Il Ponte

Dora, l’esploratrice del cinema internazionale

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Dora Morolli, 32 anni riminese, nel 2017 ha fatto parte del team che vinto il premio Oscar per gli effetti visivi de “Il libro della Giungla”. Tra varie collaborazioni è arrivata in Nuova Zelanda

Ha lasciato l’Italia e la sua Rimini, dove è nata e cresciuta, cinque anni fa alla volta del Nord Europa dove ha avuto esperienze lavorative in più città. Da due anni vive in Nuova Zelanda e fa un lavoro che ama da impazzire. Fa parte di un’azienda che realizza effetti speciali per il cinema e il suo nome compare nei titoli di coda di diversi film internazionali tra cui uno che ha vinto il premio Oscar proprio per gli effetti visivi nel 2017: Il libro della Giungla.
Il suo lavoro consiste nello scrivere dei codici per programmi informatici che vengono impiegati dagli artisti del 3D per semplificare e automatizzare i loro compiti, così che possano concentrarsi di più sugli aspetti creativi e meno su quelli tecnici. Lavora da due anni per la stessa azienda che ha vinto il premio Oscar, ci ha lavorato quando era a Londra e, per una serie di coincidenze, allo stesso film ha lavorato anche l’azienda per cui lavora ora in Nuova Zelanda. Vanta anche una collaborazione alla realizzazione del cartone animato Winx Club.
La 32enne Dora Morolli racconta la sua esperienza pluriennale al di là dei cliché e della retorica che si è soliti fare sulla fuga dei cervelli. Dalla profonda nostalgia dei primi tempi all’entusiasmo di adesso, la giovane riminese non sa ancora dire se preferisce tornare in patria o meno. Ma il suo vissuto dice qualcosa in più sul dinamismo e sull’apertura mentale di quei giovani che stonano con il desiderio di muri e di chiudersi in se stessi degli ultimi amministratori del mondo.

Cosa ti ha spinto la prima volta ad andare all’estero?
“La spinta più forte per me è stata il desiderio di fare esperienza, di parlare lingue diverse, di conoscere gente di culture lontane dalla mia. I primi mesi in un posto nuovo sono sempre i peggiori: non si conosce quasi nessuno, non si riesce a comunicare, non si ha familiarità con il posto in cui si vive, si sente la mancanza della famiglia e degli amici”.

Che fare quando si vivono questi sentimenti?
“Bisogna non lasciarsi scoraggiare da eventuali periodi di solitudine e di malinconia. Capitano a tutti. A me succede ogni volta che mi trasferisco in una città nuova, ma dopo un po’ ci si abitua”.

Quanto c’è di vero nella credenza che il futuro per i giovani sia solo all’estero?
“Si dice che l’erba del vicino è sempre più verde. Questo vale anche per chi pensa che in Italia faccia tutto schifo, mentre all’estero funzioni tutto. Basta ascoltare, per esempio, chi ha lavorato a Londra per scoprire quanti di loro rimpiangono di essersene andati”.

Dunque secondo te quale deve essere l’approccio nel cercare fortuna all’estero?
“Non basta solo attraversare il confine per trovare lavoro: bisogna inventarselo, meritarselo, tenerselo. Ammiro il coraggio e la tenacia di tanti miei amici che sono rimasti (o rientrati) in Italia dove si devono inventare mille modi per sopravvivere. In confronto a loro mi sento un po’ codarda per aver abbandonato la nave e per essere approdata in porti migliori”.

In che modo ti hanno fatto crescere queste esperienze all’estero?
“Sono cresciuta e sto crescendo tantissimo dal punto di vista professionale grazie allo stretto contatto con persone dal bagaglio più ingombrante del mio e dall’essere parte di un team. Entrando in aziende più grandi si ha più respiro per crescere ed apprendere cose nuove. Dal punto di vista personale, essere all’estero mi ha dato la possibilità di incrociare culture, lingue e valori diversi che mi aiutano ad ampliare i miei orizzonti e a migliorare me stessa”.

A molti spaventa lo scoglio della lingua. Come lo hai affrontato?
“I primi mesi in un paese diverso sono sempre difficili, anche se si tratta di un paese anglofono. Bisogna abituarsi all’accento, che a volte è terribile. Il mio inglese è sempre stato buono sin da prima di partire, perché amo guardare film e serie TV in lingua originale, ma quasi tutte in inglese-americano. Quando sono arrivata in Inghilterra sono stata spiazzata dalla parlata completamente diversa, e mi ci è voluto un po’ prima di potermi abituare. In Nuova Zelanda c’è un altro accento ancora, che finalmente dopo mesi riesco a capire al 90%”.

E adesso fai sogni in lingua inglese?
“Esatto. Sono arrivata al punto che mi risulta difficile pensare frasi di senso compiuto in italiano senza usare termini anglofoni”.

Come vengono visti gli italiani nei vari paesi, sia dal punto di vista lavorativo che umano?
“Nel mio settore gli italiani vengono considerati fantastici lavoratori, tanto che spesso ricoprono ruoli molto alti. Ho sempre sentito parlare bene del nostro paese, specialmente da chi l’ha visitato, e in generale c’è qualcosa nel nostro modo di fare che ci rende simpatici. Qui in particolare adorano l’Italia, il nostro cibo e i nostri modi di comunicare”.

Come definiresti l’importanza dello scambio culturale con altre etnie?
“Mi relaziono ogni giorno con tantissime culture diverse: è questa la cosa che amo di più dell’abitare in città multietniche. Per me la diversità è ciò che porta più crescita, sia dal punto di vista lavorativo che personale. Anche tante aziende stanno capendo quanto sia importante l’inclusione di generi, etnie, culture diverse nei loro team attraverso assunzioni mirate, politiche di rispetto e parità di stipendi. A livello di numeri, un team variegato è molto più produttivo rispetto ad uno a cui appartengono persone uguali tra loro”.

In Europa e in America c’è sempre più diffidenza verso lo straniero. Tu che sei straniera all’estero come percepisci questo sentimento?
“Per fortuna, nonostante anche in Nuova Zelanda ci sia una politica di chiusura verso ‘gli stranieri’, intesi come immigrati che rubano lavoro ai locali e inquinano l’ecosistema, non ho mai sperimentato sulla mia pelle sentimenti negativi come accade nel resto del mondo. Forse perché qui sono tutti un po’ stranieri: i Maori, i primi abitanti dell’isola, sono arrivati solo circa mille anni fa, mentre gli europei l’hanno colonizzata alla fine del 1.700. Il sentimento che si sente altrove mi inquieta molto perché, assieme alla spinta verso l’ignoranza del popolo ed alle politiche razziste, è indice di un ritorno del fascismo al potere”.

Pensi di tornare in Italia o la tua vita si è stabilizzata all’estero?
“Non riesco a definire ancora la mia vita come stabile. Ho il desiderio di scoprire e di vivere in posti nuovi, di viaggiare, di parlare altre lingue. Al momento non ho nessuna spinta a tornare in Italia, però prima o poi dovrò decidere cosa fare da grande e smettere di vagabondare. Spero più tardi possibile”.

Ora ti senti soddisfatta?
“Tantissimo, non c’è soddisfazione migliore che vedere il proprio nome comparire tra i titoli di coda di un film. Non avrei mai immaginato di poter arrivare dove sono ora. Ancora fatico a crederci!”.
Mirco Paganelli

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