Il Ponte

Tirocinio in Caritas. Un lavoro su se stessi

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Dal maggio 2006 la Caritas diocesana ha stipulato una convenzione con l’Alma Mater Studiorum di Bologna, in particolare con Scienze della Formazione, per tirocini formativi curricolari non retribuiti, ma che danno crediti formativi che permettono agli studenti di proseguire e terminare gli studi. La durata è basata su quanto richiesto dalla Università, mediamente 150 ore.
Nel 2016, presso i vari servizi gestiti dalla Caritas diocesana, ci sono stati 8 tirocinanti: 4 all’Emporio, 2 a Sbankiamo, 1 all’Osservatorio e 1 nel settore Immigrazione. Anche grazie ai tirocinanti l’Osservatorio della Caritas ha potuto  realizzare e pubblicare, all’interno dei Rapporti sulle povertà, alcune ricerche fatte su questi temi: immigrati e lavoro; la povertà nelle famiglie; la situazione di senza dimora a Rimini; la situazione delle famiglie povere e con problemi di salute.

Abbiamo incontrato Serena Bruni, che ha appena terminato il suo tirocinio nell’ambito dell’immigrazione, iniziato a febbraio 2016. Serena ha 23 anni, viene da Ancona, ha una laurea di Educatore sociale e culturale e sta studiando per la laurea magistrale in progettazione e gestione dell’intervento educativo nel disagio sociale.

Serena, come è andata questa esperienza?
“È stato un tempo di grande crescita, sia umana che culturale e professionale. Ho capito che nella relazione d’aiuto l’operatore diventa il punto di riferimento per le persone che si trovano nel disagio e questo richiede una autorevolezza che non deve mai scadere nell’autoritarismo. Questo ha voluto dire lavorare molto su me stessa, sui miei limiti e sulle mie precomprensioni”.

Qual è stato l’aspetto che più ti ha colpito?
“Nei ragazzi ospiti richiedenti asilo, la loro tenacia, il loro coraggio, la loro capacità di muoversi sul territorio; sono tutti ragazzi molto giovani, che provengono da situazioni drammatiche e qua, pur con tutto l’aiuto degli operatori e con il loro bagaglio culturale, dimostrano di voler diventare protagonisti nel cammino di autonomia in una situazione così diversa da quella dalla quale provengono”.

E dal punto di vista professionale?
“Sicuramente il gruppo delle operatrici e operatori. Io sono stata subito accolta come uno di loro. Mi sono trovata molto bene e mi ha colpito la loro abilità di lavorare come gruppo, la loro sintonia, la capacità di decidere insieme le cose da fare, le competenze, la disponibilità ad aiutarsi e sostenersi. Di conseguenza l’efficacia del lavoro di équipe; è chiaro per tutti che nessuno è battitore libero, ma fa parte di una squadra ed è chiaro anche per i ragazzi accolti che si trovano di fronte a un gruppo pur avendo ciascuno un operatore di riferimento. Questa è un’altra cosa che mi ha colpito: l’operatore è un riferimento giornaliero, quotidiano per le grandi e piccole questioni di ogni giorno. Dalle pratiche per i documenti, al mal di testa, alle cose che mancano nell’appartamento”.

Tra i ragazzi i rapporti come sono?
“Buoni, pur con tutte le difficoltà delle convivenze, tenendo presente le differenze culturali, religiose e sociali esistenti tra di loro. Anche su questo aspetto ho imparato che la gestione dei conflitti non passa dalla imposizioni di regole calate dall’alto in maniera autoritaria, ma dal rispetto di regole spiegate, condivise e scelte insieme, dalla attenzione alla singola persona e dal capire quali sono le cause che hanno generato tale comportamento.
Un altro aspetto molto importante è quello di far emergere e valorizzare le ricchezze, i talenti e le competenze di ognuno perché diventino una risorsa per tutta la comunità a partire dal gruppo con il quale vive. È il principio della reciprocità; non sono qui solo per prendere ma anche per dare. Questo è molto importante per la loro autostima e per il percorso di autonomia e di integrazione che stanno facendo”.

Bilancio quindi positivo…
“Senz’ altro, sia dal punto di vista umano che professionale. Quello che mi porterò sempre dietro come bagaglio di questa esperienza è l’aver capito che il lavoro di educatore/operatore sociale non può essere confinato dentro lo schema di ciò che devi fare, ma deve essere centrato sulla relazione con gli altri operatori e con i ragazzi accolti; una relazione che sa capire ciò che devi fare ma soprattutto sa leggere nel cuore dell’altro. E poi il bellissimo gruppo con il quale ho lavorato e i volti e le storie di ogni ragazzo che ho incontrato. È stata una scuola di vita che mi ha insegnato tanto, almeno quanto i libri studiati, ma sicuramente mi ha segnato profondamente quanto nessuna lezione universitaria potrà mai fare”.

Cesare Giorgetti

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