Il Ponte

Foschini, Rembrandt e la consapevolezza d’artista

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“Rembrandt non è un pittore, Rembrandt è la pittura”. Così Lucas Brunnen ha definito il pittore e incisore olandese.
Forse il più straordinario pittore moderno della tradizione europea, Rembrandt (Leida 1606 – Amsterdam 1669) si pone come riferimento imprescindibile tra i fiamminghi del ‘600 e tutto quello che verrà dopo. A lui è dedicato il libro Remembrandt (testi di Sabrina Foschini, illustrazioni di Lucas Brunnen, edizioni NFC) presentato durante il quinto appuntamento della rassegna “I Maestri e il Tempo – Leggere l’arte, leggere il mondo”, a cura dello storico e critico d’arte Alessandro Giovanardi e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini.
Una presentazione che si è potuta avvalere di un triplice sguardo contemporaneo: oltre agli autori, infatti, era presente anche Massimiliano Fabbri, direttore del Museo “Luigi Varoli” di Cotignola, il cui sguardo d’artista – non chiamatelo critico d’arte! – prestato alla lettura di un testo d’arte, ha permesso di sottolineare come il pittore olandese sia stato probabilmente il primo ad avere piena coscienza del proprio ruolo, una consapevolezza che emerge anche da quegli stessi autoritratti, numerosi nella produzione di Rembrandt come in quella di nessun altro artista, ed in ciascuno dei quali l’autore è presente, vivo davanti all’osservatore, come a voler, rappresentandosi, interrogare.
Da alcuni di questi dipinti Lucas Brunnen è partito per elaborare i suoi disegni. Scelta espressiva, quella del disegno, dettata dalla convinzione che, più ancora della pittura, sia rappresentativo di Rembrandt, stante il suo intrinseco potere di annullare il tempo. I lavori di Brunnen traducono le pitture in linee nere sapienti e fitte, che rimpiccioliscono e a volte stirano o schiacciano, deformano come ombre che si allungano, o confondono ciò che è immediato per farne emergere aspetti nascosti. Un gioco di chiaroscuri che è forse un riferirsi a quel verso montaliano, caro al Brunnen: “Tendono alla chiarità le cose oscure” (da Portami il girasole).
Quando i disegni sono stati sottoposti all’estro narrativo e lirico di Sabrina Foschini, ne è nato un “botta e risposta” tra i due autori e i rispettivi strumenti: a ciascun disegno del primo, la seconda corrispondeva con uno scritto. I testi della Foschini vogliono essere altrettanti monologhi, rivolti dallo stesso Rembrandt a persone più o meno note, famigliari o sconosciute, attraverso i quali, prendendo spunto da fatti reali che quasi si vorrebbero ripercorrere passo a passo, vengono sviluppate, con licenza creativa oculatissima e delicata, le tematiche dell’interiorità e dell’intimità. Come avviene per le illustrazioni, il tempo scompare e il pittore è lì, a parlarci come fosse vivente.
Durante la presentazione, dotata di una sua “drammaturgia”, mentre erano proiettati i disegni di Lucas Brunnen, Sabrina Foschini ha letto alcuni passaggi dei suoi scritti, riportati dalla stessa su strisce di tessuto poi arrotolate, che venivano dipanate per essere lette.
Il testo, che acquisisce così quasi la forma di un taccuino, non intende tanto rendere la biografia di Rembrandt, quanto permettere alla sua vita di comunicare pensieri che possano appartenere a tutti. Anche lo scritto, quindi, invitando ad interrogarsi, permette di riconoscersi.
Questa convergenza di risultati nel lavoro del disegnatore e della scrittrice risulterà fondamentale per il carattere del libro: non semplicemente l’illustrazione di una produzione artistica, di un modo di fare pittura, o un resoconto biografico, ma una sintesi riuscita in cui si concretizza la possibilità di rendere nuova la tradizione, un dialogo sulla vita giocato sul superamento del tempo.
Nell’intento degli autori, il libro è la prima parte di una trilogia, che continuerà con un lavoro in omaggio a Goya e terminerà con un terzo dedicato a Victor Hugo.
Filippo Mancini

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