Il Ponte

Viserbella – Dalle tende agli ombrelloni

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spiaggia-viserbella-anni-'50La storia di Viserbella, che vi voglio raccontare con alcune pennellate, nasce dal mio desiderio di mettere nero su bianco una parte di ricordi personali e di notizie in mio possesso su questa località, in cui, con i miei genitori  – contessa Margherita Sturani e ragionier Angelo Morolli –  e mia sorella Luisa, ho abitato per ben 30 anni, vivendone dall’interno numerose vicende. La sua origine si perde nella notte dei tempi e pare abbia inizio con i Galli Senoni che qui vi dimorarono, come dimostra il dialetto locale che si avvicina ad un francese maccheronico; nell’alto Medioevo, poi, esattamente nel 1033, come risulta da documenti e bolle pontificie, Viserbella vantava una pieve assai importante, denominata San Giovenale, che fungeva da parrocchia, a cui affluivano fedeli di tutte le località marine, da Rivabella a Bellaria, andata poi in rovina nel secolo XVI.

Dallo sbarco dei Turchi ai primi villeggianti

Nei tempi successivi, la località vide lo sbarco dei Turchi (basta pensare al termine turchia, dato alla zona nord di Viserbella e alla vicina torre saracena di avvistamento in Torre Pedrera). Si ha poi notizia, fin dalla fine del 1800, dell’esistenza a Viserbella, ad un centinaio di metri dalla battigia, di una fonte di acqua dolce, denominata E Sourcion e il cui verde nato dalle fresche acque palustri, pare nascondesse delle sabbie mobili che alimentarono delle leggende tra cui quella che narra di un uomo qui inghiottito con il suo carro ed i buoi.
Della sorgente, distrutta poi da colate di cemento, da rifiuti e da macerie, ora rimane solo un cartello (all’altezza di Via Busignani) mentre l’acqua sorgiva sgorga a mare. Tuttavia la storia contemporanea di Viserbella prende l’avvio agli inizi del ’900 ed il primo riferimento è del 25 agosto 1907, quando il giornale locale il Nautilo così si esprimeva nella rubrica Nostre corrispondenze:

«A Viserbella è sorta una nuovissima stazione balneare, circa a 500 metri da Viserba a mare verso Bellaria, in posizione amena e splendida, con una spiaggia sicura e vellutata, è ricca di acqua potabile leggera e fresca, ed ha strade già tracciate, lungo le quali il rezzo degli alberi sarà refrigerio dolce, nelle passeggiate ai bagnanti».

Luogo ideale, abitato solo da un centinaio di residenti, lontano dai rumori delle città, per i primi villeggianti di nobili famiglie che qui costruirono i loro villini trasformando pian piano la località, da arida distesa tutta dune ed erbe ad accogliente e riposante rifugio estivo. Questi signori fecero edificare tra il 1905 ed il 1920 le loro dimore, tra i quali sono da ricordare inizialmente il Villino Gamberini (il cui proprietario, dette il nome a Viserbella) poi il villino del pittore friulano Augusto Aviano, quello della contessa Piccinini, quello del conte Luigi Sturani (mio nonno materno) quello degli Strinasacchi, quello dei Campogrande, quello dei Galliani ed inoltre la Villa Laura, la villa degli Angeli e quella dei Quartarol (dove viveva il dott. Contarini, fondatore della clinica omonima) e varie altre.

Una viabilità tutta nuova

Con queste prime abitazioni arrivarono poi le prime strade (tra cui la via Litoranea chiamata inizialmente via Cristoforo Colombo, polverosissima), le prime condutture idrauliche ed elettriche ed il telefono ad opera anche del primo Comitato turistico denominato “Comitato pro-Viserbella” sorto nel 1910. Un cenno merita la nascita della Piazza De Calboli, realizzata per donazione al Comune di due orti confinanti di proprietà di Mario Ioli e di Domenico Della Rocca. In tale occasione, citano i giornali dell’epoca si organizzò una gran festa con fuochi d’artificio, cuccagna e gastronomia e folla, tanta folla.

Nel corso della Prima guerra mondiale, del ’15-’18, anche Viserbella fu cannoneggiata dagli austriaci che colpirono la villa “Bomba” sul mare. Nel 1915, su commissione delle autorità dell’esercito, si apri nel villino di Giulio Cesare Gamberini, un laboratorio per la confezione di indumenti, camicie e maschere antigas da inviare ai valorosi soldati impegnati al fronte contro l’esercito austro-ungarico.

Fino alla Seconda guerra mondiale, Viserbella visse tuttavia un turismo balneare d’elite, (ospite del paese anche la ex regina di Sassonia, nella villa Lunati poi Pensione Ioli) con la presenza di famiglie nobili ed altolocate come i Lunati, i Masciadri, i Maresca, i Soldaini, gli Sturani, i Foschini, i Bagli, i Bergamini, i Cerlini, i Gennari, i Foschini, i Locatelli ed i Morini, mentre i pochissimi abitanti del posto erano per lo più dediti all’agricoltura ed alla pesca. Dopo la guerra che a Viserbella non causò grosse distruzioni, ma parecchia paura per i continui bombardamenti che facevano correre tutti ai rifugi, costruiti alla bene e meglio con materiale raccattato qua e là, i viserbellesi, animati da grande desiderio di riprendere la vita normale ed animati da grande coraggio e da spirito d’iniziativa, intuirono, le potenzialità del turismo che si stava affacciando.

Il boom economico

Fu infatti tra il ’50 ed il ’60, grazie anche al boom economico, sinonimo di benessere, che cominciarono ad affluire dalle città continentali i villeggianti in massa, che presero inizialmente dimora nelle abitazioni dei viserbellesi cedute in affitto per il periodo estivo. Subito dopo la guerra fu poi istituita la scuola elementare a Viserbella la quale ebbe come prima dimora Villa Sorriso (l’attuale Hotel Oxygen) come seconda, il Piccolo Hotel Astoria e dopo una breve parentesi nella pensione Libera, si insediò presso la Villa Sturani (mia abitazione) dove rimase dal 1952 al 1978, fino alla edificazione dell’attuale edificio “Vittorio Veneto”, sede attuale del Museo “E Scaion”.
Appartiene a questo periodo, e precisamente al 1950 l’edificazione della Chiesa di Viserbella per opera di un Comitato composto dal prof. Bruno Rossi, dal prof. De Carli, dal prof. Giovanni Zulian, dal dott. Quarto Bruschi e dal geometra Guerrino Neri, la cui ditta ne curò l’edificazione.

La successiva costituzione della parrocchia – denominata Santa Maria Assunta – è del 1953 con il primo parroco don Guerrino Boschi, seguito da don Antonio Nini con il cappellano don Valentino Barilari, da don Benito Montemaggi e dall’attuale don Daniele Giunchi. Parallelamente e gradualmente si passò all’edificazione delle prime pensioni, trasformate poi nel tempo in quasi tutti confortevoli alberghi. Il turismo era inizialmente a prevalenza italiana.

Solo successivamente arrivarono i turisti stranieri: i cecoslovacchi, i francesi, qualche austriaco e dal ’60, anche a causa della forza della moneta tedesca, vi fu un’affluenza consistente di tedeschi. Le richieste maggiori dei turisti (in cui la facevano da padrone le famiglie) fecero sì che sorgessero anche nuovi alberghi: accanto all’hotel Belvedere già in funzione, fin dai primi del ’900, e al Nuova Italia di Ioli Mario e Dina (poi denominato Piccolo Hotel Astoria) sorsero l’Adria, Il Cigno, le Tre rose, Hotel Biagini, la pensione Ioli (già villa Lunati). Successivamente, in momenti diversi videro la luce Le Tre Rose, il Clitunno, la Rondine, la Familiare, il Baia, l’Alga, il Gallia, il Cadiz, la Lucy, la Gemma di Mare, la Serena, la Bonaria, la Perla Verde, l’Hotel San Uberto e tante altre.

La spiaggia e le tende

Fino alla fine degli anni ’60 sulla spiaggia di Viserbella che allora era ampia e spaziosa perché l’erosione marina non aveva provocato i suoi effetti, c’erano, per il riparo dal sole, le tende multicolori, di prevalenza a strisce, di proprietà, che il bagnino Luigi, insieme alla moglie Teresina, poi agganciava con corde a robusti bastoni di bambù. Tuttavia a mezzogiorno, i nostri, seguendo il corso del sole, per procurare l’ombra ai villeggianti, armati di mazza, giravano le tende, spostando i picchetti che le sostenevano, con una certa fatica. Allora, non c’erano le cabine stabili attuali ma capanni di legno, sempre di proprietà che venivano poi smontati alla fine della stagione e andavano in voga le famose sabbiature, di cui si diceva un gran bene per la salute. Esse consistevano nell’adagiare in una cavità, liberata dalla sabbia, a forma di rettangolo ricavato sull’arena uomini e donne, specie di una certa età, coprirli fino al collo (solo la testa,riparata da cappello o fazzoletto, rimaneva visibile) con sabbia rovente e lasciarli in quel loculo per qualche ora.

(Continua)
Enrico Morolli

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