Il Ponte

Straordinari cantanti attori

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La stagione del Teatro Verdi di Pisa inaugurata da The Beggar’s Opera con la regia di Robert Carsen e la riscrittura di Ian Burton   

PISA, 21 ottobre 2018 – Uno spettacolo perfetto, come succede raramente. In The Beggar’s Opera funziona tutto: dall’orchestra alla cornice visiva, dalle scelte musicali agli splendidi interpreti. Prodotta dal parigino Théâtre des Bouffes du Nord, questa ‘ballad opera’ è appena approdata, come titolo inaugurale, al Teatro Verdi di Pisa: una delle tre tappe italiane della trionfale tournée che toccherà ancora diverse città europee.

photo by Patrick Berger

Antesignana di un genere – la commedia musicale – che conoscerà in seguito grande popolarità, scritta da John Gay con le musiche di Johann Christoph Pepusch, L’opera del mendicante risale al 1728: periodo in cui, anche sui palcoscenici inglesi, trionfava l’opera italiana legata a vicende auliche e verosimilmente astruse per buona parte del pubblico. Qui, invece, si affacciano alla ribalta personaggi che sembrano presi dalla vita di tutti i giorni: delinquenti, corrotti, cinici, privi di qualsiasi scrupolo morale e disposti a ogni compromesso per denaro. Nel frattempo non è che sia cambiato molto: ne era ben consapevole Bertolt Brecht che, esattamente due secoli dopo, per descrivere il degrado della società, si serve dello stesso canovaccio, interpolandolo nell’Opera da tre soldi con le musiche di Kurt Weill. La vicenda si adatta perfettamente anche al nostro tempo e, infatti, il regista Robert Carsen si è avvalso della collaborazione del drammaturgo Ian Burton (cui lo lega un collaudato sodalizio) che ha ammodernato il linguaggio, in modo da renderlo contemporaneo, con un’operazione perfettamente plausibile, senza far avvertire alcun senso di forzatura. Se all’attualizzazione linguistica si aggiunge poi la scena povera, ma incredibilmente duttile, di James Brandily, lo straniamento appare ancora più efficace: un unico fondale fatto solo di scatole di cartone, che però riescono a configurare un ufficio, una stanza da letto, un bar e persino una prigione. I divertenti costumi – spiritosamente volgari quelli delle donne – sono di Petra Reinhardt, mentre Rebecca Howell ha curato i movimenti coreografici: in questo caso, non rappresentano certo un aspetto marginale perché alcuni interpreti (soprattutto i componenti della banda di Macheath), oltre a cantare e recitare, compiono in scena acrobazie degne di collaudati atleti, con capriole e salti che danno la sensazione di una grande vitalità.

Bravissimi tutti, a cominciare dalla cinica coppia formata dal signor e dalla signora Peachum: basso lui e divertentissima mezzosoprano lei – voce roca e tagliata – preoccupati perché la loro figlia ha sposato il capo dei teppisti. La loro Polly è invece un soprano (Kate Batter che svetta per eleganza in mezzo a ragazze così triviali), allo stesso modo della sua rivale Lucy (la spiritosa Olivia Brereton), sedotta e abbandonata dal bel Macheath, avvenente bandito dal timbro tenorile (Bemjamin Purkiss) che fa strage di cuori. La competizione fra le due ragazze, che probabilmente al pubblico dell’epoca evocava quella fra primedonne (è rimasta famosa una rissa in palcoscenico, a Londra, fra la Cuzzoni e la Bordoni), arriva a interessare pure i genitori e si estende così al padre di Lucy: una guardia carceraria corrotta, interpretata dall’ottimo tenore Kraig Thornber.

L’impressione è che, per Pepusch, la musica sia solo un pretesto, tanto che interpola con disinvoltura ballate e melodie di provenienza popolare a brani, invece, di autori come Purcell e Händel. La loro esecuzione è affidata a Les Arts Florissants: in questa formazione solo dieci musicisti guidati da Florian Carré, anche concertatore al cembalo. I bravissimi strumentisti sono capaci d’improvvisare creando suggestioni che vanno dalle sonorità antiche alla simulazione della suoneria dei cellulari, realizzata dal flauto dolce. Ma soprattutto riescono a imprimere all’azione scenica un ritmo scoppiettante che non ha nulla da invidiare al musical. E per un lavoro che risale a quasi tre secoli fa non è un risultato da poco.

Giulia Vannoni 

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