Il Ponte

Vendetta e perdono

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“Italo D’Elisa la giusta fine”: così è stata titolata la macabra pagina Facebook aperta per “celebrare” la vendetta di Fabio Di Lello, assassino di Italo, colpevole a sua volta di aver ucciso per incidente la moglie di Fabio. Sui social l’ombra gelida della vendetta. Qualcuno ha scritto “Italo, uno di meno”. In molti hanno sostenuto che Fabio abbia fatto bene, visto la cronica lentezza della giustizia in Italia.
Anche questa volta troppi “eroi” della tastiera hanno purtroppo confermato la tesi di Umberto Eco, quando tuonò contro i social, colpevoli di aver dato diritto di parola a “legioni di imbecilli”. Ma la tragica vicenda di Vasto reclama qualche riflessione ulteriore.
Sì, perché la vendetta è un comportamento che ci riguarda tutti e riguarda questa società sempre alla ricerca di colpevoli da giustiziare, sempre popolata da giustizieri pronti ad accusare gli altri (e ad assolvere se stessi). E tutti noi, quando la rabbia ci assale, convinti di aver subito una ingiustizia, anche minima, siamo lì, immediati paladini di una giustizia sommaria e cercatori di piccole e grandi vendette.
Società spietata, dove il perdono può diventare la vera alternativa. Anche la psicologia sta riscoprendo il perdono. Studi recenti dimostrano che il perdono determina nella vittima maggior benessere, sia fisico che psicologico, ha effetti positivi sugli aggressori, migliora le relazioni sociali.
E che la propensione al perdono può essere migliorata da interventi educativi, culturali e sociali. Insomma possiamo costruire una società misericordiosa e questo non perché siamo bigotti baciapile, ma perché è più adattativa, più efficace, migliore di una società spietata, come è dimostrato dal gran numero di studi scientifici sul tema conflitto e perdono.
E non lo dice solo la psicologia. Papa Francesco nell’Evangelii
Gaudium con coraggio afferma che se “ rimaniamo intrappolati nel conflitto”, allora “ perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata” (EG 227).
Intrappolati nel conflitto: una condizione drammatica, perché significa non innescare processi evolutivi, anzi promuovere processi involutivi, come lo svilupparsi di forme di violenza, di vendetta, di sopraffazione e di aggressione. Il conflitto, dunque, può divenire una sorta di spirale mortale.
Perdonare e riconciliarsi non significa dimenticare, ignorare le differenze, far finta di nulla, negare il male ricevuto, minimizzare, giustificare: significa invece innescare processi psicologici caratterizzati dalla capacità di rigenerare le relazioni e noi stessi.

di Tonino Cantelmi

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