Il Ponte

Uno sconosciuto Čajkovskij

by

osservatorio musicale

Per la prima volta in Italia al San Carlo 

L’Incantarice con interpreti provenienti

dal Teatro Mariinskij di San Pietroburgo

 

Tchaikovsky / L'INCANTATRICE (ČARODEJKA _ph.L.RomanoNAPOLI, 24 febbraio 2017 – Nata nel 1887, dopo Oneghin e prima della Dama di picche, non ha goduto della medesima fortuna: neppure in patria. Čarodejka, in italiano L’incantatrice (ossia, una di quelle donne capaci di attrarre irresistibilmente ogni uomo), fu trasformata in libretto per Čajkovskij dallo stesso autore del dramma, Ippolit Spazinskij. Protagonista è Kuma, regina indiscussa di una maison de plaisir, che – come Violetta o Carmen – conosce solo la libertà del cuore, né viene contaminata dalle ricchezze o da ambizioni di potere: è invece capace di nutrire un amore disinteressato e puro per il giovane principe Jurij, anche se destinato a sfociare in tragedia. Proposta per la prima volta in Italia, a Napoli, in un allestimento proveniente dal Teatro São Carlos di Lisbona di una decina di anni fa, nonostante qualche scollamento legato forse alle imponenti proporzioni, quest’opera configura un dramma d’indubbia suggestione e profondità di scandaglio psicologico, dove è facile scorgere risvolti autobiografici, soprattutto nella denuncia di meccanismi familiari che, sotto l’apparente rispettabilità borghese, nascondono tutt’altro. In Čarodejka emerge, poi, tutto l’amore di Čajkovskij verso l’opera italiana e Verdi in particolare. La competizione fra padre e figlio per la bella Kuma, vero nucleo drammatico della vicenda (anche se lo si scoprirà solo alla fine del terzo atto), viene in qualche modo anticipata da espliciti richiami musicali al Don Carlo, vicenda anch’essa incentrata sulla rivalità amorosa fra un anziano genitore e il figlio.
Lo spettacolo di David Pountney, che si avvale dell’elegante scenografia di Robert Innes-Hopkins e dei sontuosi costumi di Tat’jana Noginova, anestetizza un po’ troppo le passioni ed elimina la potenza romantica della natura, che in Čajkovskij gioca un ruolo fondamentale. Cancella anche gli echi folclorici, ben percepibili invece sul piano musicale nelle soluzioni armoniche e nello spregiudicato uso della modalità. Un’ambientazione d’inizio novecento (in luogo della seconda metà del XV secolo) permette al regista di rappresentare l’insurrezione popolare del secondo atto come un episodio legato alla rivoluzione di ottobre: una nota di modernità in un contesto dove compaiono personaggi quasi archetipici della cultura russa, dallo stregone a una losca figura di prete.
Zaurbek Gugkaev ha avuto il compito, assolto con sicuro mestiere, di governare un’orchestra non sempre a suo agio con questo tipo di sonorità, a differenza del coro – chiamato spesso a cantare a cappella – che invece ha fornito un’ottima prova. A fianco di coristi e danzatori del San Carlo, gli interpreti provenivano dal Mariinskij di San Pietroburgo. Nei panni di Kuma, l’espressiva e fascinosa – nel suo abito rosso sgargiante – Marija Bajankina, anche se il vero protagonista dell’opera è il vecchio principe: l’ottimo baritono Jaroslav Petrjanilk ha saputo rendere la figura tormentata di uomo, combattuto fra i suoi doveri politici, l’amore coniugale e una passione che lo strega per la bella Kuma. Molto efficace, nei panni della moglie trascurata e nel suo possessivo amore per il figlio, Liubov’ Sokolova, dal bel colore mezzosopranile. Meno convincente come principe rampollo il tenore Nikolaj Emcov, apparso fin troppo ripiegato in se stesso e privo di quel piglio legato alla passione giovanile. Nel rodato insieme vocale numerosi i comprimari, tutti ben caratterizzati dalla regia. Da ricordare almeno, nella duplice veste del diacono Mamyrov e dello stregone, il basso Alkeksej Tanovickij.
Giulia Vannoni

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