Il Ponte

Un viaggio tra rocche e castelli

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Come si racconta un viaggio? Siamo abituati a far corrispondere ad un viaggio un mucchio di fotografie di luoghi visti, posti visitati, ma meno spesso associamo, – se non quando tornano d’incanto alla mente e ai sensi – allo stesso viaggio, immagini non tangibili, emozioni e suggestioni.
Alla fine del viaggio che Anna Maria Guccini fa nella valle del Conca niente viene trascurato, niente viene dimenticato. Ogni sguardo, ogni pietra, ogni fiore, ogni cielo hanno un loro posto e meritano una narrazione. Nasce così Viaggio nella Valle del Concaedito dalla Banca Popolare Valconca. Ventesimo libro della medesima collana, porta come i volumi che lo hanno preceduto un segno importante: “Ogni volume è stato scritto come contributo originale da autori locali. Solo una banca locale, nata dal popolo, poteva inventare qualcosa che è di grande spessore culturale eppure fruibile, divulgativo, accessibile a tutti. Certo, in un periodo così tumultuoso e incerto, come è quello che stiamo vivendo, sembra poca cosa continuare su questa strada intrapresa vent’anni fa. Troppo grande sembra essere il differenziale fra i problemi del nostro tempo e questo nostro tenacemente essere attaccati alle cose quotidiane e reali, alla nostra storia, alla nostra cultura” ha scritto nell’introduzione al volume l’avvocato Massimo Lazzarini, Presidente della Banca Popolare Valconca.
La storia e la cultura quindi. Elementi che nell’ambito del viaggio fanno sempre da sfondo e, a volte, tornano alla luce. È la stessa autrice che nell’introduzione al libro-viaggio cerca di dare qualche indicazione ai lettori-viaggiatori: “In questo libro il soggetto coincide con il desiderio di riuscir a far convergere, nello stesso percorso, aspetti, anche molto differenti fra loro, colti in secoli diversi di storia. Aspetti legati all’architettura e al paesaggio, resi in parte concreti dall’obiettivo della macchina fotografica e dalla determinazione di conoscerli e coglierne l’essenza dopo esserne rimasti coinvolti. E ancora, l’ispirazione di poter allacciare una pluralità di temi in una trama attraverso la quale poter rivedere alcuni aspetti legati all’architettura e alla vita del periodo temporale percorso. Farne intravedere le figure più potenti e quelle che popolavano le campagne attraverso immagini di quotidianità e di eventi, all’interno di castelli, fattorie fortificate ed inserite sullo sfondo del lento mutare del paesaggio”.
Il libro è arricchito da molte fotografie e quelle immagini di quotidianità di cui parlava l’autrice vengono fuori passando di strada in strada, di castello in castello, di età in età. È il caso di Immaginare un banchetto della sala dell’imperatore. Chi scriveva di cucina nel periodo medioevale.
In un capitolo dedicato al Castello di Montefiore, si legge: «Nell’alto Medioevo l’arte culinaria antica trova un primo veicolo di trasmissione nei trattati di medicina e nei grandi repertori di erbe, piante e animali, con il loro corredo di consigli dietetici e valutazioni dei prodotti capaci di esercitare effetti positivi sulla salute umana. In questa tradizione si colloca il <+cors>Regimen sanitatis<+testo_band>, elaborato nel XII secolo dalla celebre Scuola medica Salernitana, nella quale confluiscono preziosi contributi della medicina araba ed ebraica, e attraverso queste, anche le conoscenze della medicina e della farmacopea del mondo antico. (…) Altresì, il banchetto medioevale non era finalizzato solo al mangiare, ma anche ad offrire una dimostrazione di potere, ricchezza e magnanimità. In un contesto nobiliare la sua funzione era in prevalenza sociale e serviva a sottolineare l’apparenza di chi lo offriva ad una elité privilegiata. Ne erano segni esteriori il lusso e lo splendore di cui amavano circondarsi le grandi famiglie: ambienti decorati, stuoli di servitori, stoviglie in terracotta verniciata, stagno e argento, bottiglie e bicchieri in vetro prezioso. Ad essi si aggiungeva anche il complesso cerimoniale del servizio che era parte integrante dell’apparato scenografico del banchetto. Nel periodo medioevale e ancor per molto tempo dopo, nei diversi giri di portata, conosciuti anche come servizi, venivano messe in tavola un certo numero di pietanze, tra le quali i commensali potevano scegliere ciò che preferivano. In linea di principio i servizi erano tradizionalmente ripartiti in alimenti liquidi, asciutti e carni e nell’ultimo veniva servita l’“uscita”, che segnava il termine del pasto e il momento in cui si iniziava a sparecchiare i tavoli. Fra un servizio e l’altro era una pratica costante intrattenere gli ospiti con musiche, spettacoli, giocolieri e saltimbanchi, oppure nei banchetti più prestigiosi, con rappresentazioni – a volte fastosissime – di fatti storici, mitologici e allegorici, che miravano a celebrare il signore oppure la famiglia o il personaggio in onore dei quali si teneva il banchetto. I tavoli erano posati su cavalletti o banchetti (da cui il nome assunto dal convito), e venivano smontati al termine del pasto. I commensali sedevano di solito su panche, rese più comode da cuscini e disposte solo sul lato esterno dei tavoli, per lasciare libero quello interno sia per servizio sia per poter assistere. Le mense erano coperte da una tovaglia bianca, sulla quale poteva essere posato un secondo drappo di stoffa. Non esistendo ancora i tovaglioli, i commensali pulivano mani e bocca con la tovaglia stessa, che nei banchetti più sontuosi poteva anche essere cambiata dopo ogni servizio. Tra il personale spiccavano, oltre al maestro di cucina, il coppiere, lo scalco e il trincia carne che si occupavano delle bevande e delle carni. Seguivano gli addetti al servizio della tavola e quelli che si occupavano della cucina. Coppiere e scalco erano quasi sempre cavalieri, e, al pari del cuoco, accompagnavano il loro signore in tutti i suoi spostamenti. Su tutti soprintendeva il maestro di casa, il quale, per l’importanza del suo servizio, doveva, più degli altri, essere colto, leale e pronto a subordinare l’interesse personale alle esigenze del suo signore. Inoltre, era tenuto ad essere sempre al corrente di chi era di passaggio e, in modo riservato, doveva informare il signore affinché questi potesse decidere quale accoglienza eventualmente riservare al possibile ospite».
E si va avanti così, per la valle del Conca incontrando i castelli, le rocche, cercando di raccontare il modo in cui le più grandi casate della storia hanno vissuto quelle stanze, quel luoghi, quei tempi. Senza svelare altro, ricordo che il libro è corredato di bellissime fotografie e di carte catastali che in molte occasioni sono messe a confronto con le foto del territorio odierno.
Un bel documento, dunque, che non lascerà delusi gli appassionati del territorio e che di certo incuriosirà i nuovi lettori. Un compleanno, quello del ventesimo volume della collana, che festeggiarlo meglio non si poteva.

Angela De Rubeis

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