Il Ponte

Il Vescovo: luogo del discernimento comunitario

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Il Consiglio Pastorale Parrocchiale non è certo una novità. Ma ribadirne il significato, l’importanza, il ruolo, il compito non fa mai male, anzi… perché le resistenze al metodo “sinodale”, che lo ispira, sono sempre tante ed anche se l’esperienza è più che trentennale non sempre sono evidenti i frutti. Il “clericalismo” non è infatti solo malattia dei preti, ma anche di tanti laici.
Anche per questo il Vescovo ha colto al volo, con la nascita delle Zone pastorali, la possibilità, di richiamare, con forza, l’importanza dei Consigli Pastorali Parrocchiali ed ora anche Zonali. Ha così sollecitato il nuovo Consiglio Pastorale Diocesano a lavorare sul tema, ne è emerso un documento, che è stato presentato alle Tre giorni Presibiterale di giugno e che ora diventa pubblico. Monsignor Lambiasi lo accompagna con un’introduzione che anticipiamo su queste colonne.

Prezioso e fragile.  Mi è difficile elucubrare un altro binomio per qualificare il Consiglio Pastorale di una parrocchia, di una unità o zona pastorale.

Prezioso. In effetti è una risorsa valida ed efficace, di cui – per quanto possa suonare ridondante e ‘pubblicitaria’ – vale l’affermazione: <+cors>se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo<+testo_band>. Provare per credere. Certo, è uno strumento, e non rientra nell’ordine dei fini, ma dei mezzi. Non è fine a se stesso. Pertanto non va mitizzato, ma neanche… demonizzato. Va formato con molta cura. Va accompagnato con vigile attenzione e con impegno convinto e appassionato. Va costantemente ‘monitorato’ per ravvisarne eventuali disfunzioni e patologie. Ma prima ancora e soprattutto va stimolato a sviluppare tutte le singolari potenzialità, di cui è indubbiamente dotato.

Fragile. Come un cristallo di Boemia. Come un pregiato strumento musicale. Come una pianta delicata. Come una piccola, tenera creatura. Va ‘trattato’ da tutti con garbo e finezza. Senza indebiti paternalismi e senza accanimenti terapeutici. Non deve essere ridotto a megafono del parroco o di qualche opinion leader. Non va scambiato per un ring di polemiche trasversali. Né schiacciato con attese sproporzionate e con pretese extra-large. Non funziona come un consiglio comunale. E neppure come una assemblea condominiale.
Passo allora a declinare alcune ‘parole’ che mi sembrano imprescindibili, se si vuole stilare un vocabolario-base per definirne la ‘carta di identità’.

Sinodalità. Letteralmente – lo sappiamo – significa camminare insieme. Per dei credenti in Cristo significa camminare sulla via di Cristo, nella e con la sua Chiesa. Via di Cristo significa seguire la via che Cristo, il Pastore vero-bello-buono, continua a percorrere camminando davanti a noi per guidarci. Accanto a noi per sostenerci. Dietro a noi per difenderci. Seguire Gesù risorto nella e con la Chiesa significa camminare con questi pastori. Con questi fratelli e queste sorelle di questa precisa e concreta comunità. Con questi poveri. Sul passo degli ultimi. Camminare insieme significa mettersi in fila dietro al Risorto, nostro unico e insuperabile battistrada, e lasciarsi devastare dalla gioia di offrire un servizio alle retrovie. Significa avanzare senza fughe solitarie, svicolando su altri sentieri. Significa rallentare il passo per farlo accelerare agli altri. Velocizzare la marcia per destare i sonnolenti. Incoraggiare chi si è fermato. Rialzare chi è caduto. Prendere per mano e, forse, caricare sulle spalle chi non ce la fa più. Essere – come diceva don Mazzolari a proposito della parrocchia – l’ambulanza per chi è ferito e non può più camminare.

Comunione. È parola indispensabile e fruttuosa. È interessante scoprirne l’origine latina. Forse deriva da cum-munio (=difendersi insieme), ma allora potrebbe sottendere l’idea della Chiesa come cittadella arroccata, dove gli abitanti, affetti da sindrome dell’assedio, mettono insieme le loro munizioni. Oppure da cum-munus (=condividere i doni). Questa seconda etimologia mi convince di più. Mi restituisce l’immagine di una Chiesa i cui membri mettono insieme i loro doni, talenti e carismi. Un padre della Chiesa, Ignazio di Antiochia, usava il termine symphonia (sinfonia), per dire che nella comunità cristiana ciascuno è chiamato a fare coro. Ognuno con il personale, irripetibile timbro di voce o con il proprio strumento musicale, ma tutti impegnati ad eseguire uno spartito identico e condiviso: il Vangelo. Nel Consiglio Pastorale di una parrocchia, di una unità o zona pastorale, occorre sferrare una lotta senza quartiere a reticenze, dissapori, rivalità. A battibecchi contundenti e a squallidi pettegolezzi. Certo, la comunione non è un idillio. È un calvario con un sepolcro in cima, sul quale l’erba non ha fatto in tempo a crescere. In un Consiglio Pastorale potranno anche accendersi tensioni e incomprensioni. Né minimizzarle né drammatizzarle è la soluzione, ma ricordare ostinatamente che “l’unità prevale sul conflitto” (Francesco). Allora la diversità non farà rima con la divisione. E l’unità non sarà asfaltata dall’uniformità.

Discernimento comunitario. Si deve svolgere attraverso un dialogo sincero, sereno e obiettivo con i fratelli e le sorelle. Con attenzione alle esperienze e ai problemi reali di ogni comunità e di ogni situazione. Nello scambio dei doni e nella convergenza di tutte le energie in vista della edificazione del Corpo di Cristo e dell’annuncio del Vangelo. Nel crogiuolo della purificazione degli affetti e dei pensieri che rende possibile l’intelligenza della volontà del Signore. Nella ricerca della libertà evangelica da qualsiasi ostacolo che possa affievolire l’apertura allo Spirito. Così si eviteranno discussioni inconcludenti, contrapposizioni ideologiche, proposte totalizzanti e indiscutibili. Si rimarrà aperti a cogliere quanto nelle posizioni altrui è suggerito dal medesimo Spirito “per il bene comune” (1Cor 12,7). E si approderà a orientamenti condivisi.

Il sussidio pubblicato è uno strumento che – prego e spero – possa aiutare parroci, comunità e operatori pastorali ad avviare un virtuoso processo di riflessione e discernimento. Per costituire o ricostituire il Consiglio Pastorale. Per curare la formazione cristiana ed ecclesiale dei membri. Per assicurare a questo importante organismo di partecipazione sinodalità nello spirito e nel metodo, vitalità crescente e rigogliosa fecondità di opere e di frutti.
Lo affido al cuore di molti, per il bene di tutti.

+ Francesco Lambiasi

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