Il Ponte

Sfortunata Iris

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La rara opera di Mascagni è andata in scena al Teatro Verdi di Pisa con un allestimento firmato dal regista giapponese Hiroki Ihara

PISA, 13 gennaio 2018 – Iris, la protagonista, è poco più che una bambina. Gioca ancora con la bambola, mentre le orbitano attorno adulti malvagi che la considerano alla stregua di un oggetto: dal ricco e vizioso Osaka, invaghito di lei, al cinico mezzano Kyoto, che vuole esporla nella sua casa di piacere. Persino il padre, cieco, quando la figlia viene rapita, la reputa responsabile della fuga, ed è preoccupato solo di aver perso il suo sostegno.
Il Giappone di fantasia, concepito nel 1898 da Luigi Illica per Mascagni e che l’autore di Cavalleria ammantò di una veste sonora ricca di suggestive trovate, è popolato da un’umanità crudele (fin troppo ovvio pensare alla prostituzione infantile nei paesi orientali, di cui sono piene anche le cronache odierne): nell’immaginario dell’epoca rispondeva forse a una certa idea di esotismo, sebbene le parentele più strette vadano ricercate con la temperie verista. In realtà gli autori di questo melodramma non avevano mai visitato il Paese del Sol Levante: è invece verosimile che siano rimasti sedotti da quella moda che in Europa aveva contagiato letteratura e musica (appena sei anni dopo arriverà Butterfly), tanto è vero che l’opera si apre e chiude con un po’ trionfalistico Inno al Sole del coro, ritenuto – evidentemente – espressione delle atmosfere giapponesi.

Al centro, il soprano Paoletta Marrocu – Ph Imaginarium Creative Studio

Iris è andata in scena al Teatro Verdi di Pisa – lo spettacolo aveva già debuttato a Livorno, città natale di Mascagni – in un elegante allestimento firmato dal regista nipponico Hiroki Ihara. Le scene, molto colorate, di Sumiko Masuda fanno ricorso ai dipinti di Hokusai, pittore simbolo di quegli anni (nel 1905, un suo celebre quadro campeggiava sulla copertina della partitura de La mer di Debussy), mentre i costumi, con kimono davvero splendidi, sono di Tamao Asuka. Ma una cornice visiva così puntuale, quasi ai limiti dell’oleografico, non è sufficiente a evocare il Giappone: la gestualità di coro e interpreti, con l’unica eccezione della protagonista e di Kyoto, se ne allontana in modo talmente vistoso da non risultare plausibile.
Al centro dello spettacolo pisano, la lettura musicale di Daniele Agiman. A capo dell’Orchestra Filarmonica Pucciniana, il direttore ha cercato di valorizzare abilmente le preziose sfumature di cui Mascagni dissemina la partitura, seppure lasciandole talvolta a livello embrionale, senza svilupparle adeguatamente: a partire dall’utilizzo di scale insolite e da uno strumento, come l’oboino, ideato dal compositore, o al preziosismo del famoso “terzo suono” di Tartini, ottenuto da un violinista appoggiando una tazzina da caffè sulla cassa armonica del suo strumento. Del solido sostegno orchestrale se ne avvantaggia la protagonista, il soprano Paoletta Marrocu, che affronta il primo atto con voce caleidoscopica per disegnare il personaggio della giovane Iris, ancora sospesa fra incombenze quotidiane e sogni infantili (struggente il suo stupore di fronte al teatrino!), per poi sfoderare, a partire dal secondo atto, un’intensità e una caratura drammatica capaci di rendere la piena misura della tragedia che si consuma. Nei panni di Osaka, il giovane tenore Denys Pivnitskyi ha evidenziato apprezzabili mezzi vocali, però non ben gestiti a causa di numerosi cedimenti d’intonazione. Molto bravo il baritono Carmine Monaco d’Ambrosía: con voce scura e sempre ben timbrata, ha impresso alla losca figura di Kyoto numerose sfumature – da quelle più subdole e insinuanti a una sinistra crudeltà – potendo contare su un’emissione solida e un’ampia gamma dinamica, anche nel declamato, come ormai è raro ascoltare. Nei panni del padre cieco ed egoista, il basso Manrico Signorini ha sfruttato soprattutto le qualità interpretative piuttosto che una voce ormai molto ruvida.
Peccato che Iris sia un’opera di rara esecuzione, mentre il suo carattere in bilico fra mondi così diversi le conferirebbe un fascino innegabile. Soprattutto scompagina il cliché di chi identifica Mascagni solo come autore di Cavalleria rusticana: qui si scopre che è pure un musicista desideroso di sperimentare nuove strade, come poi confermeranno Le maschere e Isabeau. E sempre grazie al sodalizio con Illica.

Giulia Vannoni

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