Il Ponte

Quando il dialetto è… da palco

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Il teatro dialettale romagnolo vive una situazione paradossale. Da una parte il successo sempre costante tributato dal pubblico, la cui età media è comunque non giovanissima; dall’altra, questo fenomeno deve fare i conti con il crescente impoverimento del dialetto come lingua parlata.
In questo contesto si inserisce l’azione del Premio ”Francesco Montanari”, un riconoscimento unico nel suo genere, per testi teatrali in dialetto romagnolo.
Nato da un’idea della Compagnia della Speranza di Castelvecchio di Savignano, il Premio è promosso dalla stessa Filodrammatica e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Savignano sul Rubicone, con il contributo della Banca CC “Romagna Banca”, e omaggia il poeta dialettale savignanese nonché regista della compagnia, Francesco Montanari detto “Bugara”, scomparso nel 1991. Un’iniziativa che intende mantenere viva – e se possibile renderla ancora più attuale – la tradizione non solo del dialetto ma della “lingua” emiliano-romagnola per il teatro. “Con questa iniziativa la Compagnia della Speranza intende stimolare una rinnovata e riattualizzata produzione del repertorio di testi per il teatro amatoriale dialettale” spiega Gianpaolo Gobbi, regista della Speranza e principale animatore del Premio. In venti anni di vita il riconoscimento ha costituito una biblioteca di nuovi copioni teatrali di oltre un centinaio di testi.
Il vincitore 2017 è il riccionese Pier Paolo Gabrielli con Al done de barom, una storia che vede protagoniste della storia sono due famiglie, una nobile e decaduta ai limiti della povertà ma ancora spocchiosa; l’altra di umili e modeste origini ma capace di fare fortuna.
La trama è ben congegnata, si sviluppa attraverso dialoghi fluenti ed è brillante nel suo sviluppo. Il finale vedrà le due famiglie unirsi grazie ad un matrimonio che risolverà i problemi di entrambe, ma le battute conclusive sono tutt’altro che scontate, anzi regalano una soluzione differente da quella prospettata inizialmente dall’autore (e immaginata dallo spettatore).
Il testo maneggia con gran abilità il dialetto, e regala dei personaggi molto ben caratterizzati per proporre i quali con profitto saranno necessari attori di vaglia.
La Giuria, presieduta da Maria Grazia Bravetti, studiosa delle tradizioni popolari della Romagna ed autrice di numerosi saggi e studi sul tema; e con Paolo Guiducci, caporedattore del settimanale il Ponte, e Giovanni Urbini in rappresentanza della Compagnia Teatrale della Speranza, ha poi menzionato un secondo testo, Un marid da spuse, opera del sammarinese Stefano Palmucci. Si tratta di una divertente commedia degli equivoci, un suggestivo gioco delle parti capace di tenere avvinto lo spettatore dalla prima all’ultima scena, in attesa di conoscere il finale della vicenda, ovvero l’assurdo matrimonio tra due bigami, entrambi molto innamorati.
Un testo ben composto e scorrevole, da applaudire soprattutto per i continui scambi di identità dei protagonisti.
Come da tradizione, la proclamazione del vincitore del “Montanari” (il Premio è stato consegnato dall’Assessore alla Cultura di Savignano Maura Pazzaglia) avviene in contemporanea con la “prima” della nuova commedia della Compagnia della Speranza al Teatro Moderno di Savignano. Quest’anno sul palco è approdata la settimana scorsa con tre atti dialettali di Guerrino Ruffilli dal titolo La nòta ad San Lurenz (nella foto). La filodrammatica dialettale rinnova così il tradizionale incontro con il teatro in vernacolo e l’impegno a riproporre in ogni lavoro spunti di attualità e di novità rispetto ai repertori classici del dialetto anche attraverso l’allestimento con particolare cura per le scenografie e i costumi, riprodotti con fedeltà filologica. Il nuovo spettacolo vede in scena Achille Galassi, Simona Garattoni, Gianpaolo Gobbi, Manuela Vincenzi, Elia Pizzinelli, Loris Migani, Giorgio Spada e Matteo Berti. La storica filodrammatica, una delle più antiche ancora in attività, fondata nel 1971 da un’idea di Ermanno Pasolini e da allora ininterrottamente presente sui palcoscenici romagnoli, ha debuttato in casa con la regia di Gianpaolo Gobbi, le scenografie di Roberta Cappelli e Franco Focante e i costumi di Marisa Nanni. Un debutto doppio per Deborah Montali e Margherita Pepoli, due ragazze diciannovenni, che al dialetto hanno dovuto accostarsi come ad una lingua straniera con risultati entusiasmanti.
Gobbi, ma c’è futuro per il dialetto? “È una lingua che potrà continuare a vivere solo se disposta a contaminarsi, a mischiarsi nelle piazze con l’apporto di altre lingue, dal maghrebino a qualunque altro idioma, come è accaduto in passato con il francese e non solo”  è l’appassionato punto di vista del regista. Occorre portare nuovo sangue al dialetto. Il premio Montanari vuole incentivare la creatività e la vitalità degli autori.

Tommaso Cevoli

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