Il Ponte

Traviata guarda al passato

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L’opera di Verdi ha ufficialmente aperto la stagione lirica del rinato Teatro Galli con un tradizionale spettacolo per la regia di Leo Nucci  

RIMINI, 10 marzo 2019 – Dopo Maria Callas, per tutte le interpreti che si sono accostate al ruolo di Violetta – anche per quelle che hanno fatto scelte di un divergente approccio vocale – il grande soprano greco è rimasto un punto di riferimento: un modello certo ineguagliabile e forse impossibile da imitare, ma con cui è obbligatorio confrontarsi. Del resto, la sua rivoluzionaria interpretazione della Traviata alla Scala nel 1955, complice la leggendaria regia di Luchino Visconti, è da tempo entrata nella leggenda.

Una scena dello spettacolo – Ph Morosetti

Lo spettacolo che ha aperto la stagione lirica del Teatro Galli, proveniente da Piacenza e firmato da Leo Nucci (che da qualche tempo alterna la regia d’opera all’attività di baritono: ha festeggiato ben cinquant’anni di carriera!), rappresenta un palese omaggio alla grande Maria. Lo si capisce da tanti piccoli dettagli, ma diventa del tutto esplicito nella scena finale, esattamente ricalcata sulla biografia dell’ultimo periodo di vita della Diva: morendo, Violetta non ricade sul canapè, come prevede la didascalia del libretto, ma si avvicina alla finestra e scosta la tenda, rimanendo immobile, prima che cali il sipario. È il remake dell’ultima foto scattata alla Callas prima della sua scomparsa, che si sovrappone alle sue parole vergate sul fondale e prese direttamente dai versi di Piave (Sola, perduta, abbandonata in questo popoloso deserto che appellano Parigi), quasi a sancire un’identità pressoché assoluta con il personaggio di Violetta.

Il grande amore che Nucci ha sempre dichiarato per Traviata e la Callas si è tradotto in uno spettacolo tradizionale, piacevole a vedersi e caratterizzato da un’attenta cura dei particolari, grazie anche al contributo di Carlo Centolavigna per le scene, che ricostruiscono interni borghesi di gusto parigino, e di Artemio Cabassi per i costumi, ispirati a quegli anni cinquanta che coincisero proprio con l’apogeo della Callas.

Sul versante esecutivo, la direzione era affidata a Pier Giorgio Morandi: bacchetta di sicuro mestiere, attenta a salvaguardare gli equilibri fra buca e palcoscenico. Tuttavia la sua lettura – un po’ avara d’inventiva – era caratterizzata da un certo grigiore, soprattutto dinamico: un rammarico tanto più grave dato che l’ottima Orchestra Giovanile Luigi Cherubini (archi sempre morbidissimi e suono compatto, segno di grande affiatamento) gli avrebbe consentito ben altra flessibilità.

La compagnia di canto era formata da interpreti selezionati attraverso il progetto “Opera Laboratorio” del Teatro Municipale di Piacenza. Protagonista Adriana Iozzia: una Violetta malinconica e un po’ ripiegata su se stessa, che – grazie alla notevole eleganza scenica – è riuscita a compensare i limiti di una voce poco accattivante (evidenti soprattutto nel primo atto, mentre ha saputo dare il meglio nel terzo). Accanto a lei il giovane tenore peruviano Ivan Ayon Rivas, seppure privo del physique du rôle per Alfredo, ha mostrato di possedere buoni mezzi e una certa facilità d’emissione. Il baritono coreano Benjamin Cho, con una sicura linea di canto, è stato un Germont abbastanza espressivo grazie a una certa varietà di accenti. Davvero apprezzabili i comprimari: dalla Flora corretta ed efficace in scena di Carlotta Vichi all’incisiva Annina di Luisa Tambaro; dal prestante barone Douphol di Juliusz Loranzi all’empatico dottor Grenvil di Vincenzo Santoro; dalla rilevante presenza vocale del Gastone di Raffaele Feo al d’Obigny di Francesco Cascione. Professionale e sempre a suo agio in scena il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati.

Da sottolineare che, seduto in platea fra il pubblico, un anziano signore (che aveva approfittato della recita pomeridiana per vedere la nuova sala teatrale) ha avuto un sussulto di commozione: lui, abituale frequentatore – quando era ancora giovanissimo – di quello che allora si chiamava Teatro Vittorio Emanuele, l’ha ritrovato esattamente uguale. Dopo settantacinque anni è un’emozione che equivale a un viaggio nel tempo.

Giulia Vannoni

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