Il Ponte

Un giorno fa memoria?

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No, non può essere giudicato ripetitivo il richiamo alle atrocità commesse nei lager.

Un richiamo che è diventato Giornata della Memoria cioè una ricorrenza internazionale celebrata dopo la designazione della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. In quei campi di concentramento nazisti si leggono i segni della brutalità umana e della follia omicida.

Tutto fu orrendamente reale, possibile, praticabile e praticato a più riprese. Un baratro.

La scrittrice ebrea Elena Loewenthal ha messo in guardia dal rischio o dalla tentazione di banalizzare Auschwitz, in una sorta di recinto sacrale o simbolico che finisce per stemperare paradossalmente il reale.

Altri, come Ezra Cohen della comunità ebraica di Düsseldorf, sostengono di contro che “l’argomento è troppo serio per essere raccontato”.

L’indicibilità è un tratto essenziale della Shoah per molti dei sopravvissuti.

Eppure, per non dimenticare quella furia disumana che ha cancellato milioni di uomini, è un dovere riportare a galla l’orrore, farlo conoscere perché lo si possa evitare.

Nessuno mai si limiti a guardare indietro senza poi guardare all’oggi e al domani, ove si possono annidare altre tenebre in grado di produrre altri guasti disumani. Questo può essere il senso attuale della Giornata della Memoria, istituita il 27 gennaio a ricordo dell’abbattimento dei cancelli del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau.

C’è chi mostra i “protagonisti” di Auschwitz nelle vesti di animali (il premio Pulitzer Art Spiegelman con il capolavoro Maus, ad esempio) e chi invece si affida ad un messaggio più positivo per fronteggiare quell’orrore. “Film, libri, quadri e composizioni musicali, e anche quella peculiare forma che è il fumetto, hanno saputo combattere Auschwitz” assicurano il filosofo Raffaele Mantegazza e il teologo Brunetto Salvarani, autori del saggio Le strisce dei lager. I riminesi del Cartoon Club hanno tradotto la lezione allestendo la mostra Lupi, lacrime e tragici topi, per mostrare, ad esempio, come il fumetto di tutto il mondo ha raccontato e racconta la Shoah. Uno studio che oltre ad eseere esposto sta per diventare un libro.

Testimonianze, spettacoli, film e incontri. E perfino percorsi guidati: il calendario in provincia per non dimenticare è ampio e variegato. Consapevoli però che “il ricordo da solo non equivale a conoscenza” come suggerisce Laura Fontana. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università degli Studi di Bologna, dopo aver vissuto alcuni anni in Francia, la Fontana è Coordinatrice delle Attività Teatrali e Responsabile del Progetto Educazione alla Memoria. È lei la responsabile del composito progetto “Educazione alla memoria”, nato a Rimini nel 1964. Quello adriatico è infatti il comune antesignano dei progetti sulla Giornata della Memoria, che abbracciano cinema, letteratura, teatro, testimonianze, viaggi.

Ha detto lo storico Enzo Traverso: “La Shoah gode di una visibilità tanto accecante quanto scarsa è la sua comprensione storica”. Vedere non sempre fa rima

con comprendere. L’attualissimo, tristissimo, esempio della Siria è esemplare: quante immagini vediamo provenienti da quel Paese martoriato? Eppure, quanto capiamo di ciò che sta accadendo per agire di conseguenza?

È necessario non restare imprigionati emotivamente dalle immagini ma fare una reale percorso di conoscenza. “Le lezioni del passato – è l’«insegnamento» della Fontana – devono essere occasione di riflessione sulle contraddizioni e sulle speranze del nostro tempo, evitando la retorica commemorativa della «celebrazione» che produce semplificazione e banalizzazione (del male).

Basta con la melassa proposta da film malfatti e da immagini che rischiano di coinvolgerci solo emotivamente”.

Una maniera tutt’altro che banale di partecipare alla Giornata della Memoria, potrebbe essere quella di conoscere anche i protagonisti che sul territorio hanno affrontato l’orrore. E magari sono riusciti a darne una testimonianza virtuosa.

È l’esempio di Ezio Giorgetti.

Trentotto ebrei, quasi tutti jugoslavi, arrivano a Bellaria in cerca di rifugio, per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste.

È il 13 settembre 1943.

Trovano alloggio all’hotel Savoia gestito dal giovane albergatore Giorgetti. Gli ebrei non svelano subito la loro reale identità: si presentano come profughi italiani, famiglie fuggite di fronte ai pericoli della guerra, come tante altre presenti in quei giorni sulla riviera romagnola. Giorgetti, tuttavia, capisce ben presto che si tratta di ebrei in fuga. Pur rendendosi conto dei gravissimi rischi a cui si espone, ne accoglie il disperato appello di aiuto e, insieme al maresciallo dei carabinieri Osman Carugno, offre loro protezione fino alla liberazione, avvenuta alla fine di settembre del 1944, superando paure e mille pericoli.

Per questa sua scelta, Ezio Giorgetti nel 1964 è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni, primo italiano ad aver ricevuto questo onore. Nel 1985 il titolo di Giusto è stato conferito anche al maresciallo Carugno protagonita insieme all’albergatore bellariese di questo umanissimo salvataggio. La sua storia è stata raccontata nel libro Un cammino lungo un anno. Gli ebrei salvati dal primo italiano “Giusto tra le Nazioni”.

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