Il Ponte

Un riminese alla corte di Napoleone

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Fra i tanti riminesi illustri che costellano la storia locale e nazionale un personaggio non molto ricordato, ma che comunque ha onorato la nostra città è senz’altro Daniele Felici Capello, citato anche nell’articolo sulla Confraternita di San Girolamo apparso su Il Ponte del 23 novembre 2014 e a cui è anche dedicata una via in città dove ho abitato per molti anni. Consultando vari testi, tra i quali quello di Carlo Tonini dal titolo “Compendio della storia di Rimini” parte II (1500-1861) e i manoscritti dello Zanotti (1773-1826) e del Giangi (1782-1846), esistenti presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini, ho ricostruito la storia del personaggio che assunse cariche pubbliche e fu in diversi periodi anche ministro durante l’età napoleonica.

>Un po’ di storia
Raccontando dall’inizio, il conte nacque a Rimini il 20 febbraio 1756 da una nobile famiglia. I genitori erano il capitano Rinaldo Felici e Chiara Faccini. Compiuti gli studi classici in città, entrò giovanissimo nel consiglio municipale (già nel 1776) come aggregato, in luogo di suo padre. Nel 1797 fu tra quelli che si dichiararono favorevoli alle riforme napoleoniche, cosicchè quando Bonaparte salì al potere, lo chiamò a far parte dell’Amministrazione centrale della Legazione di Romagna, (ceduta a lui dal Papa Pio VI dopo la pace di Tolentino), che aveva sede a Ravenna e che era composta da nove persone, tra cui il Felici e Nicola Martinelli.

Gli incarichi politici
Durante la repubblica Cisalpina, nata il 3 novembre 1797, divisa in venti dipartimenti e con una popolazione di oltre tre milioni di abitanti, fu commissario del potere esecutivo per il Dipartimento del Rubicone, con sede in Rimini, fino al luglio del 1798 e ne fu Ministro delle Finanze dal 16 luglio al 1 dicembre 1798, lasciando il suo posto in Romagna al Ronconi. Durante la temporanea restaurazione austriaca venne nominato amministratore del dazio sulla macina del grano. Dopo Marengo, che ristabilì il predominio di Napoleone nell’Italia settentrionale e la ricostituzione della Cisalpina, ingrandita con il Polesine, con il territorio veronese e con i territori delle legazioni pontificie, tornò nell’Amministrazione dipartimentale del Rubicone, opponendosi alle malefatte dei commissari austriaci. Si recò poi alla Consulta di Lione, nel 1801, dove erano presenti 452 membri provenienti da Lombardia, Mantova, Bergamo, Brescia, Verona, Cremona, Rovigo, dai ducati di Modena e Reggio, Massa e Carrara e dalle tre legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna. Il Felici faceva parte della Commissione governativa di Milano, composta anche da altri notabili, tra i quali i riminesi Ercole Buonadrata, Alessandro Belmonte Cima, Nicola Martinelli, Ottavio Zollio (rappresentante del vescovo), il notaio Gaetano Urbano Urbani e l’avvocato Luigi Pani per la Guardia nazionale. Tutti questi rappresentanti della Cisalpina erano sinceramente animati dalla fiducia di poter ottenere la completa e definitiva autonomia del loro Stato, questo incontro fu però una parodia d’assemblea costituente, perchè le strutture fondamentali della nuova istituzione, che prese il nome di Repubblica Italiana, furono imposte ed approvate secondo i desideri di Napoleone.

Il consiglio legislativo
Lo stesso Felici il 26 gennaio 1801 fu incluso fra i dieci componenti del Consiglio legislativo della nuova nazione che si estendeva dalle Alpi agli Appennini e che era diviso in dodici dipartimenti e 46 distretti di cui Napoleone assunse la Presidenza, chiamando il milanese Francesco Melzi d’Eril alla Vicepresidenza. La Repubblica Italiana si trasformò poi in Regno d’Italia il 31 marzo 1805 ed il Bonaparte, divenuto imperatore ne cinse la corona, nominando vicerè il figlio adottivo Eugenio Beauharnais, ponendogli accanto un consigliere francese che rispondeva al nome del conte Méjan. In seguito poi, alle vittorie napoleoniche sancite dai trattati di Presburgo (1805) e Schonbrunn (1809), il Regno d’Italia si estese dal Trento al Tronto, da Vercelli a Venezia. Questo vasto Stato che raccoglieva gran parte dell’Italia settentrionale e centrale, riformò la giustizia, diede incremento alla cultura ed all’istruzione, riorganizzò l’esercito ed il sistema viario, animò l’amministrazione finanziaria e favorì i commerci interni ed esteri, contribuendo al progresso materiale e morale di popolazioni separate, per il passato da barriere politiche ed economiche. Daniele seguì in questo periodo Napoleone a Parigi e rimase presso di lui con l’importante incarico legislativo per tutto il 1802 e parte del 1803. Chiamato a Milano, e già assistente del Marescalchi, gli venne affidata la reggenza del Ministero dell’interno, durante la malattia del ministro Villa, reggenza che diventò effettiva il 6 aprile 1804.

Rimini nel cuore
Durante questo prestigioso incarico non dimenticò la sua Rimini in cui periodicamente rientrava, presenziando a vari eventi tra cui quello del 21 agosto 1803 quando, nel teatro restaurato e decorato con egregi scenari dall’artista bergamasco Giuseppe Marchesi, assistette, insieme ai magistrati, ad un pubblico spettacolo. Restò Ministro degli interni fino al 16 gennaio 1806, quando venne sostituito da Luigi Arborio di Breme. In quell’anno fu pure eletto come consigliere di Stato. Il 19 febbraio 1809 fu nominato senatore e nel 1810 fu insignito del titolo di conte dallo stesso Napoleone Bonaparte. Rimase a Milano fino alle tragiche giornate del 1814, e a seguito delle sconfitte e l’abdicazione dell’imperatore, si ritirò in Rimini, poiché, per la salute malferma, non riusciva a sopportare il clima milanese, dedicandosi agli affari municipali e contrastando le esose requisizioni dell’esercito di Murat.

La Confraternita di San Girolamo
Fece parte della Confraternita di S.Girolamo, sorta in Rimini nel lontano 1442 e riconosciuta nello stesso anno con bolla di Papa Eugenio IV. Questa istituzione di formazione cristiana, di cui fu socio anche il beato Alberto Marvelli dall’aprile 1945 al 5 ottobre 1946, era ispirata agli insegnamenti di S.Girolamo ed era dedita anche all’assistenza agli indigenti, secondo le regole della carità cristiana. Il Felici nel 1797 ne fu presidente ordinario e dopo che la venerabile confraternita fu sciolta per effetto delle soppressioni napoleoniche il 20 marzo 1798, fu proprio lui, grazie alle sue influenze, che la fece riaprire il 2 aprile 1819, dopo la fine del dominio francese in Italia.
Tra le altre cariche ed onorificenze, assunse anche il titolo di gonfaloniere del Comune di Rimini tra il 1816 ed il 1818, dopo che era deceduto il suo predecessore, il conte Giulio Cesare Battaglini.

La famiglia
Daniele Felici sposò la nobile Lucrezia di Cesena che il 12 aprile 1848, a capo di un buon numero di dame, accolse, da patriota, le truppe pontificie e civiche che, provenienti da Roma, andavano ad offrire il loro appoggio ai Savoia nella I guerra d’indipendenza. Il Clementini nel suo Compendio così descrive quell’incontro: “la liberalissima e gentildonna cesenate Lucrezia vedova Felici, vestita all’italiana, come ella soleva, con cappello nero e largo a piume, presentò al colonnello una bandiera (quella italiana)”. Dalla moglie, Daniele Felici ebbe due figli: Rinaldo che morì alla giovane età di 45 anni e che fu il padre della gentildonna Innocenza sposatasi con il conte Ruggero Baldini, fondatore assieme al fratello Alessandro del primo stabilimento-balneare di Rimini, e Marianna che sposò il conte Ludovico Sturani di Ancona, patriota, mio antenato e Ministro delle Finanze nel governo delle Provincie unite, di cui ho già narrato le vicende in un altro articolo.

La morte
Daniele visse i suoi ultimi anni nel palazzo di proprietà tuttora esistente in Via Giovanni XXIII, 14 a Rimini, che prima si chiamava Umberto I e qui morì l’11 gennaio 1836, colpito da herpes o lebbra ed obbligato a letto e sulla sedia a ruote per vari mesi. Fu sepolto nell’antico tempio riminese di San Girolamo edificato nel 1630, distrutto nel corso del secondo conflitto mondiale ed il cui erede, nello stesso luogo, è l’Oratorio di San Giovannino, in Via Dante 18 a Rimini, restaurato nel novembre 2008. Il Giangi nel suo manoscritto (già citato), racconta che il figlio Rinaldo, per onorare la memoria del padre fece una cospicua elemosina donando “a tutti i poveri, ragazzi ed adulti, radunati dai carabinieri, la somma di bay 120”.

Nella memoria dei riminesi
Il Felici fu un uomo di rilievo sia per le sue cognizioni amministrative sia per i contatti che tenne anche ad alto livello culturale, particolarmente con Vincenzo Monti e Pietro Giordani. Sulla facciata dell’edificio del Felici, i riminesi gli dedicarono una bella epigrafe, ancor oggi visibile, vergata dall’eccellente penna di Enrico Bilancioni che così recita: “A perpetua ricordanza del Conte Daniele Felici Capello che accrebbe il lustro di questa città. Egli il primo ministro delle finanze nel regno di Napoleone poi ministro dell’Interno e senatore, serbata fra gli onori cittadina modestia con animo sempre memore del luogo natio morì il giorno XI Gennaio MDCCCXXXVI”.

Enrico Morolli

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