architetti), che si occupa della progettazione di edifici pubblici e privati, interni e paesaggio, utilizzando il legno, il vetro, il metallo, oltre a materiali di recupero. Giovane, classe 1974, vanta già una carriera dai risultati fuori dall’ordinario. Tanti i riconoscimenti, soprattutto internazionali, che fanno di lei una vera e propria eccellenza del nostro Paese.

Dottoressa Burnazzi, partiamo dal principio. Come nasce la sua passione per l’architettura?
“Risale a quando ero bambina. Fin da piccola avevo una forte attrazione creativa verso ciò che mi circondava. Una curiosità che sono poi stata in grado di elaborare e sviluppare grazie alla mia famiglia, che mi ha sempre sostenuto, e agli ambienti educativi con i quali sono entrata in contatto durante la crescita. Penso, ad esempio, al mondo degli scout, che mi ha permesso di sviluppare il mio spirito creativo e artistico, oltre a sensibilizzarmi molto sui temi del rispetto per l’ambiente”.

Una passione che poi è diventata voglia di approfondire, di studiare.
“Col tempo mi sono appassionata alla storia dell’arte, complice anche mio padre che da studente aveva frequentato il liceo artistico. E questo mi ha aiutato a sensibilizzarmi al gusto e alla bellezza. Così, crescendo, ho deciso di andare a studiare a Venezia, per frequentare l’Istituto Universitario di Architettura (IUAV)”.

Una scelta azzeccata?
“Molto. A Venezia ho trovato un ambiente vivo e ricco, molto stimolante. Tanti studenti con cui sono entrata in contatto provenivano da altri Paesi, e gli anni trascorsi con loro hanno permesso di aprirmi la mente, di arricchirmi culturalmente e di sviluppare una mia idea di architettura”.

In cosa consiste?
“Mi sono affezionata a un modo di intendere l’architettura legata da un lato alla tipicità dei luoghi, che ne valorizzi, cioè, la storia e l’identità, e dall’altro che sviluppi, allo stesso tempo, un linguaggio contemporaneo. L’idea, dunque, è quella di innovare ed essere, in qualche modo, rivoluzionari, ma senza tradire le caratteristiche identitarie dei luoghi. Idee che possono sembrare contraddittorie, ma se guardiamo le città di oggi notiamo come raccolgano tanti linguaggi e stili architettonici diversi, ognuno proveniente da una diversa epoca. Il mio desiderio era quello di trovare un linguaggio che fosse adatto al nostro tempo, senza dimenticare i temi del rispetto ambientale, ormai parte della mia sensibilità”.

Finiti gli studi, dove ha iniziato a mettere in pratica questa visione?
“Terminata l’università, nel 2004 ho cominciato a frequentare dei corsi spostandomi a Bolzano presso l’Agenzia CasaClima, un ente che si occupa di eseguire la certificazione energetica obbligatoria degli edifici. La grande importanza che riservavo ai temi dell’ambiente, in un periodo in cui erano considerati estremamente marginali, mi ha portato ad essere la prima emiliano-romagnola a diventare Progettista Esperta CasaClima, una figura che oggi non esiste più ma che all’epoca rappresentava l’unico progettista riconosciuto per realizzare edifici ad alto risparmio energetico. E in questo periodo ho avuto la possibilità, assieme ad altri giovani progettisti, di confrontarmi per la prima volta con la realizzazione di una vera struttura: l’edificio unifamiliare PF di Pergine Valsugana. Si trattava dell’ampliamento di una casa degli anni Sessanta, che per tutti rappresentava il primo vero progetto e che quindi aveva un’importanza unica”.

Risultato?
“L’esito fu molto soddisfacente. Addirittura, nel 2010, l’edificio ci permise di arrivare finalisti al ‘Premio della Fondazione Renzo Piano ad un giovane talento’ assieme ad altri dieci studi partecipanti. E così, con lo studio fondato a Trento nel 2003 assieme a Davide Feltrin, abbiamo iniziato la nostra vera e propria carriera nel mondo dell’architettura”.

Fino alla svolta.
“Andrea Schipar, architetto paesaggista dal quale feci un tirocinio a Milano, una volta mi disse che l’architettura non va solo realizzata bene, va anche comunicata. Fu un concetto che mi rimase molto impresso. Così, memore di questo insegnamento, assieme a Davide decidemmo di proporre i testi del nostro sito, che all’epoca erano ancora pochi, anche in inglese. Fu una vera svolta: cominciammo a essere contattati da case editrici di tutto il mondo (Cina, USA, Nord Europa e Australia), oltre a italiane come UTET o il Sole 24 Ore, per pubblicare il progetto della casa PF di Pergine. Questa grande eco permise al nostro studio di crescere e svilupparsi, aiutandoci a comunicare in tutto il mondo la nostra visione dell’architettura. Una crescita che ci spinse, nel 2016, a partecipare a diversi premi internazionali”.

Quali?
“Nel 2016 un nostro progetto è stato selezionato all’esposizione internazionale di architettura sostenibile Wood – Architecture of Necessity in Svezia, ha vinto i premi internazionali Iconic Awards e German Design Award ed è stato finalista al World Architecture Festival Awards. Nel 2018 lo stesso edificio è stato esposto nel Padiglione Italia alla 16esima mostra internazionale della Biennale di Venezia”.

Di che progetto si tratta?
“Nasce da un’esperienza molto importante, e dall’impatto emotivo estremamente forte. Com’è purtroppo noto, nel 2009 l’Abruzzo fu colpito da un terribile terremoto. L’epicentro si trovava a poche centinaia di metri da un piccolo paesino chiamato Poggio Picenze, nella provincia dell’Aquila, nel quale ci fu proposto di lavorare su una struttura che sostituisse un centro civico reso ormai inagibile. Fu un lavoro molto emozionante: incontrando la comunità del luogo, vedendo i loro volti e il loro dolore, abbiamo capito che avremmo dovuto realizzare qualcosa che non fosse solo una struttura, ma che rappresentasse la casa di un’intera popolazione ferita. È nato così il Centro di Aggregazione giovani e anziani di Poggio Picenze (nella fotondr), il cui aspetto, in legno dalle forme aspre circondate dal verde, vuole comunicare l’idea di una natura che, dalla durezza del terremoto, diventa invece qualcosa di positivo, che racchiude e protegge la struttura diventando un simbolo di rinascita e speranza. Una struttura che oggi è ancora molto viva, utilizzata da associazioni sportive e culturali per le proprie attività”.

E non mancano i riconoscimenti personali.
“Nel 2016 sono stata l’unica italiana finalista del premio internazionale Women in Architecture Awards e, sempre dal 2016, faccio parte della giuria del premio internazionale American Architecture Prize, di cui sono capo giuria da quest’anno. Un compito prestigioso e di responsabilità, che mi impegnerà per tre anni e che, nei mesi prossimi, mi porterà fino a Los Angeles”.

Concludiamo tornando in patria. Secondo lei, quali prospettive per il futuro dell’architettura in Italia?
“Bisogna partire dando maggiori possibilità ai giovani di progettare e, soprattutto, di costruire, come avviene all’estero. Inoltre, credo fortemente che l’architettura non vada calata dall’alto, ma che sia un’esigenza propria di ogni comunità. E mi auspico che in futuro ci sia un’apertura di democrazia vera in questo senso, in cui le persone possano dire la propria, avanzare idee in ambito architettonico e di gestione degli spazi pubblici, che sono di tutti e per tutti”.

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