Il Ponte

“Siamo ancora pietre vive della Chiesa”

by

casa-del-clero

Il tema l’ha sollecitato recentemente il Vescovo con una bella lettera a tutti i sacerdoti: “La Casa del Clero è una preziosa risorsa  per il nostro presbiterio e costituisce motivo di serenità, soprattutto per i preti anziani non più autosufficienti”.  Siamo andati in piazza Gramsci a conoscere più a fondo questa esperienza. A farci da guida è don Sergio Matteini, il direttore della Casa.

Don Sergio, quando è nata la Casa del Clero, chi l’ha voluta e perché?
“Il vecchio monastero lateranense, completamente ristrutturato nel dopoguerra, ha ospitato il Vescovo e la Curia Vescovile e dall’inizio degli anni sessanta è stato in gran parte adibito a «Casa del Clero», soprattutto per impulso del vescovo mons. Emilio Biancheri».
Lo scrive Piergiorgio Pasini in un’avvincente pubblicazione sulla chiesa di santa Rita, e commenta: «Un tempo era stato la casa di una comunità di sacerdoti uniti da una ‘regola’, ora è la casa ospitale di una comunità di anziani sacerdoti uniti da un ‘regolamento’; in un certo senso è ritornato alla sua funzione primitiva».
Il 23 gennaio 1985 il Consiglio Presbiterale così si esprimeva: «La Casa già ora accoglie sacerdoti anziani e sacerdoti giovani o in attività pastorale. Ciò crea un clima più sereno e vivo anche fra i sacerdoti più anziani».

Come è strutturata una giornata alla Casa del Clero? Avete momenti di preghiera comune?
“Nella giornata abbiamo i pasti assieme: colazione, pranzo e cena e due momenti fondamentali di preghiera comunitaria: la celebrazione eucaristica (ore 10) e la celebrazione dei Vespri e la recita del Rosario (ore 18.30). Ogni martedì facciamo l’ora di adorazione eucaristica”.

Ci sono anche spazi per l’animazione culturale e ricreativa strutturati?
“L’animazione culturale e ricreativa è tutta da inventare. Quando erano presenti sacerdoti giovani erano anche facili queste animazioni. Cerchiamo però di mantenere un clima di serena fraternità e di condivisione di idee e di opinioni su fatti ecclesiali e sociali.
In questo siamo aiutati dal nostro bellissimo chiostro e dal suo porticato, che ci permette, soprattutto nella stagione estiva, di stare assieme a chiacchierare, a praticare l’amarcord, a cantare e fare una partita a briscola e a tresette.
Amiamo il silenzio e vivere momenti in solitudine per stare con noi stessi e col Signore, adesso che ne abbiamo l’opportunità.
Non siamo comunque una Casa di riposo. Lo dico ridendo: per l’impegno di alcuni di noi potremmo addirittura costituire una cooperativa di servizi per giardinaggio, raccolta di foglie, riparazioni varie, barman e per accompagnare persone in carrozzina”.

C’è assistenza anche di notte? Che qualifiche hanno gli operatori?
“Abbiamo un personale preparato e ben motivato per quanto riguarda il servizio di cucina, di lavanderia, delle camere, del rapporto coi medici e organizzativo. Tale personale, dal 2016, è stato assunto direttamente dalla Diocesi. Abbiamo poi una convenzione con una Cooperativa di base che ci garantisce l’assistenza diurna e notturna continuata; per necessità infermieristiche ci serviamo dell’assistenza domiciliare. Abbiamo inoltre la presenza garantita e sollecita da parte di due medici di base e la collaborazione di alcuni medici specialisti”.

Quale rapporto con il resto del clero diocesano?
“I sacerdoti della Casa che hanno impegni pastorali cercano di partecipare agli incontri di Presbiterio; vediamo con molto piacere che alcuni parroci fanno visita al loro predecessore ospite della Casa; siamo anche contenti di ospitare l’incontro mensile di alcuni confratelli di una fraternità sacerdotale che poi si fermano a pranzo con noi”.

Alcuni sono ancora attivi pastoralmente?
“Attivi ci sentiamo tutti, perché la preghiera e la sofferenza offerta ci rendono ‘pietre vive’ della Chiesa di Dio. Alcuni sono attivi anche pastoralmente col servizio liturgico, le confessioni e altre prestazioni”.

È facile o quanto difficile per un sacerdote, per tanti anni attivo in mezzo alla gente, ritrovarsi con tutti i suoi acciacchi, in un luogo protetto?
“È certamente difficile ‘cambiare vita’, lasciare la parrocchia, interrompere rapporti importanti e trovarsi ‘a riposo’. È difficile soprattutto per noi preti, abituati ad essere autonomi e protagonisti! Ma è il ritmo naturale della vita che vale per ogni persona. Dirlo è facile, ma per questo è necessario prepararsi psicologicamente e spiritualmente, per prendere le giuste decisioni prima che la situazione personale degeneri e siano gli altri a dover prendere la responsabilità di decidere per noi”.

Il Vescovo nella sua lettera accenna anche a luoghi alternativi e per quanto possibile lasciare il sacerdote, anche anziano, nelle comunità sacerdotali a contatto con la pastorale e la vita quotidiana della gente. Ma che cammino occorrerebbe fare per giungere a questa soluzione?
“Ha ragione il Vescovo a parlare di scelte alternative: è certamente un bene per il sacerdote e per la comunità. Ma, secondo me, deve esistere una condizione essenziale: è necessario che sia ‘santo’ il sacerdote che lascia e quello che subentra. Lo dico perché ho conosciuto, accanto a situazioni meravigliose di belle testimonianze, situazioni complicate e di sofferenza per le persone coinvolte e per la comunità.
D’altra parte questa soluzione può essere ottimale fino a che il sacerdote rimane autosufficiente; diversamente diventa insostenibile per diversi e chiari motivi”.

Se tu potessi cambiare qualcosa nella vita della Casa, quale sarebbe il tuo primo sogno?
“Il mio tentativo quotidiano è di mettere assieme e in armonia le capacità residuali, fisiche e psicologiche, di ogni ospite per rendere bella la nostra vita di fraternità sacerdotale e far venire a tutti i preti la voglia di venire nella Casa, al momento opportuno, per ringraziare e benedire il Signore per questo dono che la Diocesi ha preparato e benevolmente mantiene per noi”.

In una recente verifica i sacerdoti della Diocesi hanno dato parere positivo rispetto all’utilità ed efficacia della Casa. Lei cosa chiederebbe di più a loro?
“Sono contento che i sacerdoti della Diocesi si siano espressi in modo positivo circa l’utilità della Casa. Mi piacerebbe però che dicessero questo non per sentito dire, ma per una conoscenza diretta e una frequentazione personale, anche se sporadica”.

Come si muore alla Casa del Clero?
“Comincio con una confidenza: sono arrivato alla Casa nel settembre del 2001 e qualche mese dopo abbiamo assistito a tre decessi a distanza di una settimana uno dall’altro. Ma non è stato questo a colpirmi, quanto l’aver visto don M. accanto a quei letti, per lunghe ore, col breviario o il rosario in mano, in preghiera. Mi sono detto: questo è e deve fare la Casa del Clero: vegliare su ogni suo membro e accompagnarlo fino all’ultimo respiro, fino alla Casa del Padre. Nonostante le differenze di carattere e di sensibilità cerchiamo di garantire una presenza amorosa in ogni momento. Per questo, possibilmente e col consenso dell’interessato vogliamo tenerlo in casa, in famiglia, fino alla fine. È successo esattamente così con l’ultimo che ci ha lasciato, don Ferdinando. Il giovedì santo ha ricevuto l’Unzione degli Infermi nella cappella, dalle mani di Mons. Vescovo e in mezzo a tutti noi. Ancora per una quindicina di giorni è stato accompagnato e ha partecipato coscientemente alla concelebrazione e alla preghiera del pomeriggio; gli ultimi giorni li ha passati a letto, ma ogni mattina gli si portava la santa comunione e il saluto di tutti noi.
Il Viatico così è stato completo: è partito, per il grande viaggio del ritorno a casa, accompagnato dal Signore e dall’amore dei confratelli”.

Giovanni Tonelli

I nostri contatti

via Cairoli 69

0541 780.666

redazione@ilponte.com

Newsletter

Rimani sempre aggiornato!

“ilPonte” percepisce i contributi pubblici all’editoria.
“ilPonte”, tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Seguici

Back to Top
Click to listen highlighted text!