Il Ponte

Vino, il Monsignore del Calice con 700 anni di storia

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Vino-Sandro-Bacchini


Un vino per ogni stato d’animo. Ecco il segreto della Tenuta del Monsignore di San Giovanni in Marignano: 135 ettari di cui 80 a vigneto e 15 a oliveto
. Sandro Bacchini: “A noi piace interpretare il vino come unnuovo canale di comunicazione, che sanno leggere in tutte le lingue del mondo”

Vino – Il segreto e l’arcano sono racchiusi in quel calice, dentro quel nettare corposo color rubino dalle note ora violacee ora granata. In quelle trasparenze dai sentori maturi, che sfumano in pregiati toni speziati, vellutati, gradevoli al palato, si identifica un vino di carattere, un vero gioiello in bottiglia, che casa Bacchini, azienda leader nell’eccellenza dei prodotti vitivinicoli e oleari di San Giovanni in Marignano, genera da secoli. Una produzione di alta qualità e grande personalità.
Recita un’etichetta: “Il passato si materializza nel ricordo, le aspettative del futuro nei sogni che, con una tenace forza di volontà, possono divenire realtà”.
23 sono le etichette dell’azienda, ma c’è n’è una che rappresenta il futuro dei Bacchini. Nicolò, nipotino di Sandro, ultimo erede di una lunga dinastia, merita una targhetta speciale. L’etichetta racconta il futuro; un bimbo si arrampica sulla vite che protende i suoi rami al cielo, mentre le radici del vitigno sono ben piantate a terra da centinaia di anni. Un vino fatto col cuore; nel Sangiovese si rispecchia il carattere intriso di tradizione, valori, cultura del territorio, e, se nel Cabernet Sauvignon si possono cogliere note passionali, il Merlot rappresenta la perfetta fusion tra equilibrio ed armonia.

Vini non come semplici bevande, ma come veicolo di emozioni o sentimenti. “Negli ultimi tempi – sottolinea Bacchini – abbiamo dedicato particolare attenzione non tanto agli abbinamenti classici cibo-vino quanto all’accostamento dei nostri vini ai sentimenti e abbiamo scoperto che una relazione c’è”. Un esempio? “Cupido, il bianco dai riflessi dorati, lievi sentori di frutta e gusto vellutato, ci indica che l’Amore si può sognare, ma l’ideale è viverlo. Il Pagadebit, luminoso e delicato, suscita fiducia nel futuro, il Donna Fiore, rosato (sposa di un nostro avo del 1600) ci tuffa in rosei ricordi del passato, il Sangiovese Doc rosso rubino è l’ospitalità, la romagnolità, il Clericale è un vino da meditazione, mentre lo Spumante Brut è una esplosione di gioia che esalta momenti felici (brindisi) e fa sognare gli innamorati. Questi sono solo alcuni riferimenti emotivi di alcuni vini ottenuti con le nostre migliori uve. A noi piace interpretare il vino come un nuovo canale di comunicazione che sanno leggere in tutte le lingue del mondo, perché le emozioni sono universali”.


In azienda quanti ettari sono dedicati a colture?
“80 ettari a vigneto e 15 a uliveto; c’è qualche terreno nelle Marche (Gradara) per 135 ettari complessivi.Vini, olii, aceto e miele sono prodotti dall’azienda”.

Su 23 etichette, quanti vini Doc? Con quali vitigni?
“I vini Doc sono otto. Se un vino ha il nome del vitigno (es. Sangiovese) deve avere, per legge, almeno l’85% di spremitura di uve sangiovese e non più del 15% di altri vitigni, come per il Merlot o Cabernet”.

Avrete sicuramente un agronomo, un enologo, un cantiniere che cura la cantina…
“No, nessuno: io sono enologo, perito agrario, laureato in Economia e Commercio, mio fratello Leo è perito agrario; i tecnici siamo noi. Se adesso ho quattro dipendenti, due operai e dieci computer, il mio avo aveva quattro vacche, due buoi e un garzone… Erano aziende miste, si produceva vino e beni per il fabbisogno familiare. Purtroppo l’aspetto burocratico esige dei consulenti, anche legali, per operare nel mercato italiano e straniero; le regole cambiano spesso nella Comunità Europea. Le nuove leggi comunitarie sembrano messe apposta per strangolare gli imprenditori; non ci permettono di prosperare in un mercato che richiede sempre maggiori balzelli e dà poco reddito. Se voglio vendere vino a privati che abitano nella C.E devo aprire una partita iva per ogni singolo stato! Da giugno dovremo tenere la contabilità on-line; chi è poco informatizzato è costretto a rinunciare a far crescere l’azienda”.

All’estero avete mercati di riferimento?
“Le potenzialità sono infinite, ma l’azienda è piccola. Non ho rappresentanti, le vendite all’estero sono occasionali, però vendo in stati fuori dal solito mercato. Recentemente sono andato in Nicaragua; vendo in U.S.A, Germania, Olanda, ho un nuovo mercato in Cina, vicino Shangai, in una fiera simile a Expò”.

Partecipate a fiere di settore?
“Si, a Vinitaly con la Strada dei Vini e dei Sapori e abbiamo aderito a quella del Passatore”.

Gli stranieri vengono in azienda per visitare la Tenuta, fanno acquisti? Avete collegamenti con Tour operator?
“Si, i turisti sono numerosi d’estate, ma possiamo vender loro solo qualche bottiglia, sono in pullman. D’estate al giovedì vengono i Russi, ma il trasporto è il vero problema. Altre aziende si servono di importatori per l’estero, ma vendono migliaia di bottiglie!”.

Parliamo dell’olio: da quali cultivar (varietà di pianta) proviene?
“Leccino, Frantoio, Pendolino e Correggiolo; la produzione varia ogni anno, da 500/600 quintali di olive, se ne ricavano circa 40/50, dipende dalle annate. Per la molitura vado da Pasquinoni e Sapigni”.

Quanto aceto e miele producete?
“L’aceto è in conto lavorazione; in Cantina se si fa vino non si può fare aceto. Il miele di 20 arnie disposte sui terreni aziendali è prodotto in qualità Millefiori, Acacia, Tiglio. Per i miei clienti ho anche una linea di fitocosmesi che comprende prodotti a base di olio extravergine o uve rosse”.

Quanti sono i dipendenti fissi in azienda?
Escludendo me e i familiari, vi sono un laureato e un diplomato che si occupano della cantina, in amministrazione c’è una segretaria”.

Nel periodo di vendemmia prendete personale?
Nessuno. La nostra azienda sfrutta mezzi tecnologici di alto profilo; un tempo avevamo 40 persone per la vendemmia, adesso ne basta una. Abbiamo un’apparecchiatura molto sofisticata che non traumatizza le colture; la raccolta avviene in tempi brevi senza manodopera ausiliaria. Quattro rumeni ci aiutano facendo lavori manuali che le macchine non fanno”.

Avete contatti con la Scuola Agraria di Morciano?

“Si, periodicamente; io insegnavo lì, sostengo che la scuola dovrebbe dare la possibilità di fare pratica su impianti o cultivar di vario tipo e gli studenti, coadiuvati dagli insegnanti, imparerebbero sul campo. Ritengo sia un’esperienza fondamentale”.

Ha attinto a finanziamenti pubblici?
“Si, in parte; fino al 40% con un massimo di 500mila euro”.


Un giardino di vigne a perdita d’occhio, vitigni recuperati, l’azienda, 3600 mq di modernissime cantine e 1000 mq di locali rappresentanza e degustazione, boutique e rivendita, ambienti per convegni e cerimonie. Attualmente è Nicoletta, laureata in economia e commercio, a coadiuvare il padre Sandro nella gestione dell’azienda. Il figlio Francesco, scomparso nel 2003, è stato il primo a introdurre il concetto di robotica in agricoltura. “Era laureato in economia e commercio, ma le sue capacità nelle nuove tecnologie erano straordinarie. Era un creativo, una mente fervida, molto benvoluto da tutti”.

Ma l’imprenditore agricolo oggi è valutato anche per il profilo ambientale?

“Si, può essere considerato custode del paesaggio. E’ essenziale, ai fini della tutela del patrimonio paesaggistico, spesso poco considerato, che anche i piccoli imprenditori agricoli capiscano che è un valore aggiunto impiantare vigne, oliveti o alberi da frutta; si salvaguarda la natura e l’ecosistema non consumando il suolo; è più che mai necessario recuperare e diffondere la cultura agreste nel rispetto dei valori della tradizione”.

Chi erediterà la storica azienda di famiglia?

Dopo 19 generazioni Nicolò (5 anni) e Mattia, un anno, sono gli eredi coi quali guardare al futuro. E’ straordinario che per 700 anni la famiglia abbia lavorato gli stessi terreni vignati che sono negli atti catastali di molti secoli fa.Ho fatto ricerche storiche: i miei avi hanno sempre abitato nella stessa parrocchia, sicchè tutti gli atti (nascita, battesimo, matrimoni) erano scritti in vecchi registri. Di colpo sono piombato nel Medioevo!”.


Un illustre passato tinge le vicende dell’antico casato dei Bacchini di Firenze che,nel 1300, avevano ruolo di Priorato all’interno della Signoria. Tra ’300 e ’400 fu Giovanni Bacchini, noto come Beato Dominici, a combattere tenacemente le eresie in Boemia, Polonia e Ungheria. Nel 1384 Tonsino, da Firenze si trasferì alle colline di S. Clemente; ancor oggi un piccolo borgo porta nome Cà Bachino. Alla 15ª generazione (1839) Francesco, dottore in filosofia e teologia, prelato d’alto rango, esercita il ruolo di vicario vescovile della diocesi riminese e, divenuto Monsignore, è personaggio chiave delle vicende familiari. Vive nella casa di S. Maria in Pietrafitta, si occupa dell’azienda e dei possedimenti. E’ in onore dell’illustre antenato che, a metà degli anni ’60, grazie a Sandro, 19° discendente, il singolare copricapo diventa brand aziendale. 

Laura Carboni Prelati    

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