Il Ponte

I terroristi del Web

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L’espressione inglese hate speech (composto letteralmente dai due sostantivi “odio” e “discorso”) si può tradurre con l’italianissima “maldicenza”, solo un po’ più carica di cattiveria. Un virus che si propaga e avvelena le relazioni tra le persone e che vede, ad esempio la condanna senza mezzi termini anche da parte di papa Francesco che già nel 2014 ammoniva su come “se parli male del fratello uccidi il fratello”.

Dal bar alla piazza virtuale l’istigazione all’odio oggi raggiunge il mondo sconfinato del web rivelando scenari nuovi e allarmanti. Le conseguenze non sono però virtuali ma creano danni reali, contribuendo a creare un clima di opinione negativo, reazionario e mortificante. Tra le categorie più odiate online nell’ultimo anno in Italia ci sono le donne, come rivela uno studio di Vox – Osservatorio Italiano sui diritti nato in collaborazione con il dipartimento di sociologia dell’università Cattolica di Milano.

Un’ondata infangante di commenti offensivi che travolge indistintamente anche chi merita solo testimonianze di stima e vicinanza, come è successo a Silvia Costanza Romano, ragazza italiana di 23 anni che dopo essersi conquistata la laurea realizza un altro sogno, quello di partire e andare lontano per uno scopo umanitario. Raggiunge così il Kenia, dove grazie ad una onlus ha l’occasione di aiutare i bimbi del villaggio di Chamaka a circa 70 km da Malindi. Silvia però viene tragicamente rapita il 20 novembre e a questa drammatica circostanza si scatenano gli “haters” di tutta Italia.

Commenti “scandalosi” anche a detta dell’ex presidente del Senato Piero Grasso che ha chiesto di “non dare più spazio né visibilità all’odio, al rancore, all’ignoranza, a chi vomita veleno su una giovane ragazza che ha scelto di dedicare un pezzo della sua vita agli altri”.

Nella storia di Silvia infatti, come in quella dei tantissimi giovani anche riminesi che svolgono volontariato all’estero non c’è la volontà di correre rischi inutili, ma l’esigenza di com/passione per un’umanità sofferente, c’è il senso della missione, c’è l’impegno nel restituire parte del debito che ognuno di noi ha contratto che lo sappia o no, c’è bellezza e generosità, c’è senso di carità inteso come apertura nei confronti del prossimo, c’è la vita che vale la pena vivere per migliorare se stessi, gli altri e il mondo pazzo che ci circonda. C’è operosità e c’è il “fare”, quel fare che segna un confine netto con chi sputa sentenze per non avere nulla da dire.

Viola Carando

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