Il Ponte

Poverofobia

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Le Caritas italiane fanno scelte diverse, ma tutte esprimono una forte critica nei confronti di una impostazione che trasforma le strutture di “accoglienza” in luoghi in cui le persone sono obbligate a passare il tempo facendo nulla e gli operatori sono ridotti a meri controllori.

Alcune fanno ricorso al Tar contro il nuovo bando per l’accoglienza dei migranti, altre partecipano al bando impegnandosi comunque a dare ai migranti lo stesso sostegno per la cura e l’integrazione, mettendoci, economicamente, del suo.

È una deriva anti solidaristica che nel nostro Paese passa dalle parole ai fatti con i provvedimenti del Governo. Su Avvenire del 27 aprile scorso Stefano Zamagni è andato all’origine di questo atteggiamento classificandolo, in modo molto significativo, con il termine greco “aporofobia” che vuol dire “disprezzo del povero”. Si tratta di un atteggiamento che si concretizza nell’odio verso gli ultimi e l’insofferenza verso chi cerca di dare risposte concrete alla povertà, al bisogno di speranza da parte dei più fragili. Si è cominciato, ricordava Zamagni, con la minaccia sull’Ires per il non profit, inoltre la riforma del Terzo Settore ancora attende una dozzina di decreti attuativi e il Consiglio nazionale del Terzo Settore, che viene convocato una volta all’anno. Per non parlare dei fondi pubblici per il sociale sottratti al Terzo Settore per essere poi reindirizzati allo Stato.

Tra i leader politici c’è chi ha scoperto che può lucrare consenso alimentando questa guerra tra ultimi e penultimi (la classe media impoverita e impaurita), arrivando a indicare la povertà come una colpa e chi aiuta i più poveri come un profittatore. Un politico che nel suo profilo social alterna commenti spirituali a slogan politici, avrebbe commentato con sarcasmo: “Ma la carità non era gratis? Il problema sono dunque i 35 euro?”.

Questo è il metodo: con una battuta saltare a piè pari le argomentazioni rendendo impossibile il dialogo, la comprensione dei fatti, il confronto sulle soluzioni. Ma le domande restano. Per esempio: a chi giova negare agli immigrati la possibilità di imparare la lingua e cercare un lavoro onesto? Quale “buonsenso” c’è in questo? Il problema è che i politici giocano, pericolosamente, con le parole, per cui quando nel nome della lotta al “buonismo” si attaccano tutte le realtà che fanno della solidarietà e della sussidiarietà il loro criterio di lavoro e di impegno sociale, l’obiettivo reale non è il “buonismo” quanto la bontà tout-court. A

limentare il sospetto che tutti, dalle Ong al Terzo Settore, senza risparmiare le Caritas e le realtà caritative cristiane, abbiano come fine reale il lucro è come gettare letame ovunque appestando l’aria, ovvero le relazioni sociali, che si fanno sempre più rabbiose.

Maria Rita Valli

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