Il Ponte

Riconciliazione e non vendetta

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Arab e Yigal, palestinese il primo, israeliano il secondo. Appartengono a due popoli che si fanno la guerra da decenni. Entrambi hanno perso una sorella, Abir e Smadar, uccise dal “nemico”. Dovrebbero odiarsi, invece non cercano vendetta ma riconciliazione, non vogliono altro sangue ma solo pace. Insieme sostengono il “Parents Circle-Families Forum” (www.theparentscircle.com), nato nel 1995 e che riunisce oltre 600 famiglie israeliane e palestinesi di diversa fede che, dopo aver subito gravi perdite familiari a causa del conflitto, hanno deciso di promuovere il dialogo e la riconciliazione tra i due popoli. I giorni del lutto, nei quali si è circondati dall’affetto di amici e parenti, passano in fretta. Poi si resta soli ed è a quel punto che si deve decidere cosa fare del dolore: trasformarlo in vendetta e in odio o in strumento di riconciliazione. Arab e Yigal hanno deciso di trasformare il lutto in strumento di pace e di conoscere il dolore di chi sta “dall’altra parte”.

“La nostra forza è la nostra sofferenza” dicono i due davanti a una dozzina di vescovi provenienti da Usa, Ue, Canada e Sud Africa, componenti l’Holy Land Coordination che lo scorso gennaio si sono ritrovati a Gerusalemme per la loro tradizionale visita di solidarietà. Arab e Yigal li hanno incontrati e raccontato le loro storie.

Arab Aramin è giovane. Viene da Gerusalemme. E come spesso fa, quando porta la sua testimonianza nelle scuole, nelle associazioni, nelle assemblee e negli eventi appositamente promossi dal Forum, rievoca quel 17 gennaio del 2007, quando “mia sorella Abir venne uccisa da un soldato israeliano davanti alla sua scuola di Anata, a Gerusalemme Est. Aveva solo 10 anni. Uccisa senza motivo. O forse per un solo motivo: era palestinese”.
Arab si ferma un istante. Ricordare è doloroso ma bisogna andare avanti, “guardare oltre”. E parla di “una sete di vendetta” che il lancio di pietre “contro i soldati che stazionavano al checkpoint fuori casa mia” non poteva certo soddisfare. Ben altri erano i pensieri di odio. Poi la figura del padre, un attivista per la pace, che “cercò di farmi desistere dalla risposta violenta”.
Le sue parole come macigni: “La vendetta chiama vendetta, il sangue chiama sangue e io non sono pronto a perdere un altro figlio. Queste parole – ricorda ancora Arab – mi toccarono il cuore. Decisi allora che la mia famiglia non avrebbe dovuto più soffrire per questo conflitto. Mi riappacificai con me stesso. Oggi, dopo 11 anni, dico che la pace tra palestinesi e israeliani è possibile se cerchiamo la speranza in tutte e due le parti. Nella certezza che se i palestinesi non avranno la libertà Israele non sarà mai sicuro”.

Yigal Elhanan, è seduto accanto ad Arab. Lo ascolta in silenzio. Il racconto della morte di Abir ricalca quella di sua sorella Smadar, esattamente 10 anni prima, settembre del 1997. Stesso tragico copione ma vissuto dall’altra parte della barricata. “Mia sorella Smadar fu uccisa in un attentato suicida mentre comprava libri di scuola con i suoi compagni di classe, Yael Botwin, Sivan Zarka e Daniel Birman. Due anni di sofferenza e di dolore nella consapevolezza che nulla al mondo poteva restituire Smadar”. Poi la scelta della famiglia di far parte attiva del “Parents Circle Families Forum” per “promuovere la riconciliazione e abbattere la cultura del pregiudizio e del sospetto che si annida nelle due società, palestinese e israeliana.
La nostra organizzazione è la prova che se noi che abbiamo perso i nostri affetti più cari possiamo lavorare insieme, chiunque può farlo. Anche i nostri leader politici. Niente è precluso”.
Si guardano Arab e Yigal, sanno bene che “oggi non c’è alcun processo di riconciliazione in atto. È impossibile finché una parte occupa l’altra. La riconciliazione – sottolinea il giovane israeliano – comincia con il rispetto dell’altro. La vendetta non può essere la soluzione. Non volgiamo lo sguardo altrove – l’appello a due voci –, non chiudiamo gli occhi davanti la sofferenza. È tempo di svegliarci per la pace e bisogna fare in fretta per evitare che altri soffrano quello che abbiamo sofferto noi”.

Arab e Yigal hanno davanti un cammino lungo e difficile, nel quale il dolore si fa ‘sapiente’ perché insegna il dialogo e la pace. Il conflitto da ‘intrattabile’ diventa lentamente ‘trattabile’ per tutte le famiglie del Parents’ Circle che non si rassegnano alla guerra e alla violenza. Non si tratta di dire chi ha sofferto o soffre di più, “non è una gara. Il dolore non sta da una parte sola”.
Si tratta di fare la pace ad ogni costo. È il modo migliore per onorare la memoria di chi è stato strappato via dal conflitto.

Daniele Rocchi

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