Il Ponte

“Tutto questo ora è parte della mia vita”

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Nel periodo natalizio le suore Francescane Missionarie di Rimini hanno proposto ad un gruppo di persone un viaggio nelle loro Missioni in Etiopia. Ne è nata un’esperienza diversa da un viaggio turistico, ma pure da un campo di lavoro volontario; era semplicemente un invito a conoscere e a riflettere tramite l’incontro diretto e l’immersione nella vita del popolo etiope e delle missioni delle suore in quella terra. Ne abbiamo parlato diffusamente con la dottoressa Patrizia Ortolani (la sua testimonianza la trovate integralmente sul Ponte on line). A lei lasciamo la parola.

Il nostro era un gruppo eterogeneo, nato con motivazioni diverse, composto da persone giovani e meno giovani, aggregato da suor Monica che, con alle spalle il bagaglio di 35 anni di esperienza in Etiopia, ben sapeva come preparare l’impatto e modulare l’entusiasmo per il viaggio.
L’itinerario è iniziato a Rimini con una serie di incontri preparatori in cui non si è parlato di Etiopia o di organizzazione, di noi e di come ci stavamo predisponendo. Cosa ci attendeva? L’organizzazione era rodata, le suore ci avrebbero guidato, trasportato, nutrito, coccolato, accolto! E chi di noi pensava che il gruppo avrebbe potuto portare un contributo materiale all’opera delle missioni, ha cominciato a capire che l’invito era invece ad aprire gli occhi e il cuore.

Il 26 dicembre carico di bagagli il gruppo ha preso il volo all’aeroporto di Bologna. La notte successiva Addis Abeba ci ha accolti un po’ frastornati. Ma c’erano le suore, rasserenante certezza, disinvoltissime alla guida di grossi fuoristrada, a condurci alla missione attraverso le strade deserte della capitale. 2.400 metri di altitudine, il cielo limpido, l’aria frizzante, il caffè caldo all’arrivo, come se fossimo persone importanti. E il salto nel tempo, perchè il calendario etiope ci ha riportato nel 2012 in pieno avvento. Il Natale per noi appena passato, là doveva ancora arrivare e si sarebbe celebrato il 7 gennaio.

Addis Abeba ci ha riservato un momento storico-culturale con la visita al museo etnografico ai resti della prima donna, la mitica Lucy. Sembravamo quasi normali turisti.

L’immersione è però cominciata con il trasferimento a piedi nella scuola materna della missione attraverso le scene di vita della città, il meccanico, il gommista, rivendite alimentari, il cancello della grande scuola statale dove 2.500 allievi frequentano i corsi su tre turni fino a tarda sera. I bambini della materna attendono l’apertura del cancello per intonare per noi un coro festoso. Sono 150 ordinatamente in fila e sventolanti bandiere. Ci viene offerto il grande pane della festa che l’ospite d’onore benedice tracciando una croce sulla sommità prima del porzionamento. Sr Monica ci mostra la ritualità che anche noi ripeteremo nelle occasioni successive. La ragazza serve il caffè in abito tradizionale. L’ospite si sente veramente onorato.

Il pomeriggio ci riserva un colpo allo stomaco con la visita all’orfanotrofio di un istituto di suore maltesi. Qui 80 bambini alcuni con grave handicap sono assistiti in locali ristretti dove i più piccoli restano piangenti nei loro lettini mostrando un grave stato di abbandono. Vorresti provvedere, fare almeno qualcosa. Invece si va, con grave senso di impotenza.

Nei giorni a seguire visiteremo altre località, alcune assenti anche dalle carte geografiche eppure sede di attività fertile e ordinata della vita di missione, con un centro medico, una scuola, la chiesa e la casa delle suore. Nell’ordine Shrebera-ber, Wasserà, Ashirà, Kofole, Nazaret. Tra l’una e l’altra l’ordinato susseguirsi dei passaggi in auto, guidati dalle suore a cui ci affezioniamo.

I percorsi sono caratterizzati da imprevedibili assetti stradali, con traffico caotico nei centri urbani, e carreggiate asfaltate con buche ovunque o sterrate ma soprattutto con una marea di mezzi pesanti e leggeri che guadagna terreno senza regola se non quella del buttarsi avanti e passare e suonare il clacson. Ai bordi della strada il paesaggio muta impercettibilmente dai cantieri edilizi della periferia delle metropoli alle abitazioni di fango della maggior parte della gente, con i mercati improvvisati dei prodotti agricoli, il bestiame in vendita, le carcasse abbandonate dei mezzi incidentati.

 

A Wasserà prendiamo parte alla prima messa domenicale, una festa di partecipazione con canti e danze della corale, che ci trascina per più di due ore, celebrata in lingua cambatese. I nostri occhi rapiti dalla varietà dei fedeli si incrociano con gli sguardi di tutti verso di noi. Nella stessa chiesa, qualche giorno dopo, Suor Margherita invita me e l’altra mamma del gruppo ad incontrare le mamme del villaggio. Saranno 200. Non scorderò le loro mani levate verso di noi nel gesto di benedizione.
Termina la giornata al buio. La corrente è opzionale, la sera di solito se ne va, così come l’acqua corrente. L’assenza completa di connessione internet comincia a renderci meno vincolati alle dipendenze tecnologiche.

Il primo giro tra le famiglie ci fa toccare con mano alcune situazioni di povertà estrema, dove lo sguardo disincantato e concreto delle suore impedisce a noi di lasciare spazio alla frustrazione. Il gruppo mette mano al portafoglio e finanzia l’acquisto di una mucca da latte per una famiglia numerosa.

Finalmente il primo giorno feriale sembra offrirci la possibilità di renderci utili. Vorremmo fare tanto. Gli uomini si dedicano alla manutenzione di alcuni impianti, le ragazze si recano alla scuola e decorano gli ambienti, in tre siamo destinate al centro medico. Abituate al lavoro supportato dalla tecnologia ci rendiamo conto che l’attività sanitaria qui deve poggiare più sull’esperienza pratica che sugli strumenti. I paramedici, meglio dei medici, si muovono utilizzando le risorse disponibili e prescrivendo le terapie conosciute. In fondo senza il supporto di un mediatore linguistico e culturale, la mia competenza medica sarebbe completamente inutile. Imparo. Imparo che si parte da quello che c’è e si fa quello che si può, accettando di essere in grado di risolvere solo i problemi di base. Resta lo stupore per ogni vita che nasce. Bellissimo che ogni neonato riceva un corredino prima di lasciare la clinica.

Il calendario italiano ci impone una nuova pausa in coincidenza con il nostro capodanno che viene festeggiato in nostro onore con un sontuoso pranzo all’aperto. Una capra viene sacrificata ai festeggiamenti, mentre a me compete la produzione di 20 uova di tagliatelle, artisticamente tirate sul tavolo con un matterello di fortuna.

Viene il momento della partenza. Le novizie ci lanciano petali di fiori. Ci attende Ashirà. Troveremo un ambiente povero, ma sempre di lusso rispetto al contesto.
In questa località viviamo l’incontro con il gruppo scout locale, altra inattesa occasione di utilizzare un linguaggio comune e universale nei gesti e, sorprendentemente, nei canti, in lingua italiana. Con gli scout è nato un momento di collaborazione nel giorno di Natale, il 7 gennaio, che ha visto loro e noi insieme per il pranzo offerto ai poveri.

Il piccolo contributo offerto dal gruppo alle strutture della missione consiste nella tinteggiatura di alcune pareti della scuola, nella riparazione delle divise scolastiche, nel servizio medico e infermieristico al centro medico. Incredibilmente mi rendo conto che in questo centro manca anche la possibilità di effettuare un esame emocromo, e mi sembra necessario proporre al gruppo un impegno di reperimento di risorse per fornire l’apparecchio al centro.

Di nuovo in viaggio. A Kofole, in altura, gli sportivi hanno modo di visitare il centro in cui si è allenata una campionessa di atletica locale. La realtà del luogo si raffronta con la maggioranza della popolazione che è musulmana. La scuola rappresenta un luogo importante di integrazione. Alunni e insegnanti vivono insieme pur essendo di religioni diverse.

L’ultima tappa è Nazaret, alla periferia della città di grandi dimensioni, e di conseguenza di grande traffico. La missione è nuova, ospita un importante centro di accoglienza, una scuola professionale, e una gelateria da poco inaugurata. La città è sede di un carcere, i cui detenuti producono alcuni manufatti.

Si avvicina la data del ritorno. Percorriamo l’ultimo tratto di strada verso Addis Abeba. Il ritorno ci riserva il vuoto dell’abbandono del gruppo ormai coeso.
Patrizia Ortolani

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