Il Ponte

Sport per campioni veri nella vita

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I campi da calcio li “batte” da una vita, la sua esperienza da dirigente è di lungo corso. Ma sempre inseguendo valori e idee mai banali, come dimostra il convegno “SportConGioia” che manda in rete da molti anni. Lo sport per Pierdomenico Gambuti dell’APD Bellaria Igea Marina 1956, è metafora della vita: inseguire il sogno, la fatica per raggiungere l’obiettivo, il rispetto per un avversario che non è mai un nemico.

Ma cosa accadrà al pallone e soprattutto come rotolerà il calcio giovanile dopo l’emergenza sanitaria da Covid-19?

Gambuti ha accettato di ragionare a voce alta con ilPonte di presente e futuro prossimo, di ragazzi e genitori, di sport e vita.

Se la serie A naviga in cattive acque, il calcio a livello giovanile dopo l’emergenza Coronavirus rischia di non avere più neppure uno specchio d’acqua in cui affacciarsi.

“Questa situazione correlata all’emergenza sanitaria, ci ha costretti a fermarci e di conseguenza rivedere, ripensare tutto il nostro promuovere lo sport. Prima di pensare a come riprendere l’attività sportiva, è importante avere chiaro cosa significhi fare sport e come proporlo ai giovani. A questo proposito ci sono alcune tracce illuminanti”.

Fuori la prima.

“Riporto alcune frasi che papa Francesco ha pronunciato in Piazza San Pietro il 7 giugno 2014, nel discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro Sportivo Italiano: «Lo sport è una straordinaria occasione educativa (…) È importante, cari ragazzi, che lo sport rimanga un gioco! Solo se rimane un gioco fa bene al corpo e allo spirito (…) Cari ragazzi, mettetevi in gioco nella ricerca del bene, senza paura, con coraggio ed entusiasmo. Mettetevi in gioco con gli altri e con Dio: non accontentatevi di un ‘pareggio’ mediocre, date il meglio di voi stessi, spendendo la vita per ciò che davvero vale e che dura per sempre. Non accontentatevi di vite tiepide, vite ‘mediocremente pareggiate’: no, no! Andate avanti, cercando la vittoria sempre!».

Quale dirigente, allenatore o motivatore saprebbe ‘caricare’ meglio un ragazzo, oggi?”.

Aspettiamo la seconda ’illuminazione’…

“Si riferisce ad un sondaggio effettuato a Sondrio e pubblicato in un servizio dedicato allo sport nel quale si evince che alla domanda «cosa ti manca di più in questo periodo di quarantena?», la risposta scaturita è che dopo gli affetti (sfera famigliare, fidanzati, amici, ecc.), viene immediatamente lo sport: «mi manca lo sport».

Un’attestazione importante”.

Che lo sport sia importante, specie per i ragazzi, sembra un dato di fatto.

“Per nulla scontato. Ciò fa pensare che effettivamente l’attività sportiva sta proprio sul ‘crinale’: da una parte l’emozione/affetti e dall’altra parte l’attività sportiva che ha un suo ritorno come benessere fisico, nell’essere in pace con se stesso e gli altri. Lo sport ci dà un senso di libertà, senso di prova e di relazione con gli altri, che, purtroppo in questo tempo, per forza di causa maggiore, ci è stato negato”.

Come gestire la ripresa dell’attività sportiva giovanile?

“Il futuro è molto incerto per la novità che ci aspetterà. La ripartenza non sarà cominciare come prima, ma sarà ’tutto nuovo’. Non ci saranno le macerie ’fisiche’, come dopo la seconda guerra mondiale, ma ci saranno le macerie del cuore e lo sport dovrà curare queste ultime macerie.

Lo sport è un’esperienza comunitaria, quindi abbiamo bisogno di trovare le relazioni, dobbiamo trovare la forza dello sport di far «nascere un fiore dalla terra arida», come dice spesso il mio caro amico don Alessio Albertini, consulente ecclesiastico nazionale del Centro Sportivo Italiano”.

Cosa consiglia, dunque, a società, dirigenti e famiglie?

“Abbiamo il dovere di essere ottimisti più che altro per i nostri giovani, i nostri ragazzi, i nostri bambini. Le nuove generazioni hanno bisogno di una grande dose di fiducia, di autostima.

Hanno ed abbiamo bisogno di godere delle ’piccole cose’: l’aria che ti sbatte in faccia quando corri, il profumo degli spazi, dell’erba, ecc. Hanno ed abbiamo bisogno dell’abbraccio dopo un gol, della stretta di mano con l’avversario, che a me piace definire compagno di gioco, per scoprire la bellezza, la presenza dell’altro, senza il quale non conoscerei mai il mio valore.

Per ripartire è necessario a questo punto unire le forze, aiutarsi sia sotto l’aspetto psicologico che sportivo, legati ai veri valori della vita, facendo una comunità virtuosa per essere in grado di produrre strumenti ispirati alla ricerca di nuove sintesi ed elaborare proposte capaci di interessare le nostre istanze formative”.

E dal punto di vista pratico, come vede la ripartenza?

“Si può pensare in un primo momento di iniziare, in sicurezza, l’attività sportiva libera ’fra amici’, nei parchi, ecc., anche perché lo sport non è nato per la competizione. Solo in un secondo momento, si potrà pensare allo sport organizzato, agonistico, competitivo, il tutto con la massima cautela e nel pieno rispetto delle regole.

Ma ripartire bene significa farlo con una marcia in più, evitando scorciatoie e curve pericolose”.

Da cosa ci vuol mettere in guardia, Gambuti?

“Io penso che tutti noi dobbiamo essere testimoni credibili di uno sport capace di far crescere e comunicare valori, dobbiamo essere capaci di far vivere l’esperienza ai nostri giovani come una grande opportunità di crescita per loro stessi e per diventare veri campioni nella vita.

Con cautela e con forza di responsabilità e rispetto, come società dobbiamo aiutare i nostri giovani a non aver paura, dobbiamo aiutare i nostri giovani a «prendere in mano la propria vita e farne un capolavoro», così come ha detto papa Francesco e così come si intitolava il tema di un nostro convegno di qualche stagione fa ’SPORTconGIOIA”.

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