Il Ponte

Poveri si diventa. Ma rinascere si può

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Il lavoro, una casa, gli amici. Una vita normale. È bastata una malattia a far crollare tutto ciò che Umberto aveva costruito e farlo finire in strada. Grazie all’aiuto dei volontari, e alla sua caparbietà, Umberto è lentamente risalito. Ed ora affronta a testa alta una nuova sfida.
Pantaloni e camicia di jeans, giubbotto, capelli biondi e braccialetti ai polsi, piccola croce al collo, Umberto ha il volto di un uomo buono e il sorriso di chi applaude alla vita. Gli occhi testimoniano stanchezza: in due anni ha subito due operazioni. “Ho un cuore bionico: bypass, valvole, adesso sono in riabilitazione” racconta.
61 anni, originario di Bolzano (Alto Adige, ci tiene a precisare), Parigi è ormai riminese più che adottivo. “Facevo il cameriere, – racconta con soddisfazione – andava bene. Ero anche riuscito a diventare socio di una azienda agrituristica. Nel 2004 i problemi di salute si acuiscono: pesavo 130 kg, e accusavo gravi problemi motori”. Tutto questo ha un prezzo. “Sono stato colpito da uno scompenso cardiaco, – prosegue Umberto – che mi ha portato ad avere una grande quantità di liquidi in eccesso in corpo. Sono dovuto correre ai ripari”.
E qui nasce il paradosso: Umberto ha dovuto scegliere tra il lavoro e la salute. “La priorità è diventata il percorso di cure. – allarga le braccia il protagonista – Questo mi ha portato ad ignorare il lavoro, tasse comprese: questo è stato l’errore primordiale. la Guardia di Finanza mi ha comminato una pena pecuniaria di 210.000 euro, che ho pagato fino all’ultimo centesimo”. Terminato il pagamento, Umberto è rimasto in bolletta. E la rete familiare? E gli amici, possibile che nessuno sia venuto in aiuto di quest’uomo? “Mamma e papà li avevo già persi, gli amici… beh è difficile chiedere aiuto e sostegno, perché ciò implica il dover accettare di essere in difficoltà. Il vero problema è l’orgoglio. Il vero muro che divide il mondo dei cosiddetti invisibili da quello di chi sta bene è la paura del giudizio. Quindi mi sono nascosto”.
Ad allungare una mano ad Umberto, anzi ad abbracciarlo ci hanno pensato le associazioni di volontariato, la Caritas diocesana in prima fila. “Mi hanno aiutato molto, anzi mi hanno salvato. – assicura – È grazie a loro se cibo e vestiti non sono più stati una priorità. Sapevo che li avrei trovati sempre! Grazie a loro ho potuto tamponare la ferita”. Per curarla occorrevano le cure sanitarie, un lavoro e una residenza. Per curarsi Umberto è stato costretto a passare sempre attraverso il Pronto Soccorso con tutto quello che ne consegue.
Grazie ad una donna di Venezia (che non vuole essere citata) ha ricevuto un importante aiuto finanziario. Il direttore della Caritas di Cattolica e Luigi Signorini han fatto il resto: Umberto è stato assunto nel residence di Signorini, prima come portiere di notte poi anche come tuttofare. “Non potrò mai ringraziarli abbastanza per tutto ciò che han fatto”. È l’inizio della rinascita, della risalita, lenta ma costante: nel residence lavora tre anni e mezzo. Poi è costretto a tornare ai box per due operazioni: quattro bypass, un peacemaker. “Ho perso po’ di forze, avrei ancora mesi di riabilitazione davanti ma posso comunque fare lavori senza sforzi, come il centralinista o impieghi similari. Perché il reddito di cittadinanza nel mio caso non è davvero sufficiente”.
A Rimini Umberto ritorna periodicamente, pranza alla Caritas di Cattolica: “Si sta bene, il clima è familiare”. Cambia alloggio ogni 15 giorni, a fine novembre è atteso da una visita per l’invalidità. “La crisi morde ancora ma io non sono più quello di un lustro fa: ero 130 kg, trasandato e triste, oggi ho ripreso in mano la vita. Sembrava impossibile, e invece ce l’ho fatta. Grazie all’aiuto dei volontari e alla grinta che ho tirato fuori: non bisogna adagiarsi sui cartoni e affogare nel vino ma occorre rimboccarsi le maniche. Il futuro è a portata di mano”.
S. Santini / P. Guiducci

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