Il Ponte

Rimini è una città distratta (Il caso sport 2)

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È stato il primo presidente a conoscere la delusione per non aver potuto iscrivere la propria squadra al campionato. Ma è stato anche il primo a capire che l’unica strada da percorrere era quella di unire le forze. Peccato che poi, il progetto, non abbia portato frutti. Forse perché i tempi non erano ancora maturi. Era il 1998, Paolo Stefanini era presidente del Viserba Volley e mai e poi mai si sarebbe immaginato di vedere andare infranti i propri sogni non una, ma ben due volte.

Giusto, presidente?

“Ex presidente, adesso sono in pensione (ride). Battute a parte, purtroppo è andata proprio così. Prima abbiamo dovuto rinunciare al campionato di B1, poi a quello di A2. Ma posso permettermi di fare un piccolo appunto?”.

Prego.

“Dire che siamo stati la prima società a dover rinunciare a un campionato per mancanza di soldi è sbagliato. Una decina di anni prima, se non undici, la stessa sorte toccò alla Pallavolo Rimini. Il mio amico Maurizio Campana era arrivato fino all’A2 con una squadra composta per dieci dodicesimi da ragazzi riminesi. Aggiungo, fortissimi. Riuscì, con sacrifici enormi, a giocare una stagione, poi, purtroppo fu costretto ad abbandonare questo grande sogno. Credo sia giusto ricordare a tutti gli sportivi anche questo capitolo poco edificante”.

Sappiamo di aprirle una ferita che ancora oggi non si è rimarginata, ma ci racconta come sono andate le cose in entrambe le occasioni?

“Più che una ferita sono stati colpi mortali. Parto dalla stagione ’97-’98. Costruiamo una discreta squadra femminile, fin dall’inizio capiamo con Walter (Rinaldi) che c’è una buona chimica. E, infatti, giochiamo una stagione fantastica, peccato che con noi ci sia un Forlimpopoli che a sua volta gioca alla grande. Morale della favola, finiamo il campionato a pari punti, ma salgono loro per un miglior quoziente set. Dopo pochi giorni, però, ci contatta la Federazione e ci dice che si è liberato un posto. Ci mettiamo subito all’opera per cercare di reperire i soldi necessari, ma nulla. Dopo tanti tentativi decidiamo di abbandonare il sogno. Ricordo che Walter mi disse Paolo, non ci basterà una vita per rifare questa impresa. Credo sia l’unica cosa sbagliata che mi abbia detto in tanti anni di amicizia fraterna”.

Perché nell’estate del 2013 arriva un’altra impresa.

“Ci sono voluti tanti anni. Dopo quella batosta ripartimmo dalla serie D solo con le ragazze. Fortunatamente al nostro fianco avevamo amici come Piero Babbi che ci diede una mano e riuscimmo piano piano a rimettere insieme diverse pedine. Arrivò Dora Carnesecchi e con lei iniziammo una cavalcata che ci portò, poi, fino alla conquista della serie A2. Ricordo la gioia e le lacrime per quel successo meraviglioso. In città non si parlava che di queste splendide ragazze”.

Però…

“Però, finiti i festeggiamenti, tutti sparirono. O quasi tutti. Sapevamo che per partecipare a un campionato così prestigioso ci sarebbero voluti tanti soldi, ma ero certo che Rimini non si sarebbe fatta scappare questa occasione. Proprio per questo fin da subito iniziammo a bussare a decine di porte, ma ci aprirono davvero in pochi, pochissimi. Mi ricordo le cene, gli aperitivi, le feste organizzate per tentare di racimolare i soldi necessari. Alla fine ci dovemmo arrendere per la seconda volta”.

Se potesse tornare indietro, c’è qualcosa che non rifarebbe o, al contrario, farebbe, ma di diverso?

“Diciamo che un paio di cose ci sarebbero. Sicuramente, a differenza di quello che accadde nel 2013, tenterei di coinvolgere di più il sindaco Gnassi. Purtroppo, per una serie di scelte poco lungimiranti, decidemmo di fare da soli e oggi posso dirlo, sbagliammo. La seconda cosa riguarda la Federazione: ci diede come tempo massimo per l’iscrizione fino al 2 di luglio «più avanti non possiamo andare» mi dissero. Peccato, poi, che dopo il nostro forfait riaprirono le iscrizioni fino alla fine del mese. Non dico che quei giorni ci avrebbero permesso di fare un miracolo, ma qualcosa sarebbe potuto cambiare. Forse anche in quella occasione siamo stati troppo signori”.

Stefanini, dopo di voi la stessa sorte è toccata al Rimini calcio, alla pallamano, al baseball: si è mai chiesto come mai lo sport, a Rimini, non è visto come una risorsa?

“Guardi, mi sta davvero facendo tornare alla mente episodi dolorosissimi. Per chi fa sport come ho fatto io, per chi si danna l’anima, rimettendoci anche la salute a volte, vedere sfumare sogni inseguiti e realizzati grazie a sacrifici inimmaginabili, è un colpo al cuore. Mi ha citato la pallamano. Le dico una cosa, Rimini dovrebbe fare un monumento equestre al signor Alfiero Bugli. Ha regalato alla città, insieme a Paolo Jommy, due Scudetti e la partecipazione alla Champions League, ma la città lo ha dimenticato. Quando dovettero chiudere i battenti, piansi con lui perché sapevo benissimo cosa stesse provando. Come ho fatto, simbolicamente, con il mio Rimini, di cui sono tifosissimo, e come ho fatto recentemente con il baseball. Quella sì che è una vergogna enorme. Purtroppo, Rimini, è poco attenta allo sport. È una città che durante il periodo estivo è distratta dal turismo e in quello invernale è impegnata a recuperare dalle fatiche stagionali. In questi 20 anni l’imprenditoria, o buona parte di essa, non si è resa conto di aver perso un patrimonio immenso.

Lo sport, anche a livelli minori, è un incredibile veicolo pubblicitario, ma forse siamo troppo spocchiosi per rendercene conto. E questi sono i risultati. Non abbiamo più squadre di élite in nessuna disciplina. Ma la cosa più grave è un’altra: non ci si rende conto che lo sport ha un valore sociale enorme, chiudere le società, oppure ridimensionarle, significa mettere in crisi anche i settori giovanili. Se sono pessimista per il futuro? Certo! Anche se un lumicino di speranza si è acceso.

Il progetto di Rinascita Basket Rimini è un qualcosa di nuovo nel panorama sportivo nostrano. Forse finalmente ci si è resi conto che tanti campanili non servono a nulla, occorre unire le forze perché di soldi non ce ne sono più”.

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