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Smarcarsi dall’Università uguale finire in fuorigioco

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Associazione Albergatori di Rimini e Cna si sono già defilate. Cattolica saluta e se ne va. Riccione parte da posizioni diverse ma imbocca la stessa strada.  UniRimini, adieu. Se ci aggiungiamo anche lo “smarcamento” della Fondazione Carim (secondo i bene informati passerà dal 42% di quote al 10%), il segnale per il Polo di Rimini è pessimo. “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Fosse Agatha Christie a commentare le vicende riminesi, trarrebbe l’amara conclusione che l’Università in Riviera se la passa decisamente poco bene. E il futuro potrebbe persino essere più fosco.
“Il disimpegno di piccole realtà da UniRimini danneggia tutto il sistema Università perché ha un forte valore simbolico” è l’analisi di Leonardo Cagnoli, che di UniRimini è il presidente. “L’uscita di enti che detengono l’1% delle quote capitali (Riccione 1,1%,  contributo consortile nel 2016 era 18.554,17 euro, sceso a 13.200nel 2017, ndr) non decreta il fallimento di UniRimini o nemmeno mette a rischio l’Università all’ombra dell’Arco d’Augusto. – prosegue Cagnoli – Significa però che enti e associazioni preferiscono destinare i (pochi) soldi che investivano sull’università ad altre iniziative”.
UniRimini è l’ente di sostegno del Campus di Rimini (nato nel 1992, oggi conta 15 soci), senza il quale l’Università all’ombra dell’Arco sicuramente non sarebbe decollata. I dati del Campus sono promettenti: nel 2016/17 le immatricolazioni hanno sfondato il numero di 1.600, quest’anno si potrebbe persino assistere ad un aumento di studenti. Per l’immatricolazione c’è tempo fino a fine ottobre, ma il numero di chi ha perfezionato le pratiche per l’iscrizione e degli iscritti ai test di ammissione per i corsi a numero chiuso, indicano una sostanziale tenuta e addirittura un aumento di “interesse” per alcuni corsi. La pattuglia degli universitari supera dunque le 5.000 unità, e – trend in crescita – sempre più Rimini attira ragazzi dall’estero, grazie a cinque corsi in lingua inglese ai quali se ne dovrebbe aggiungere un sesto.
L’Università a Rimini per la provincia ha un valore economico e di indotto evidente (come han sempre mostrato le analisi) ma soprattutto riveste un valore per il futuro in termini culturali, di formazione, di competenze, di strumenti da giocare sul territorio in ambito turistico, sanitario, del wellness, ad esempio.
Tutto bene tutto bello, ma poi enti e associazioni si smarcano. “È grave che certe posizioni siano dettate da ragioni politiche che nulla hanno a che fare con l’università. – attacca frontalmente il coordinatore del Campus, Sergio Brasini – Mi fanno sorridere: chi non sostiene più l’università, che è una ricchezza per tutto il territorio riminese, dimostra proprio di avere poca lungimiranza”.
Confindustria Rimini è preoccupata delle defezioni, ma non farà alcun passo indietro nel sostegno al polo riminese, ricordando anche la significativa quota azionaria detenuta dal Gruppo Maggioli (10%). Stessa posizione per il Comune di Rimini: “Crede fortemente nell’università e continuerà a fare la sua parte, non solo con il contributo a UniRimini ma anche con la ricerca di nuovi spazi”. L’ipotesi “Lettimi” e lo studentato sono solo l’ultimo, positivo indizio. Speriamo facciano una prova.

Paolo Guiducci

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