Il Ponte

Tutta colpa di Bartolomeo…

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Gigi e Domenico non si salutano più. Un tempo erano stati molto amici; fin da ragazzi, infatti, oltre che compagni di scuola erano inseparabili anche nei giochi. Uno dei loro passatempi preferiti era quello di recarsi al fiume dove avevano costruito una piccola capanna che serviva loro per giocare ai pellirossa, per cacciare le lucertole (la fionda di Domenico era micidiale) e per spogliarsi d’estate quando facevano il bagno nelle fresche acque del fiume. Sebbene di temperamento e carattere diversi, sembrava non potesse fare a meno di stare insieme. Anche da giovanotti quando si recavano nei paesi vicini per qualche avventura galante, Gigi, piuttosto taciturno, si giovava della parlantina di Domenico. E se succedeva di menar le mani, cosa piuttosto frequente in quei tempi quando si trattava di donne, le robuste braccia di Gigi fungevano da clava anche per Domenico.
Insomma, era una coppia nota nel paese per l’affiatamento e la solida amicizia. Domenico faceva l’idraulico ed era molto bravo; Gigi non avendo trovato un lavoro di suo gusto (fece il falegname, il meccanico, il sarto con scarsi risultati) ebbe la fortuna di ereditare, ancora giovane, la trattoria del padre e si fece un nome in tutta la zona, grazie, soprattutto, a sua moglie che era una cuoca veramente capace. Anche dopo essersi sposati i due amici si ritrovavano, sebbene meno frequentemente, per andre a caccia lungo il fiume o per qualche accanita partita a carte nella trattoria di Gigi.
Purtroppo la loro amicizia finì il giorno che all’orizzonte apparve Bartolomeo. Bartolomeo non avrebbe mai pensato di essere la causa del litigio fra i due amici. Tanto più che, trattandosi di un uccello, non ne aveva nemmeno i motivi. Dunque, un bel giorno Bartolomeo, un bellissimo merlo, venne regalato a Gigi, per riconoscenza, da un carrettiere che aveva mangiato nella sua trattoria più di una volta senza prendere un soldo. Il merlo, il gabbia, fischiava che era un piacere a starlo a sentire e molti clienti in poco tempo gli erano diventati amici. Nel frattempo Domenico, che frequentava raramente la trattoria, era entrato in politica ed era addirittura candidato, per il Partito Comunista, a sindaco del paese. Teneva molti comizi nelle frazioni vicine del Comune e aveva riservato l’ultimo, il più importante, per il capoluogo. Era una bella sera di luglio e la piazza principale del paese, dove si trovava la trattoria di Gigi, era piena di gente accaldata e curiosa di ascoltare il compagno Domenico che, a detta di tanti, aveva buone probabilità di essere eletto.
In verità il suo rivale era piuttosto forte: si trattava del farmacista, un anziano repubblicano che gli avrebbe dato senz’altro del filo da torcere. Gigi, che da oste ormai smaliziato non s’interessava di politica, quella sera si sedette davanti alla porta della sua trattoria per ascoltare i due candidati. Ebbe l’infelice idea di mettere Bartolomeo, forse per farlo godere di un po’ d’aria non viziata, vicino a lui proprio quando Domenico, che era il primo oratore, s’apprestava a parlare. Domenico aveva appena iniziato il suo discorso con una frase che si potrebbe definire d’introduzione, ma che in quella occasione fu fatale per il suo avvenire di uomo politico. “Concittadini” iniziò osservando la gente per attirarne l’attenzione “non credo di aver bisogno di presentarmi e nemmeno di parlare del mio limpido passato che voi tutti conoscete”, quando all’improvviso si levò alto, acuto, inequivocabile il fischio di Bartolomeo nel motivo di “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza” (canzone della gioventù fascista).
La risata generale e le frasi di scherno dei suoi rivali – anche se Gigi prese la gabbia e la cacciò all’interno del suo locale – distrussero il povero Domenico che finì in maniera ingloriosa il suo discorso. L’indomani Gigi non solo cercò di spiegarsi l’accaduto, ma soprattutto di convincere l’amico che lui non aveva colpa, perché non aveva insegnato lui quel motivo a Bartolomeo. Ma tutti i suoi tentativi furono inutili. Domenico non lo credette e da allora non gli rivolse più la parola. Gigi ormai non se la prende più, anche se non è riuscito ad individuare l’autore del tiro mancino; perché sa di essere innocente e ciò lo rende tranquillo. Però ha messo in castigo Bartolomeo confinandolo dietro una grande tenda, vicina alla sala della sua trattoria. Ogni tanto qualche cliente nostalgico che fra le varie esibizioni di Bartolomeo vuole riascoltare “Giovinezza”, cerca di imbeccare il merlo. Ma Gigi arrivando quatto quatto alle spalle del richiedente, dice forte, tra il sorridente e l’ironico. “Guardi, che sa fischiare molto bene anche Bandiera Rossa”.

1960, Amos Piccini,
tratto da Scartoffie, edito da “la Stamperia”

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