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Il “Re Etrusco”, un vero dominatore dell’Adriatico?

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Consideriamo l’ipotesi che fosse stato proprio l’Arimnestos di origine “villanoviano-romagnola” a donare il trono al santuario di Olimpia. Per quale motivo lo avrebbe fatto? Forse per alcune imprese da lui compiute sull’Adriatico? La sua figura fa pensare a un ruolo attivo e determinante nel controllo delle coste, ovvero un ruolo che i Greci stessi dovettero tenere in considerazione, se non altro per il fatto non trascurabile che questi Tirreni dell’Adriatico avrebbero potuto esercitare una sorta di ‘talassocrazia’ sullo stesso mare. Non a caso lo storico Livio dava molta rilevanza al fatto che il potente ed esteso dominio etrusco – che per terra si estendeva dal Tirreno all’Adriatico – si protendesse su entrambi i mari della penisola, tanto più che questa supremazia per mare e per terra era giustificata proprio dal fatto che persino quei mari avevano preso il nome dagli stessi Etruschi. I popoli dell’Italia chiamarono infatti uno dei due mari “Etrusco”, dalla comune denominazione di quel popolo (cioè da “Tirreni” = “Etruschi”), e l’altro “Adriatico” dalla colonia etrusca di Adria; e per la stessa ragione i Greci chiamarono nella loro lingua questi mari Tirreno e Adriatico.

Il commercio di elektron
E se Arimnestos fu l’eminente personaggio che svolse una parte attiva per quanto riguarda il dominio etrusco su questo mare, allora è da credere che potessero essere le sue imbarcazioni a spingersi sino al delta del Po (l’antico fiume Eridano) e a controllare il commercio di un materiale tanto prezioso come l’elektron, cioè l’ambra, per la cui lavorazione gli Etruschi di Arimna raggiunsero conoscenze tecnologiche avanzatissime, finora non riscontrate altrove. Non è escluso che, a proposito dell’ambra, essi fossero a conoscenza del mito ellenico di Fetonte e del suo tragico destino per aver osato guidare imprudentemente il carro solare del padre Elios. Fetonte fu colpito dall’ira di Zeus che gli scagliò contro una folgore letale, facendolo precipitare nell’Eridano. Immediatamente accorsero le sorelle, ossia le Eliadi, che cominciarono a piangere la sua morte, a tal punto che Zeus, impietositosi, le tramutò in alti pioppi. Le loro lacrime, scendendo, si solidificarono diventando elektron, cioè ambra.
Lasciando il mito sappiamo che nella prima Età del Ferro, in un’epoca che si può inquadrare tra il IX e il VI secolo a.C., risulta ben attestata una densa rete di scambi tra le varie regioni delle due sponde adriatiche che interessarono sia la produzione metallurgica sia quella della ceramica. Ampiamente riscontrati sono i rapporti tra l’area adriatica di cultura e di influenza villanoviana ed etrusca con la sponda orientale dell’Adriatico, particolarmente con l’Istria e l’area occupata dalla cultura liburnico-japodica.

Un’alleanza greci-etruschi?
Ma poi, gli Etruschi ebbero davvero vita facile nell’Adriatico? La risposta non è proprio affermativa, poiché è probabile che Arimnestos e i suoi coraggiosi navigatori etruschi abbiano trovato una fiera opposizione da parte dei pirati liburni provenienti dalle sponde dell’opposta costa (Illiria), che in quel periodo imperversavano un po’ in tutti i litorali adriatici. I Liburni erano una tribù illirica originaria del territorio tra il fiume Arsa, in Istria, fino al fiume Krka, in Dalmazia, e nelle isole adiacenti (Veglia, Cherso, Pago). Alcuni di questi popolarono peraltro le coste picene che confinavano con quelle dell’Etruria romagnola, tant’è vero che taluni autori antichi ritenevano i Liburni parenti stretti del popolo piceno. Gli scontri dovettero essere dunque inevitabili, anche se probabilmente sporadici e tesi a difendere i confini territoriali.
Inutile dire che la pirateria costituiva un grave danno per i commerci degli Etruschi ma anche per gli interessi mercantili dei Greci. E proprio un sodalizio greco-etrusco in rapporto alle scorrerie sul mare dei Liburni – non confermato però esplicitamente dalle fonti – potrebbe rappresentare la spiegazione di un dono offerto da un potente re etrusco a Olimpia, anche se è perfettamente comprensibile che queste considerazioni aprono uno scenario ben più complesso, che va a inserirsi nella dinamica delle frequentazioni e delle navigazioni dei Greci nell’alto Adriatico, con tutte le implicazioni che un tale problema comporta.

Passando alla storiografia, va sottolineato come le fonti sono pressoché concordi che furono i Focei i primi navigatori greci nell’alto Adriatico, essendosi spinti per motivi commerciali fino alla valle del Po. Erano loro a controllare le rotte marittime che consentivano di esercitare una forma di mercato efficace, ancorché elementare, aristocratica e del tutto privata: il commercio-prexis. Esso fu determinante per dare origine a quegli impatti sostanziali tra civiltà, ossia decisivo per l’incontro fra i trafficanti greci e gli indigeni. Tanto più che tale tipo di commercio presupponeva l’attività di un naukleros-emporos, proprietario di nave, che va distinto dal semplice emporos, cioè il passeggero che viaggiava con la propria merce ma su una nave di proprietà altrui.
Questi primi “navigatori mercantili” della storia, amanti dell’avventura e del mare, permutavano olio, vino, bronzi caucasici, vasellame, preziose stoffe purpuree e una miriade di altri prodotti – primi fra tutti quelli esotici e di lusso – opera di maestranze artigianali all’avanguardia di paesi orientali (Egitto, Armenia, Assiria, Urartu), in cambio di metallo e materie prime, pelli, bestiame, grano e altri prodotti alimentari.

La vocazione marittima del re etrusco
Anche un potente personaggio come Arimnestos avrebbe verosimilmente trovato spazio in questo contesto di contatto, inserendosi a pieno titolo nelle direttrici e nelle rotte di traffici e di scambi: la vocazione mercantile e più propriamente marittima e navale del re etrusco potrebbe trovare testimonianza in un singolare oggetto di corredo proveniente dalla tomba aristocratica verucchiese n. 26 della necropoli Moroni-Semprini, datata agli inizi del VII secolo a.C., dunque da assegnare alla fase considerata. Si tratta di un manufatto in cuoio, a dire il vero controverso, che presenta una forma di foglia. In un primo momento interpretato come uno strumento musicale, fu tuttavia successivamente inteso, in maniera alquanto suggestiva ma non esente da dubbi, come forma di una piccola barchetta o navicella che col passare del tempo si è appiattita, sebbene sia ancora distinguibile per la sua originaria fisionomia.
La barca rappresentata sembra adeguata a una navigazione di piccolo cabotaggio, in vista delle coste, come generalmente doveva accadere sui litorali adriatici in questo periodo. Assai stilizzate, ma in ogni caso indicative per farsi un’idea, sono le imbarcazioni raffigurate sulla celebre stele proveniente dalla vicina Novilara, in territorio piceno, datata al VII-VI secolo a.C.: certamente le più note e più studiate tra le tipologie navali di questa fase. Una di esse, conservata al Museo Oliveriano di Pesaro, presenta delle raffigurazioni navali complete: nel settore superiore è rappresentata un’imbarcazione con rematori e armamento velico, mentre in quella inferiore una scena di battaglia tra due imbarcazioni simili ma di dimensioni minori e prive di vela.

È dunque in un tale contesto storico, geografico e culturale che si pone la rievocazione di Arimnestos da parte di Pausania, il che ci porta alle porte della storia. Quel che sorprende è che questo suo dono si colloca in un orizzonte molto evoluto, ormai non più legato ai canoni dell’autoctonismo italico, bensì alle concezioni ideologiche “internazionali” del Mediterraneo e soprattutto di quell’Oriente “culla di
civiltà” superiori al cospetto di quelle occidentali che appaiono culturalmente ancora attardate. Ed è veramente straordinario che il ricordo di antichissimi rapporti con genti etrusche fosse rimasto ancora vivo e radicato nella memoria dei Greci ancora al tempo di Pausania.
Purtroppo non ci è dato di sapere se l’autore greco fosse al corrente della provenienza di Arimnestos e del motivo per cui egli donò quel trono. A questo proposito ho voluto ripercorrere le gesta di Arimnestos sull’Adriatico ed ho interpretato il trono come oggetto di grande impatto simbolico ed espressivo, come un codice pregno di significati legati al mito e alle imprese di questo re dei Tirreni che fu uno dei primi grandi artefici italici che la storia conosca e, forse, il primo della Romagna. (3-fine)
Andrea Antonioli

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