Il Ponte

“Il cibo per me è emozione pura”

by

GALLINI

Girare il mondo. Conoscere e assaporare nuovi cibi. Scoprire prodotti diversi. Saperli fare propri. Assemblarli. Tornare e… impiattare emozioni. Un desiderio che Antonio Gallini sta cercando di trasformare in realtà. Ventidue anni appena, ha già un curriculum niente male: a Rimini ha lavorato in ristoranti «stellati» e in hotel super lusso. Poi la decisione di trasferirsi all’estero per fare nuove esperienze e per arricchire il proprio bagaglio culinario. Prima Londra, ora Toronto, domani l’Australia.

Antonio, questa passione per la cucina da dove nasce?
“Dal desiderio di stare insieme. Perché il cibo unisce come nessun’altra cosa al mondo. Mangiare uno accanto all’altro, ridere e scherzare è la cosa più bella che ci sia. Ma perché questo avvenga occorre che qualcuno cucini. Mi ricordo quando ero bambino, avrò avuto sì o no quattro, cinque anni, mia nonna che la domenica mattina faceva le lasagne e io ero al suo fianco. Affascinato da queste mani che prendevano uova, farina, acqua, impastavano e creavano quello che da lì a poche ore avrebbe riunito la mia famiglia intorno al tavolo. E poi ricordo la cucina dell’albergo di mia mamma: sono nato e cresciuto tra pentole, mestoli, ramine, mattarelli. Lì ho fatto la mia prima stagione imparando come si tiene in mano un coltello, come si lava l’insalata, la verdura, come si pulisce il pesce. Una storia familiare che inevitabilmente ha segnato anche il mio percorso scolastico visto che dopo le medie ho deciso di iscrivermi all’alberghiero. Anche se, devo dirlo sinceramente, il percorso non è stato proprio quello che mi aspettavo. Ma alla fine sono uscito diplomato e grazie agli stage ho potuto vivere esperienze eccezionali. Come da «Guido», ristorante stellato. Lì ho capito davvero che quella del cuoco sarebbe stata la strada da percorrere lungo la mia vita. Vedere come si cucina in brigata, come ognuno abbia un compito ben preciso che, suppur piccolo, è comunque fondamentale perché il tutto riesca alla perfezione è stato un qualcosa di affascinante. Devo dire davvero un grande grazie allo chef Giampaolo Raschi perché ha cambiato la mia vita. Ricordo che quando sono arrivato pulivo il pesce che poi sarebbe stato utilizzato per fare gli antipasti. Un compito umile, ma mi sono sentito importante proprio perché avevo la sensazione di essere parte dell’ingranaggio. Poi la mia esperienza è continuata in altri ristoranti importanti: l’i-Suite dove ho avuto anche un piccolo ruolo e l’Holiday Inn. Poi…”.

Poi?
“Poi mi sono diplomato e subito dopo ho deciso di andare all’estero perché fare la stagione non rientrava nei miei piani. A 18 anni sei curioso di esplorare il mondo, nel mio caso di conoscere nuove culture, nuovi cibi, nuovi abbinamenti. Non sono scappato dall’Italia, sia chiaro, anche perché qui avevo tutto quello che mi serviva. Diciamo che volevo anche mettermi un po’ alla prova. Capire che cosa significasse vivere del proprio lavoro, della propria fatica. E così con un amico ho deciso di andare a Londra e mai scelta fu più azzeccata. All’inizio non è stato facile. Sono arrivato senza sapere una sola parola d’inglese, con pochi soldi ma con una grande voglia di imparare. Ho avuto la fortuna di trovare subito un lavoro presso un ristorante fantastico, all’ultimo piano di un grattacielo, in piena Liverpool Street. Eravamo in 60, mi hanno messo a pulire il pesce e dopo poco tempo mi hanno messo davanti gli occhi il contratto. Non avrei potuto chiedere di più e, invece, mi sono spaventato e ho deciso di mollare tutto andando a lavorare in un ristorante di una famiglia inglese, ma di origini napoletane. Facevo pizza e pasta, l’ambiente era splendido e avevo un rapporto eccezionale con tutti gli altri colleghi. Lì ho provato per la prima volta la grande soddisfazione di capire cosa significasse vivere del proprio lavoro. Ma ad un certo punto mi sono accorto che avevo bisogno di altro, di sperimentare, capire. E così ho stravolto nuovamente la mia vita e dopo qualche tempo ho trovato un impiego in un altro ristorante di grande livello. Eravamo una vera e propria brigata, ogni sera mettevamo a sedere 120, 130 persone. Standard elevatissimi, chef eccezionali e io piano piano guadagnavo posizioni. Mi facevano tutti i complimenti, la paga era più che ottima. Stava andando tutto bene quando mi sono innamorato di una ragazza canadese. Siamo stati insieme un po’, poi lei si è trasferita a Toronto e ho deciso di seguirla. Quando sei giovane certi colpi di testa li fai e io l’ho fatto e sono felicissimo della mia scelta anche se adesso non sto più con lei. Vivo in una città bellissima, in un quartiere centralissimo pieno di giovani. Da una parte della via ci sono i locali, la movida, dall’altra l’università. Anche qui ho trovato un ottimo ristorante, ma sono già pronto a provare altre esperienze”.

Perché secondo te tanti giovani lasciano l’Italia?
“Su questo argomento ho un’idea che molto probabilmente è in contrasto con quella di tante persone. Per prima cosa il fatto che…all’estero è meglio… è uno stereotipo da eliminare. Non è vero. O almeno, dipende. La verità è che ci sono molti coetanei che certi lavori non li vogliono proprio fare e cercano altro fuori dall’Italia”.

Ti manca Rimini e pensi di tornarci un giorno?
“Certo che mi manca. Mi mancano la famiglia, gli amici, il mare. Mi manca il mangiare, solo quando sei lontano capisci che la cultura del cibo che abbiamo noi non l’ha nessuno. E sì, tornerò con l’aspirazione di aprire un mio ristorante con la speranza di regalare emozioni a chi assaggerà un mio piatto”.
Francesco Barone

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