Il Ponte

“Quante gioie con l’Atalanta, ma il mio cuore è biancorosso”

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È  nato all’ombra dell’Arco d’Augusto. Poi, poco più che ragazzino, si è trasferito con la famiglia in via Nigra, ad appena duecento metri dal «Romeo Neri». Uno stadio che ben presto è diventato la sua seconda casa. All’inizio vissuta sugli spalti a tifare biancorosso, poi lì, nel mezzo del campo, a comandare il gioco. Proprio grazie al Rimini la sua carriera da calciatore e da dirigente ha preso il volo. Da Livorno all’Atalanta dove da sette anni Gabriele Zamagna, da Direttore Sportivo, sta raggiungendo traguardi impensabili. Eppure nonostante respiri l’aria del grande calcio, «Zamagnino» non si dimentica mai del suo Rimini.

Giusto?
“Giustissimo. Quando giochiamo la domenica pomeriggio, al termine della partita, chiamo sempre casa per sapere come è andata. Se, invece, sono libero cerco di seguirlo più o meno in contemporanea. Adesso so che Icaro Sport darà le gare in diretta: per me è un’ottima notizia”.

Adesso, però, non dica che davvero ha il tempo per conoscere tutto quello che sta accadendo intorno ai biancorossi.
“È proprio così: conosco ogni minimo dettaglio. Primo, perché con mia figlia Valentina che fa l’opinionista a Calcio.Basket non posso fare brutta figura; secondo, perché Rimini è parte di me; terzo, perché in panchina c’è un mio grande amico come Luca Righetti con cui ho giocato nella stagione 1982-1983 con Arrigo Sacchi. Anzi, appena ho saputo che sarebbe diventato lui il nuovo allenatore l’ho chiamato per fargli un grande in bocca al lupo. E poi ho letto di questa ipotesi che vedrebbe il nuovo proprietario del Santarcangelo arrivare a Rimini”.

La domanda a questo punto viene spontanea: che idea si è fatto?
“Dico che vedere il Rimini in serie D è un colpo al cuore. Però Giorgio Grassi mi sembra una persona con la testa sulle spalle, uno che fino a questo momento ha mantenuto tutto quello che aveva promesso. E di questi tempi trovare persone così serie non è facile. Sul fronte croato conosco abbastanza bene Vlado Borozan: è un procuratore capace, rispettoso, al quale non piace vendere fumo. Non conosco, invece, Mestrovic. Alla fine mi auguro che venga fatto il meglio per Rimini e i suoi tifosi”.

Cosa rappresenta Rimini per lei?
“Tanto, se non tutto. A Rimini sono nato (il 21 ottobre del 1963, ndr), fino ai 16 anni ho vissuto a due passi dall’Arco d’Augusto, poi mi sono trasferito vicino lo stadio. Mio babbo mi portava nei Distinti che ero poco più che un bambinetto. Quella maglia a scacchi ho avuto anche l’onore di indossarla. Mi ricordo la prima volta al campo dei Ferrovieri: avevo 9 anni, ci consegnarono la borsa biancorossa, era praticamente più grande di me. Poi all’età dei Giovanissimi Regionali ebbi la mia prima grande delusione: mi mandarono al Rivazzurra dove rimasi due stagioni. Però quando rientrai iniziai a togliermi le mie belle soddisfazioni fino alle tre stagioni in prima squadra, l’ultima nel 1984-1985 quando mi chiamò il Livorno e da lì iniziò il mio pellegrinare per l’Italia. Non dimentico neppure la stagione da dirigente perché per la mia formazione è stata utilissima”.

Una stagione maledetta.
“Maledetta per quelli che non conoscevano la situazione o che hanno fatto finta di non conoscerla. Il Rimini arrivava da una retrocessione devastante. Ricordo che dopo Ancona, da semplice tifoso, stetti male settimane. Almeno fino alla chiamata del presidente Benedettini che mi volle in piazza del Popolo per ripartire. Non ci pensai neppure un attimo. Lo dovevo a questi colori. Solo che la situazione non era facile, avevamo contratti in essere pesantissimi dal punto di vista economico e il primo obiettivo fu quello di non creare una situazione debitoria insostenibile. Ricordo che all’inizio la tifoseria non capì forse perché ancora scottata dalla serie C: alla prima giornata in casa contro il Vico Equense ci furono 32 paganti. Non me lo scorderò mai. All’ultima, nei play-off con il Verona, invece, lo stadio era stracolmo. Merito di una squadra che nell’arco della stagione fece molto bene: purtroppo ci scontrammo contro una corazzata. Le basi per fare bene c’erano, ma durante l’estate arrivò questa decisione da parte della proprietà che non posso dire ci prese in contropiede”.

Ossia?
“Ossia per tutto il campionato il presidente Benedettini e Cataldo chiesero aiuto alla città che, però, restò sorda agli appelli”.

Si può dire che quella grande delusione venne in parte assorbita dalla chiamata dell’Atalanta?
“Sì e no. Io avevo già fatto il dirigente a Bologna e soprattutto a Parma, anche con buoni riscontri. A inizio estate mi contattò un esponente vicino alla famiglia Percassi che stava per acquistare l’Atalanta dal presidente Ruggieri. Mi chiese se fossi stato disposto ad andare a Bergamo. Mi presi un po’ di tempo perché speravo che la situazione a Rimini potesse sistemarsi. Poi, però, quando vidi naufragare tutto decisi di andare all’Atalanta e devo dire che scelta migliore non la potevo fare”.

Sette anni ricchi di successi e soddisfazioni: prima come Direttore Generale poi come Direttore Sportivo.
“Fino all’evento del dottor Percassi la Dea era abituata a fare il sali e scendi dalla serie A. Con lui, invece, è arrivata la stabilità grazie a una programmazione seria e a scelte illuminanti. Non ultimo Gasperini come allenatore. Un grande uomo prima che un grande tecnico. E poi i vari Caldara, Spinazzola, Conti, Petagna, il Papu Gomez: giocatori voluti e messi in campo con grande convinzione nonostante la loro giovane età. I risultati ci stanno dando ragione”.

A proposito di Gomez: anche lei è stato trascinato nella Papù dance?
“Sì. E’ successo quando arrivò la qualificazione matematica in Europa. I giocatori mi hanno costretto a ballarla, ma sono stato molto felice di farlo”.

Domanda scontata: cosa augura al Rimini?
“Risposta non scontata (ride, ndr): di costruire basi solide per il futuro perché solo così si possono raggiungere risultati importanti. Vincere è bello e piace a tutti, ma è inutile farlo se poi non si è pronti”.
Francesco Barone

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