Il Ponte

Più che sulle mele marce, è sulla cesta che bisogna intervenire

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Riusciamo così a comprendere perché il problema non risiede unicamente nella presenza di poche o tante mele marce; ma è sulla stessa cesta delle mele che si deve intervenire.

“Troppo grandi per fallire”

Un esempio per chiarire il punto. Se le regole del gioco finanziario permettono che talune banche possono assumere dimensioni tali da poter poi essere in grado di  “ricattare” il sistema secondo quanto bene reso dall’espressione “too big to fail” (troppo grandi per fallire), non ci si può stupire né stracciare le vesti se questo alla fine accade. Con il che i vari regolatori – cioè le Autorità di controllo  – dovranno limitarsi a far sentire la loro voce e a usare la loro frusta sugli operatori finanziari di piccole e media dimensione, come è appunto accaduto nella recente crisi. Le grandi banche d’affari – quelle che hanno causato la crisi – non solamente hanno finito col ricevere fondi pubblici, ma oggi continuano a comportarsi come negli anni  precedenti lo scoppio della crisi (salvo piccole correzioni o qualche multa).

La doppia moralità e l’etica dell’azzardo

Di un ultimo punto – per evidenti ragioni di spazio – intendo qui dire. Il documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones (OPQ) prende definitiva ed esplicita posizione contro la tesi della doppia moralità, purtroppo diffusa anche tra alcune organizzazioni di tipo finanziario che dichiarano di ispirarsi alla DSC.

Per capire di che si tratta conviene partire dal saggio di Albert Carr, “Is business bluffing ethical?” pubblicato sulla prestigiosa Harvard Business Review del 1968. È questo il saggio che, più di ogni altro, ha guidato fino ad oggi la riflessione etica nel mondo degli affari. Vi si legge che l’uomo d’affari di successo deve essere guidato da “un diverso insieme di standars etici”, poiché “l’etica degli affari è l’etica del gioco [d’azzardo], diversa dall’etica religiosa”. Assimilando il business al gioco del poker, il noto economista americano conclude che “gli unici vincoli di ogni mossa nel business sono la legalità e il profitto. Se qualcosa non è illegale in senso stretto (sic!) ed è profittevole allora è eticamente obbligante che l’uomo d’affari lo realizzi”.

Non ci sarebbe bisogno di commentare se non fosse che ancor’oggi la più parte di coloro che operano nella finanza si comportano secondo tale linea di pensiero, anche se non hanno il coraggio di riconoscerlo. Ed infatti quasi mai il saggio di Carr viene citato. Il suo senso ultimo è quello di dare ali al rovesciamento della celebre Regola Aurea: “Fai agli altri quello che non vorresti che gli altri facciano a te”.

D’altro canto, non è forse vero che nel poker, il giocatore deve barare al suo avversario, facendogli credere di avere in mano la carta che non ha? Riusciamo così a capire perché nel linguaggio corrente si  continui a parlare di “giocare in borsa”.

Certo, vi sono stati studiosi che hanno cercato di difendere il principio della doppia moralità argomentando che la legge vigente riflette i canoni morali prevalenti nella società e, dunque, il rispetto della legge già assumerebbe il rispetto della norma morale. Non ho qui lo spazio per dimostrare la infondatezza razionale di argomentazioni del genere. Mi basta solo ricordare che “Auctoritas non veritas facit legem” – principio base di tutto il positivismo giuridico da Kelsen in poi.

Che fare?

I paragrafi dal 22 al 34 di OPQ si soffermano sul che fare per cercare di invertire la situazione. Parecchie le proposte – tutte realizzabili se si volesse – che vengono avanzate.

Dal sostegno a istituti che praticano la finanza non speculativa, come le Banche di Credito Cooperativo,  il microcredito, l’investimento socialmente responsabile, alle tante forme di finanza etica – già oggi i Fondi Etici intermediano il 20% circa degli investimenti finanziari a livello mondiale.

Dalla chiusura della finanza off-shore – vera e propria forma di cannibalismo economico di chi, con i credit default swaps, specula sul fallimento altrui – alla regolamentazione dello shadow-banking (banche ombra che operano al di fuori di ogni quadro normativo ufficiale). L’obiettivo da perseguire è quello di assicurare una effettiva biodiversità bancaria e finanziaria. Mi piace qui ricordare sia il recente “Standard Ethics Rating” con cui vengono valutate e classificate banche e altri intermediari finanziari rispetto all’indicatore ESG – Environment, Social, Governance – sia la nascita di ERIN – European Responsible Investment Network – che già nel 2016 ha amministrato oltre 23 trilioni di dollari.

 

Il Giuramento del Banchiere

Di speciale interesse è, inoltre, la proposta di affiancare ai C.d.A. delle grandi banche Comitati Etici costituiti da persone moralmente integre oltre che competenti – così come già accade nei grandi policlinici.

A tale riguardo, mi piace fare parola della decisione presa nell’aprile 2015 dalla “Dutch Banking Association” (l’Associazione di tutte le banche olandesi) di esigere dai dipendenti delle banche (circa 87.000 persone) il “Giuramento del Banchiere”, stilato sulla falsariga del giuramento ippocratico per i medici. Il giuramento consta di otto impegni specifici. Ne indico solamente un paio: “Prometto e giuro di mai abusare delle mie conoscenze”; “Prometto e giuro di svolgere le mie funzioni in modo etico e con cura, adoperandomi di conciliare gli interessi di tutte le parti coinvolte: clienti, azionisti, occupati, società”. Si opera dunque a favore di tutte le classi di stakeholder e non solamente di quella degli azionisti. Sarebbe bello se sull’esempio dell’Olanda – un paese non certo sprovveduto né  arretrato in ambito finanziario – anche l’Italia volesse seguirne la traccia. Parafrasando il celebre imperativo di Hans Jonas (Il principio di responsabilità, 1990), si tratterebbe di far accogliere un principio che suonerebbe all’incirca così: “Agisci in modo che le conseguenze anche indirette e lontane delle tue scelte in ambito finanziario siano compatibili con la permanenza di un ordine di mercato rispettoso della dignità di tutto l’uomo e di tutti gli uomini e volto al bonum humanum”. È evidente la distanza dall’imperativo categorico kantiano, il quale si rivolgeva all’individuo, occupandosi del carattere soggettivo dell’autodeterminazione. Il nuovo imperativo ha carattere pubblico, cioè politico, perché pone un problema di responsabilità oggettiva – appunto adiaforica.

La strategia “trasformazionale”

Concludo. Delle tre principali strategie con le quale si può cercare di uscire da una crisi di tipo entropico – quale è l’attuale – e cioè quella rivoluzionaria, quella riformista, quella trasformazionale, il Documento OPQ sposa, in linea con il Magistero di papa Francesco, la terza. Si tratta di trasformare – non basta riformare – interi blocchi del sistema finanziario che si è venuto formando nell’ultimo quarantennio per riportare la finanza alla sua vocazione originaria: quella di servire il bene comune della civitas che, come ci ricorda Cicerone – è la “città delle anime”, a differenza dell’urbs che è la “città delle pietre”. È questa la strategia che vale, ad un tempo, a scongiurare il rischio sia di utopiche palingenesi sia del misoneismo, che è l’atteggiamento tipico di chi detesta la novità e osteggia l’emergenza del nuovo. (2 – fine)

Stefano Zamagni

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