Il Ponte

Rossella Talia: “La giustizia è un servizio”

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Quando qualcosa finisce è giusto farne il bilancio. Guardarsi indietro e vedere da dove si è partiti, dove si è arrivati, cosa c’è stato nel mezzo. In questi giorni, a finire è il lavoro della dottoressa Rossella Talia presso il Tribunale di Rimini. Un “servizio”, come lo chiama lei stessa (termine preso in prestito dal mondo scout, dal quale proviene), cominciato 33 anni fa, nel luglio del 1985, e che nel febbraio del 2009 è diventato ancora più prezioso, con l’assunzione del ruolo di presidente. Nata a Bologna, diplomata al liceo classico a Foggia e laureata a Napoli, la dottoressa Talia (che per questo si definisce orgogliosamente ’cittadina italiana’) sta per lasciare il suo ruolo e quella Rimini in cui vive dal 1979, per iniziare un nuovo servizio presso il Tribunale di Forlì.

Dottoressa Talia, vuole raccontarci dei suoi inizi qui a Rimini?
“Sono arrivata qui dal Tribunale di Forlì, presso il quale svolgevo funzioni quasi esclusivamente civili, mentre qui sono stata assegnata alla Pretura penale. Un compito che ricordo particolarmente impegnativo, sia per la tipologia dei reati, sia proprio per la mole di lavoro. Però, allo stesso tempo, è stata un’esperienza interessante e stimolante”.

Di cosa vi occupavate, nello specifico?
“In quegli anni il pretore svolgeva anche le funzioni di pubblico ministero, e per questo i processi li preparavamo già dalla fase istruttoria, studiando tutti i profili di diritto e, allo stesso tempo, coordinando le attività della polizia giudiziaria”.

Ma non si è occupata solo di procedimenti penali.
“Col tempo ho aggiunto le funzioni di giudice tutelare. Una scelta che feci per dare una risposta a un settore che, per problemi contingenti, era poco seguito, poco curato”.

Ci racconti del suo impegno in questo settore.
“Abbiamo lavorato molto bene con i servizi sociali, ed abbiamo inaugurato quella che si può definire una tradizione di attenzione ai minori e ai soggetti deboli, che ho proseguito da presidente. E mi preme sottolineare l’estrema importanza, che forse non sempre la cittadinanza coglie, di un Tribunale che abbia la consapevolezza di essere un servizio-giustizia, che lasci uno spazio di attenzione seria e reale ai soggetti più deboli. Ed è per questo che ho scelto di ricoprire un ruolo dirigenziale: perché c’è una grande richiesta di giustizia che arriva in Tribunale, una richiesta che non fa rumore e quindi non finisce sui giornali, al contrario di statistiche, numeri o ritardi. Ed è fondamentale che venga data la giusta attenzione a questa richiesta, in modo da poter garantire una risposta qualificata”.

Qual è stato, nel suo lavoro, il rapporto con la città?
“Proprio in questo, nel rispondere a questa richiesta di giustizia che non fa rumore ma che c’è, ho sempre avuto la collaborazione della città e del territorio, inteso come circondario della Provincia di Rimini. Ad esempio, con l’aiuto del Centro per le Famiglie, ho organizzato la prima Giornata Europea della Giustizia Civile che, partendo da temi diversi ogni anno, si rivolge agli studenti delle scuole, in modo che comprendano i profili civili e penali dei temi proposti, come ad esempio la responsabilità alla guida, il cyberbullismo, i conflitti in famiglia. Il tutto per avere una vera e propria opera di promozione culturale e di avvicinamento tra quella che era un’esigenza del Tribunale, cioè procedere all’ascolto della figura del minore, e la società civile”.

Importante anche il suo rapporto col mondo del volontariato.
“Si, il rapporto col volontariato è importante perché evidenzia un modo diverso di ragionare, che è quello di una cultura di rete. Quando fu introdotto il lavoro di pubblica utilità come sanzione alternativa, noi la utilizzammo molto di frequente, soprattutto nei casi di guida in stato di ebbrezza. Per farlo, occorreva il sostegno dell’associazionismo, che accogliesse gli imputati a fare lavori di pubblica utilità. Ci siamo messi attorno a un tavolo: il mondo della giustizia, le istituzioni, il volontariato e, tutti insieme, abbiamo costruito qualcosa. Questo è stato un successo anche dal punto di vista sociale, perché ha messo in contatto imputati che appartengono a fasce cosiddette alte (professionisti, studenti, ecc.) con il mondo dei diseredati, ma a ruoli invertiti. Il tutto abbattendo degli storici pregiudizi culturali reciproci”.

Quale, invece, il momento più difficile?
“Non ho mai avuto un momento talmente duro da spingermi ad abbandonare il mio ruolo, non è nel mio carattere. Però il momento più impegnativo, a livello di sofferenza psicologica, è stata la crisi dell’aeroporto, per la sua importanza per il territorio. Proprio per questa importanza, si è scelta la via dell’esercizio provvisorio, per non chiudere l’aeroporto e portarlo vivo e attivo al bando, per essere appetibile. E così è stato: abbiamo avuto quattro aziende partecipanti. È stata una scommessa, una scelta coraggiosa, che però è stata vinta”.

Cosa lascia, dottoressa Talia?
“Spero di lasciare, al di là di questo o quello strumento giudiziario, l’idea che il mondo-giustizia sia da leggere come servizio-giustizia, perché non è cosa scontata o banale. Il testimone che spero venga raccolto, è l’idea di un Tribunale che non sia solo legalità, ma che sia anima pulsante di tutela dei diritti. Il Tribunale non è semplice applicazione di regole, è affermazione e diffusione di princìpi e valori culturali”.

Simone Santini

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