Il Ponte

In Venezuela, ma non è turismo

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Responsabile marketing e customer care presso il tour operator Condor Tour di Rimini, dopo quindici anni di onorata “carriera” il 23 ottobre scorso si è trovato a spasso di punto in bianco. Colpa della crisi. Federico Scibilia, 42 anni, e una famiglia sulle spalle, invece di affannarsi a cercare una nuova occupazione, si è preso un periodo sabbatico. Armi e bagagli per andare ad aiutare altre persone, in missione, dall’altra parte del mondo.

La voglia di buttarsi la delusione alle spalle o una molla diversa? Come e perché ha deciso di partirte per il Venezuela?
“La volontà di «aiutare gli altri» viene da lontano. Durante un viaggio di lavoro in Messico, nel marzo 2013, ho avuto un’imprevista infezione al cervello dovuta ad una sinusite barotraumatica. Sono finito in coma apparentemente irreversibile per cinque giorni e sono rimasto in un ospedale messicano per un mese. In quell’occasione mi sono avvicinato di più alla fede praticata; mi sono sentito miracolato per avere avuto una seconda possibilità di proseguire la mia vita. Dopo un anno e mezzo di vicissitudini mediche e circa due di riabilitazione sono tornato a condurre una vita «normale» ma con una diversa consapevolezza della volubilità del tempo che trascorriamo su questa terra. È un peccato sprecare ogni giorno che passa per cose futili che non danno soddisfazione e allo stesso tempo ci sono persone meno fortunate di me che non hanno la mia stessa consapevolezza oppure non hanno avuto la mia stessa fortunata possibilità, non solo di sopravvivere ma stare fisicamente bene”.

Questa nuova consapevolezza si è tradotta in alcune scelte.
“Il desiderio di mettersi a servizio degli altri era già presente in me: sono in Protezione Civile dal 2008 e partecipo attivamente alle iniziative in caso di necessità (ad esempio il terremoto a Modena e altre occasioni) ma le situazioni di emergenza non mi erano più sufficienti.

Nel gennaio 2017 mi sono rivolto alla Diocesi di Rimini con una richiesta esplicita: mettere a disposizione qualche settimana di ferie per vivere brevi esperienze di missioni all’estero. Ma la diocesi non è un’agenzia viaggi, così don Renzo Gradara, l’allora direttore della Caritas diocesana, mi ha proposto nel frattempo di rimboccarmi le maniche e aiutare nel tempo libero la cucina della mensa dei poveri di via Madonna della Scala, considerati anche i miei trascorsi giovanili nel settore della ristorazione e la mia passione per la cucina. Da allora ogni settimana dedico ogni sabato mattina alla Caritas.

La frequentazione di don Aldo Fonti, responsabile di Missio Rimini, ha aperto la strada verso la missione diocesana di Mutoko, in ZImbabwe, un’esperienza da vivere con mia moglie Annalisa e i due nostri figli: Dario (8 anni) e Cesare, di 11 anni. Purtroppo non è stato possibile per mancanza di posti. Però abbiamo aperto le porte di casa nostra, da settembre a dicembre 2017, a due ragazze di Operazione Cuore”

Nello scorso ottobre la svolta.
“Il tour operator presso il quale prestavo il formale lavoro come responsabile marketing e tour operator ha proceduto a licenziarmi su due piedi, sospendendomi immediatamente dall’attività lavorativa senza farmi usufruire del periodo di preavviso di quattro mesi. Improvvisamente mi sono trovato a casa senza un lavoro ma venendo tuttavia pagato per qualche tempo.
Così mi sono messo in contatto con il dott. Massimo Migani, il responsabile dell’ospedale di Mutoku per vedere se fosse stato possibile raggiungerlo. Anche questa volta, però, si sono chiuse le porte, a causa delle problematiche economiche dello Zimbabwe. Dopo una verifica con don Aldo per un’altra missione, lui mi ha proposto il Venezuela, vista anche la mia padronanza della lingua spagnola. Immediatamente è stata avviata la procedura”.

Leggi tutta l’intervista sul numero in edicola questa settimana (17-22 gennaio 2019) oppure sull’edizione digitale

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