Il Ponte

Ospedaletto, un ponte sul futuro

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Tutti noi riminesi conosciamo Ospedaletto, la frazione di Coriano che, oltre alla bellezza naturale delle proprie colline, ospita la famosa Comunità di San Patrignano, conosciuta a livello nazionale per la propria attività di recupero per tossicodipendenti. Una frazione del nostro territorio nota a livello locale, ma di cui forse non si conosce perfettamente la storia. Una storia particolare e interessante, dalla quale emerge che spesso non occorrono grandi eventi per portare il progresso, e che anzi, al contrario, lo sviluppo può passare da piccoli e mirati interventi.

Il termine ‘ospedaletto’ trae origine dal piccolo edificio che dal Medioevo dava ospitalità ai viandanti che dovevano attendere il momento migliore per attraversare il fiume Marano, che dal Trecento era rimasto privo di qualsiasi ponte o passaggio. Era possibile attraversare il fiume solo attraverso un guado, cosa che spesso si rivelava pericolosa (e in certe occasioni fatale) per chi volesse raggiungere la zona. Solo sul finire dell’Ottocento si arriverà alla costruzione di un vero ponte, che rappresenterà da lì in avanti un simbolico spartiacque tra vecchio e nuovo, grazie al quale quella zona sulle colline corianesi ha potuto sentirsi meno isolata, e abbracciare un maggiore sviluppo.
Questa storia, assieme ad altre vicende legate al territorio corianese, viene raccontata in modo chiaro e dettagliato da Oreste Delucca, riminese che da oltre 50 anni si dedica allo studio delle fonti d’archivio per documentare la storia del nostro territorio, nel suo nuovo libro Friano la terra, Ospedaletto il fiume (foto in alto) edito da Interno4 Edizioni (2019). Riportiamo di seguito proprio la storia della costruzione del fiume di Ospedaletto, attraverso un piccolo estratto del libro.

“Fin dalla documentazione medievale era emerso con chiarezza come il sito che più tardi si chiamerà Ospedaletto, fosse strettamente legato alla strada per Montescudo nel suo punto più delicato: l’attraversamento del Marano […]
Una mappa del 1889 segnala i ‘ruderi del vecchio ponte’, cioè il residuo di tre piloni posti in prossimità del guado e riutilizzati come base di appoggio per la passerella al servizio dei pedoni; mentre una delibera del 1770 menzionava ‘il sito dell’antico ponte’. Verosimilmente dovrebbe trattarsi delle vestigia del ponte di età medievale, certo lodevole nelle intenzioni, ma non tanto solido e duraturo da garantire continuità e sicurezza al transito delle persone e dei mezzi; sicché il toponimo Ponte Leverone molte volte sarà risultato un auspicio, piuttosto che una realtà. Ma se questa è la situazione desumibile al chiudersi del Medioevo, nei quattro secoli successivi le cose non sembrano migliorare, anzi. Dopo la caduta della famiglia signorile riminese e il ritorno della città sotto il diretto controllo papale, tutta l’area ristagna, nella più totale marginalità: lontana da Roma e dalle sue attenzioni; vista sovente con fastidio e sospetto. Le risorse locali sono sempre scarse e comunque destinate di preferenza all’ambito urbano anziché al contado; le risorse statali dirottate quasi sempre verso sedi e finalità ritenute più significative”. […]

L’assenza di un passaggio sicuro
“Le maggiori strozzature si verificano in coincidenza dei corsi d’acqua. Prendendo in esame la porzione di territorio che abbraccia gli alvei del torrente Marano e del Rio Melo (chiamato pure ‘Maranello’), la viabilità principale registra la presenza di soli tre ponti significativi: due in corrispondenza della Flaminia, posti su entrambi i corsi citati; il terzo sul Melo, all’altezza della strada di Coriano. Esistono ponticelli di legno o laterizio sopra le fosse minori, mentre salta all’occhio la totale assenza dei ponti sul Marano, sia per la via di Coriano che per la via di Montescudo. Tale situazione si ricava innanzitutto dalla cartografia.
Per quel che riguarda il Marano, stante la presenza di un fondo ghiaioso e di un alveo fluviale abbastanza largo, durante i secoli del governo pontificio si è sempre evitato di costruirvi ponti, ripiegando sul primordiale guado per animali e carriaggi, salvo realizzare (con carattere saltuario) modeste passerelle per i pedoni. I documenti amministrativi sono pieni di notizie attestanti il carattere precario, scomodo e pericoloso di tale condizione”.

Dal guado al ponte
“Se, durante i secoli del dominio pontificio, l’ipotesi di costruire i ponti sul Marano non era stata nemmeno presa in considerazione, con l’avvento dell’unità d’Italia si comincia ad avvertire un certo dinamismo in molti settori dell’economia, ivi compreso quello dei trasporti (basti pensare alla rete ferroviaria che vede il suo decollo proprio in quegli anni). In questo clima nuovo, le strade e le relative infrastrutture ricevono un’attenzione particolare, anche se le ristrettezze economiche delle comunità locali sovente rendono arduo passare dai propositi ai fatti concreti. […]
In particolare, la realizzazione di un ponte a Ospedaletto viene ipotizzata fin dal 1862-1863, come risulterà da una relazione del sindaco di Montescudo in data 26 aprile 1877, nella quale si prende spunto dai «fatti luttuosi che avvengono di frequente», facendo presumibile riferimento a disgrazie accadute nel tentativo di attraversare il fiume. L’inizio di serrati confronti fra le varie amministrazioni comunali emerge anche dalla delibera del Consiglio di Rimini in data 23 maggio 1865, con la quale accetta di concorrere alle spese per la costruzione dei ponti sul Marano, nelle strade di Coriano e Montescudo. Dopo vari anni consumati in confronti interlocutori, il 23 dicembre 1871 la Prefettura di Forlì indica il percorso operativo, attraverso la costituzione di un Consorzio obbligatorio fra i comuni interessati.
Il 21 luglio 1892, il Consorzio approva il conto spese a quella data, che ammonta a 38.326,58 lire. Il 21 agosto 1893 viene compilato il rendiconto definitivo, che registra una spesa complessiva di 41.510,51 lire, così ripartite: Coriano 21.585, 47; Rimini 10.419, 14; Montescudo 9.505, 90. Il lavoro è finalmente compiuto. […]

Con la realizzazione del ponte, sul finire dell’Ottocento, si conclude questa carrellata di episodi e situazioni che hanno cercato di raffigurare il percorso storico di Ospedaletto. Quel ponte, ‘scavalcando’ l’ostacolo costituito per secoli dal Marano, rappresenta idealmente un discrimine fra il vecchio e il nuovo, tra una realtà che vede l’uomo succube della natura ed una che viceversa lo vede superare e dominare i condizionamenti esterni”.

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