Il Ponte

Tradizionale Chénier

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Alla Scala l’opera di Umberto Giordano ben valorizzata dalla bacchetta di Riccardo Chailly e dallo spettacolo di Mario Martone

MILANO, 22 dicembre 2017 – Considerato ormai da tempo, con una punta di snobismo e sufficienza, un titolo minore, Andrea Chénier è tornato adesso alla ribalta sui due maggiori palcoscenici operistici italiani (e per tacere della vicina Monaco): lo scorso aprile a Roma, nel suggestivo allestimento di Marco Bellocchio, con un sorprendente Gregory Kunde protagonista; in questi giorni alla Scala, dove la sera di Sant’Ambrogio ha dato avvio alla stagione operistica milanese. Suscita più di una perplessità constatare come ci voglia un certo coraggio a proporre, oggi, un’opera come Chénier, appartenuta al lessico familiare d’intere generazioni: non tanto per problemi di costi legati alla presenza di quattordici personaggi, ma per l’ostilità verso una temperie culturale sbrigativamente liquidata come verismo (un contenitore di comodo dove, per pigrizia mentale, è stato messo dentro di tutto). E pensare che fra i massimi estimatori di Umberto Giordano c’erano Mahler, che al compositore italiano invidiava l’innata facilità melodica, e tanti grandi direttori: da Marinuzzi a de Sabata e Gavazzeni.
Al pari dei suoi predecessori, Riccardo Chailly, da tre stagioni direttore musicale alla Scala, crede autenticamente in quest’opera, al punto da averla scelta come titolo inaugurale (sul palcoscenico del Piermarini, del resto, la diresse già una prima volta trentacinque anni fa, con Carreras protagonista, riproponendola poi tre anni dopo) e l’ha anche trasformata in occasione di omaggio a Victor de Sabata, nel cinquantenario dalla scomparsa. La lettura di Chailly diventa così il punto di forza dello spettacolo: si rimane conquistati da una bacchetta che procede spedita e con tempi sostenuti, valorizzando l’enorme ricchezza di sfumature della partitura e la bellezza delle ampie oasi melodiche. Il direttore riesce a mantenere sempre una tensione ininterrotta, senza indulgere a stucchevoli atmosfere pseudosettecentesche nel primo atto, e privilegiando negli ultimi due quadri un emozionante respiro drammatico. Peccato che nella compagnia di canto, pur di apprezzabile livello complessivo, mancassero quegli interpreti carismatici necessari esaltare le potenzialità della musica di Giordano.

Ghettizzato dal gossip nel ruolo di principe consorte della primadonna, il tenore Yusif Eyvazov è stato un corretto protagonista, evidenziando fra l’altro un’ottima dizione italiana: la linea di canto, però, è poco ricca di sfumature e contrasti dinamici, indispensabili a suscitare quelle emozioni legate alla figura del poeta ghigliottinato. Al suo fianco la massima diva del momento, Anna Netrebko, è apparsa sicura vocalmente (le si può perdonare qualche suono un po’ troppo tirato in acuto), ma la sua Maddalena è calibrata su toni uniformemente drammatici, dove è un po’ difficile cogliere la trasformazione da giovane aristocratica viziata a reietta, che deve cercare di sopravvivere durante i giorni del Terrore. Il terzetto protagonistico era completato dal baritono Luca Salsi, nei panni del rivoluzionario Gérard, che ricorre talvolta a un’emissione un po’ troppo stentorea – questa sì di stampo verista, e non nel senso migliore del termine – per il tentativo di avere la meglio sullo spessore orchestrale, come nel caso di Nemico della patria.
Meriterebbe poi di essere citata per intero la folta schiera di comprimari, tutti dipinti da Giordano con grande precisione teatrale e musicale. Nei panni della generosa e disinibita Bersi spiccava la brava Annalisa Stroppa; la collaudata Mariana Pentcheva, fino a ieri adusa a ruoli protagonistici, ha interpretato una convincente Contessa di Coigny; l’ottima e giovane Judit Kutasi è stata una perfetta vecchia Madelon. Sul versante maschile da ricordare almeno il mercuriale Incredibile plasmato da Carlo Bosi e, soprattutto, la vivida incarnazione impressa dal basso Gabriele Sagona al poeta Roucher, altro personaggio storico. Molto buona la prova del coro, preparato come sempre da Bruno Casoni, e apprezzabili le coreografie di Daniela Schiavone che rende credibili i passi della gavotta in casa Coigny.
Per quest’opera del 1896, ambientata durante gli anni della rivoluzione francese, Mario Martone ha scelto di restare fedele all’epoca configurata nel libretto dal socialista Illica. Il suggestivo impianto scenico – rotante come un enorme carillon – di Margherita Palli ha consentito rapidissimi slittamenti di scena che non interrompono la fluidità del racconto, mentre i bei costumi di Ursula Patzak, ravvivati da qualche tocco rosso-rivoluzione, definivano i diversi ambienti. Molto suggestive due istantanee: nella prima, che apre lo spettacolo, l’aristocrazia è ritratta immobile, mummificata nella propria incapacità di comprendere cosa sta avvenendo all’esterno della dimora di Coigny; nella seconda, quando viene decretata la condanna a morte di Chénier, è cambiata la classe sociale protagonista – questa volta in primo piano ci sono i rivoluzionari – che però appare altrettanto cristallizzata e non in grado di distinguere i nemici della patria. La storia, dunque, è destinata a ripetersi ogni volta che si avvicenda un nuovo potere. Anche se nato da una rivoluzione.

Giulia Vannoni

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